Covid, Italie e Ue: la sfida del debito buono


La crisi Covid non è solo un problema dell’Italia in difficoltà, ma ha dimensioni e soluzioni europee: un’occasione storica per rendere i debiti nazionali sostenibili

Floriana Cerniglia Floriana Cerniglia
Insegna Economia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è direttore del Centro di Ricerche in Analisi economica e sviluppo economico internazionale (CRANEC).

La crisi Covid non è solo un problema dell’Italia in difficoltà, ma ha dimensioni e soluzioni europee: un’occasione storica per rendere i debiti nazionali sostenibili

La Presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen durante un vertice Ue, Bruxelles, Belgio, 11 dicembre 2020. Olivier Hoslet/Pool via REUTERS

La pandemia da Covid-19 sta portando il debito pubblico dei Paesi colpiti su livelli mai raggiunti, se non in tempi di guerra. Tutti i paesi toccati registrano cali del Pil (eccetto Cina e altri Paesi asiatici già in crescita nel 2020). Nel 2020, il Pil mondiale si potrebbe ridurre del 4,4%. Per cercare di tenere a galla il sistema economico, i Governi hanno dovuto far ricorso alla spesa pubblica, finanziata in deficit. Al fine di stabilizzare il ciclo economico, tutti i Paesi hanno fatto uso di ingenti risorse per sostenere la domanda, le attività produttive, il credito e per potenziare la sanità. I deficit sono aumentati anche per il calo delle entrate fiscali, in conseguenza della diminuzione del Pil. La reazione dei governi è stata di grande portata: interventi fiscali pari a 11 trilioni di dollari (il 12% del Pil mondiale) e un deficit mondiale che passerebbe, nel giro di un anno, dal 3,9% al 12,7%. Secondo le previsioni del Fmi, il 2020 si chiude con un rapporto debito pubblico/Pil pari al 131,2% negli Usa, del 114,6% in Canada, del 108% in Uk, del 266,2% in Giappone e del 101% nell’Area Euro.

Il debito pubblico in Italia

In Italia, il debito era già molto alto prima della pandemia (134,6% sul Pil nel 2019) e l’anno in corso dovrebbe chiudersi intorno al 158%. E pur tuttavia, i tassi d’interesse sui BTP a dieci anni sono molto bassi. Di solito a un debito pubblico elevato corrispondono tassi più elevati perché diventa più elevato il premio al rischio che il debitore, cioè lo Stato, deve corrispondere ai creditori.  È quello che è successo in Italia in alcuni momenti storici, pensiamo agli inizi degli anni Novanta o nell’estate del 2011. L’esplosione del debito pubblico italiano non sta per ora portando ad un aumento dei tassi, perché c’è stata una rete di sicurezza, messa in campo dalla Bce che ha comprato i titoli italiani. Sono misure che la Bce ha efficacemente adottato non solo per l’Italia, ma per tutti i Paesi dell’area Euro attraverso il Pandemic emergency purchase programme (PEPP) che con la decisione del 10 dicembre scorso è stato prolungato fino al marzo 2022.

Non è la prima volta che la Bce si trova ad agire dalle retrovie per tenere bassi gli spread. A seguito della crisi del 2008-2009, era già dovuta intervenire con strumenti “non convenzionali”. La frase “Whatever it takes pronunciata da Mario Draghi nel giugno 2012 (a cui seguì il quantitative easing, QE) rimarrà scolpita nei libri di storia della UEM e forse anche in quelli di macroeconomia. Si noti che il PEPP, a differenza del QE, prevede anche flessibilità nella determinazione del livello di acquisto di titoli governativi per ogni Paese. In questo modo la Bce sta esercitando un maggiore controllo degli spread. Ma cosa sta succedendo?

Se prendiamo come riferimento l’intelaiatura giuridica (art. 123, 124, 125 del TFUE) della UEM, il debito pubblico è degli Stati (perché la politica di bilancio è degli Stati) mentre la politica monetaria è in mano alla Bce. Con un ulteriore caveat, è vietata ogni forma di mutualizzazione del debito: gli Stati membri non debbono essere chiamati a rispondere dei debiti degli altri Stati. In questo modo si fonda anche il divieto fatto alla Bce del finanziamento monetario degli Stati (e cioè di acquistare titoli pubblici degli Stati sul mercato primario). La domanda di fondo è quindi quanto a lungo, i tassi potranno rimanere bassi e con ciò facilitare il sentiero di sostenibilità dei debiti pubblici. Perché, dopo la crisi del Covid, il debito pubblico di tutti i Paesi UEM sarà stabilmente più alto di quanto non sia mai stato in passato.

La proposta di David Sassoli

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