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RETROSCENA

La società delle incertezze

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Il Covid-19 è stato un test per i cittadini e per le istituzioni, impreparate, tutte, a un’emergenza con incalcolabile prezzo collettivo. Da dove partire per ricostruire la fiducia?

Personale medico con in mano termometri per la febbre. REUTERS/Borut Zivulovic

Cosa ne sarà di noi dopo la fine della pandemia è difficile dire. Previsioni e profezie di segno opposto si confrontano, ad esempio con riguardo al lavoro, alla impresa, alla istruzione, alla vita comunitaria, alla stessa democrazia, senza che al momento sia possibile comprendere quale sia la opzione che ha il maggiore grado di probabilità. Né sembra che i responsabili della vita pubblica abbiano un chiaro disegno per il dopo. Eppure è del dopo che, senza fughe in avanti, non possiamo non occuparci.

La “ricostruzione”

A proposito, qui in Italia, “ricostruzione” è una parola che oggi è sulla bocca di tutti. Essa esprime un’aspirazione pienamente giustificata e particolarmente apprezzabile in un Paese che è stato al centro della pandemia e nello stesso tempo ha una difficoltà strutturale a pensare alle prossime generazioni, preferendo usualmente preoccuparsi delle prossime elezioni e delle prossime trimestrali di bilancio. Tuttavia, la storia non ancora compiuta della emergenza, della sua gestione e dei suoi effetti strutturali, consigliano un supplemento di riflessione, che prenda le mosse proprio da quanto è accaduto negli ultimi mesi. Possiamo dire che, per mettere questa aspirazione con i piedi per terra, occorre considerare i vincoli (cioè i limiti e le possibilità) entro i quali il necessario esercizio di disegnare l’era del post-Covid nei suoi diversi aspetti deve essere condotto.

L’idea di ricostruire, infatti, formulata anche in chiave di resilienza o utilizzando lo slogan “tutto tornerà come prima”, dovrebbe anzitutto essere considerata alla luce di quanto l’emergenza ha reso visibile. Ad esempio, il prezzo che è stato pagato per una sanità impoverita e residuale, per servizi sociali indeboliti o assenti, per il deficit digitale, per condizioni di lavoro inaccettabili, per amministrazioni impreparate e inefficaci, solo per limitarsi ad alcuni esempi. Che, alla fine della emergenza, tutto torni come prima, è davvero poco auspicabile.

E lo è soprattutto per i molti per i quali l’altro slogan, ripetuto un po’ ossessivamente dai responsabili istituzionali, secondo cui “nessuno sarà lasciato solo”, per molti si è rivelato purtroppo soltanto uno slogan: ad esempio per le donne vittime di violenza domestica, per i malati “normali”, per i bambini e i ragazzi senza connessione a Internet, per i lavoratori che hanno continuato ad alimentare il Paese a rischio della propria salute, per gli imprenditori che hanno fronteggiato situazioni impossibili, per le persone senza dimora; e, naturalmente, per gli operatori sanitari – medici e infermieri – che hanno lavorato spesso senza adeguate protezioni. Che tutto non sarà come prima, insomma, non è solo un dato di fatto, ma anche, in modo paradossale, una possibile buona notizia.

Il supporto dell’Ue

Penso quindi che abbia ragione chi sottolinea la necessità di ripensare, riprogettare, costruire ex novo o trasformare il Paese cogliendo la occasione della pandemia e del supporto delle istituzioni comunitarie. Anche utilizzando questa chiave, tuttavia, è il caso di fare i conti con la realtà. La quale ci dice che (come abbiamo imparato nei molti terremoti che hanno scandito la storia del paese) le scelte dell’emergenza determinano in modo sostanziale ciò che verrà dopo, anche se non appaiono tali; o che le pratiche di consultazione della società civile e delle sue istituzioni da parte delle classi dirigenti sono da noi spesso poco più di un’attività di comunicazione; o che i vincoli di tempo connessi a opportunità come quelle offerte dall’Unione europea non favoriscono certo scelte meditate; o che la capacità dell’amministrazione di trasformare in realtà materiale progetti e risorse è modesta.

Tutto questo non significa che si debba rinunciare a concorrere a dare forma al futuro, senza subire l’inerzia delle non-decisioni e senza affidarsi ai meccanismi spesso ciechi dell’amministrazione e del mercato. A questo fine, ciò che abbiamo imparato nel corso della fase più acuta dell’emergenza può esserci di aiuto. Vorrei al proposito mettere in rilievo tre temi che mi sembrano irrinunciabili e che, nello stesso tempo, potrebbero fare una differenza se presi sul serio. Per le ragioni che ho accennato, nessun progetto per il futuro può ignorare quanto è accaduto.

