Covid: la nuova missione Oms


L’Oms deve essere meno dipendente dalle donazioni dei Paesi, meno impegnata in diplomazia ma più nella gestione delle emergenze

Giulia Pompili Giulia Pompili
Giornalista de Il Foglio. Si occupa di Asia orientale. Ha scritto da Tokyo, da Seul e ha iniziato a scrivere della pandemia da Hong Kong.

L’Oms deve essere meno dipendente dalle donazioni dei Paesi, meno impegnata in diplomazia ma più nella gestione delle emergenze

Tedros Adhanom, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, stringe la mano al Presidente cinese Xi Jinping prima di un incontro presso la Great Hall of the People di Pechino, Cina, 28 gennaio 2020. Naohiko Hatta/Pool via REUTERS

Quando il 28 gennaio, pochi giorni dopo il lockdown totale dell’area di Wuhan, epicentro dell’epidemia, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è volato a Pechino per incontrare il Presidente cinese Xi Jinping, qualcuno ha iniziato a sospettare che la passerella fosse più politica che una questione tecnico-scientifica. Di quello che la comunità internazionale chiamava ancora “nuovo coronavirus” la Cina sapeva già molto, ma non stava condividendo abbastanza con l’unica istituzione che avrebbe dovuto, in modo del tutto super partes, gestire tecnicamente la pandemia. Quando Tedros vola a Pechino già da una settimana il dottor Zhong Nanshan, uno dei più famosi scienziati cinesi, tra i massimi esperti di Sars e uno dei primi ad arrivare a Wuhan a gennaio, aveva confermato i sospetti di tutti, e cioè che il nuovo coronavirus si comportasse come un virus influenzale, e quindi si poteva trasmettere da uomo a uomo. Nonostante questo, e nonostante i casi di polmonite atipica si stessero diffondendo un po’ ovunque nel mondo, subito prima della partenza di Tedros per la Cina, l’Oms decise di non dichiarare l’emergenza di Wuhan “di preoccupazione internazionale”.

L’istituto delle Nazioni Unite con sede a Ginevra fu costretto a cambiare rotta il 30 gennaio, ma nel frattempo le dichiarazioni del direttore generale erano tutte di plauso e congratulazioni nei confronti di Pechino per la sua “strabiliante capacità” di contenimento del virus.

A distanza di oltre un anno, sappiamo quasi tutto di quello che è successo. L’Oms ha sbagliato molte delle sue decisioni. Secondo vari esperti e diverse fonti, le istituzioni dell’Onu, anche quelle più importanti, hanno perso da tempo la capacità di gestire situazioni molto complesse perché sono “troppo impegnate a sopravvivere”: da un lato il taglio dei fondi, la burocratizzazione, e poi la politica.

La missione a Wuhan

In una delle inchieste più dettagliate sul ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità nel contrastare la pandemia, pubblicata nel novembre scorso, il New York Times spiega che il viaggio a Pechino del direttore generale Tedros sarebbe dovuto servire per lasciare un team di esperti internazionali dell’Oms a investigare in Cina, a Wuhan, le origini del virus. Il Presidente Xi accetta una “missione congiunta” Cina-Oms, che viaggia per nove giorni a metà febbraio 2020 in alcune città del Paese – ma i luoghi chiave, come il mercato di Wuhan, restano chiusi all’ispezione. Nel report finale del team, si parla ancora di “asintomatici non contagiosi” e si esalta la risposta cinese, definita “la più ambiziosa, agile e aggressiva della storia”. A fine dicembre, dopo mesi di richieste e di lobby, la Cina ha finalmente autorizzato la missione di un team dell’Oms per investigare sull’origine della pandemia. L’indagine ha avuto inizio il 14 gennaio a Wuhan. Secondo alcuni analisti si tratterebbe finalmente di una concessione, da parte della Cina, alla comunità internazionale: capire perché e quando il virus è saltato dall’animale all’uomo.

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