Covid, Ue: una crisi da non sprecare


Secondo Monnet, “L’Europa si farà attraverso le crisi”. Con la pandemia da Covid, l'Ue ha sostenuto i suoi Paesi con un piano di rilancio senza precedenti, da non sprecare

Francesco Saraceno Francesco Saraceno
[PARIGI] vicedirettore OFCE-Sciences Po Parigi, insegna alla LUISS. È stato dirigente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Secondo Monnet, “L’Europa si farà attraverso le crisi”. Con la pandemia da Covid, l’Ue ha sostenuto i suoi Paesi con un piano di rilancio senza precedenti, da non sprecare

La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il Presidente del Parlamento europeo David Maria Sassoli a Bruxelles, Belgio 23 luglio 2020. Francois Walschaerts/Pool via REUTERS

Nella primavera del 2020 la gestione sanitaria della pandemia è stata accompagnata da uno sforzo titanico dei Governi per mantenere in vita un sistema produttivo artificialmente ibernato dai lockdown. Dopo qualche esitazione iniziale (e con qualche eccezione: si pensi alla Svezia), è stato chiaro abbastanza in fretta per governi e istituzioni internazionali che non si trattava di scegliere tra il salvare le vite o l’economia, ma tra il salvare entrambe o nessuna.

In Europa, la prima linea nel contrasto alla pandemia sono stati i governi dei paesi membri; questo era inevitabile. L’Unione europea è un’unione di Stati sovrani e né la gestione della sanità, né la politica fiscale e di bilancio sono tra gli ambiti per cui le competenze sono di tipo federale. Per la seconda non può essere altrimenti, in ossequio al motto no taxation without representation, le decisioni di spesa e di tassazione non possono che essere prese al livello che è responsabile di fronte agli elettori.

Sono stati quindi gli Stati ad introdurre un arsenale di misure volte a sostenere famiglie e imprese. Le misure di sostegno all’economia rientravano in tre grandi categorie: in primo luogo il sostegno ai sistemi sanitari sotto stress (anche, se non soprattutto, perché sistematicamente sottofinanziati da almeno un decennio); poi, misure per preservare l’occupazione e sostenere i redditi dei lavoratori licenziati e degli autonomi; infine, misure a sostegno della liquidità delle imprese, con rinvii o cancellazione delle scadenze fiscali e sostegno dell’offerta di credito con garanzie statali. Il primo paese ad introdurre misure lungo queste linee è stato proprio l’Italia, con il decreto “Cura Italia”. In quasi tutti i paesi europei le misure sono state estese e rinnovate man mano che gli effetti economici della pandemia si dispiegavano; con la seconda ondata sono state prorogate quasi ovunque fino al primo trimestre del 2021. L’effetto delle misure sulle finanze pubbliche è stato immediato; per l’eurozona per il 2020 il disavanzo medio è schizzato all’8,7% (in Italia 10,8%) e il debito pubblico aumenta di quasi venti punti, dall’86% al 104,5% del Pil (in Italia dal 135% al 158% almeno).

Questo sforzo colossale dei governi europei ha prodotto i suoi frutti. Nel suo bollettino trimestrale dell’ottobre scorso la Banca d’Italia notava che il numero di occupati si è ridotto in misura sensibilmente inferiore del Pil e delle ore lavorate, anche grazie al diffuso ricorso alla cassa integrazione e alle misure di tutela dell’occupazione a tempo indeterminato. La speranza (non solo in Italia) è che quando queste misure di sostegno verranno meno, occupazione e salari non crolleranno ma saranno sostenuti dalla ripresa economica.

Il fatto che l’Europa non fosse in prima linea non deve far immaginare che essa sia stata assente. Negli anni scorsi ho spesso pensato che la crisi del debito sovrano fosse venuta a smentire il detto di Jean Monnet per cui L’Europa si farà attraverso le crisi, e sarà costituita dalla sommatoria delle soluzioni che saranno date a queste crisi. La cattiva gestione della crisi greca, l’adesione generalizzata ad un’austerità fine a sé stessa, riforme istituzionali che nel loro complesso avevano mirato a rafforzare la sorveglianza sulle finanze pubbliche; tutto questo componeva un quadro desolante, di una crisi sprecata e non utilizzata per costruire un’Europa più coesa. La primavera del 2020 ha smentito queste convinzioni fosche. È come se gli errori degli anni precedenti, in qualche modo metabolizzati, abbiano spinto a “fare la cosa giusta”.

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