Il regime dei rischi

Il primo è quello della urgenza di ripensare le istituzioni statuali e sociali in chiave di regime dei rischi. Come diceva il sociologo Ulrich Beck, viviamo in una società del rischio: una società, cioè, in cui aumentano i rischi ambientali, tecnologici e sociali che nello stesso tempo accrescono le responsabilità delle istituzioni e minano il loro potere di esercitarle. Se un solo pipistrello (o chi per lui) può mettere in scacco l’intero pianeta, ebbene, non è possibile che a ciò non si sia preparati in alcun modo. La lettura di opere come 1918: l’influenza spagnola di Laura Spinney (edito in Italia da Feltrinelli) mostra inquietanti analogie con il modo in cui la emergenza Covid è stata affrontata e gestita dalle istituzioni pubbliche, dagli attori del mercato, dai media, dalla comunità scientifica e dagli stessi cittadini. Abbiamo la necessità di cominciare a pensare in modo operativo ai rischi come a qualcosa che esiste realmente e che, in certe condizioni, possono trasformarsi in pericoli incombenti e in danni incalcolabili come quelli che stanno avendo luogo. Farlo, però, significa cambiare sostanzialmente il modo in cui le società funzionano. La difficoltà di capire come oggi stanno effettivamente le cose – a cominciare dai dati sulla diffusione e la incidenza della pandemia – e di avere una conseguente, chiara linea di azione dice che c’è molta strada da fare.

La centralità dei luoghi

Il secondo tema è quello della rilevanza dei luoghi. Alcuni decenni di globalizzazione ci hanno abituato a dare priorità al tempo, rendendo pressoché irrilevanti i luoghi, ad esempio quelli della produzione. La pandemia ha invece rappresentato una riscoperta della centralità dei luoghi e degli spazi. Non solo perché i confini nazionali sono ridiventati importanti (ma, come si è visto, il virus non ha bisogno di visti); quanto perché sono emersi come estremamente rilevanti i luoghi della vita, sia pubblica che privata. Le case, i condomini, le strade, i rioni, le città, le regioni sono i luoghi in cui si è giocato il destino comune e la possibilità di ricostruire significativi legami sociali. E, nello stesso tempo, si è potuto constatare quanto i luoghi possano fare la differenza per gli effetti diretti e indiretti che la loro disponibilità o indisponibilità possono avere. L’esempio migliore, in questo caso, è quello delle scuole: di esse sono emersi gravi carenze e deficit strutturali, i quali possono mettere in discussione la intera organizzazione della vita sociale ed economica.

La fiducia nei cittadini

Il terzo tema è quello del ruolo dei cittadini. Giustamente Yuval Harari ha scritto, all’inizio della pandemia, che la emergenza Covid era un “test di cittadinanza”, intendendo che un investimento di fiducia nei cittadini sarebbe stata la via migliore da percorrere, certamente migliore di quella di un autoritarismo tecnocratico. Aveva ragione: in larghissima maggioranza i cittadini hanno esercitato con responsabilità il potere discrezionale che è stato loro affidato dalla forza delle cose e la pandemia è stata contenuta anche per questa ragione. Inoltre, essi hanno assicurato, in forma digitale o nella realtà materiale, che molte cose importanti continuassero a funzionare. Ciò però non ha impedito ai media di proporre una rappresentazione schizofrenica dei cittadini che, mentre venivano lodati per il coraggio, venivano anche stigmatizzati come “furbetti”, facendo eco a una diffusa visione dei cittadini, per dirla con Alessandro Barbero, o come eroi o come cialtroni, senza vie di mezzo. Eppure, se c’è stato un momento in cui questo giudizio impietoso non avrebbe dovuto avere spazio, è stato proprio quello della emergenza Covid. Più in generale, o i cittadini vengono considerati e trattati come una risorsa, oppure finirà per avere ragione chi vede nel nostro futuro solo dittature tecnologiche.

Regime dei rischi, centralità dei luoghi, fiducia nei cittadini: sono tre temi – non gli unici ma certamente tra i più rilevanti – che l’emergenza ci ha permesso di vedere e che dovremmo prendere sul serio nel momento in cui, come è giusto, tutti pretendiamo di concorrere alla costruzione del futuro comune. Senza questo legame con la realtà, temo che l’esercizio rischi di finire nel bricolage.

Giovanni Moro (Roma), sociologo politico, è responsabile scientifico della fondazione per la cittadinanza attiva Fondaca e membro del Comitato Scientifico di Eastwest.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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