Cricket, soldi e potere: imparare a trattare l’India come un Paese normale.


C'è voluto un bello scandalo, una di quelle storie per le quali i giornalisti e telegiornalisti indiani pagherebbero oro, per farmi finalmente interessare un minimo al cricket. Sport che, nonostante diversi tentativi, non è mai riuscito ad appassionarmi per più di una manciata di secondi.

C’è voluto un bello scandalo, una di quelle storie per le quali i giornalisti e telegiornalisti indiani pagherebbero oro, per farmi finalmente interessare un minimo al cricket. Sport che, nonostante diversi tentativi, non è mai riuscito ad appassionarmi per più di una manciata di secondi.

 

Lo scandalo si sviluppa come segue: la polizia di Delhi a metà maggio arresta tre giocatori dei Rajasthan Royals accusati di vendersi le partite d’accordo con una serie di bookmaker illegali. I bookmaker gestivano gli affari da suite affittate negli hotel di lusso delle principali metropoli indiane, poi contattavano i giocatori e facevano l’offerta. Nel caso in questione, il trio di cricketer pare si sia venduto per 40 lakh, poco più di 50mila euro, da dividersi in tre.

Incassato il compenso, si organizzavano festini in hotel e si scialacquava tutto nel giro di una notte, sesso droga e rock&roll con starlette televisive, prostitute d’alto bordo, attori di Bollywood, figli di papà dell’imprenditoria indiana.

Le indagini stanno proseguendo, buttando nel tritacarne mediatico amici e conoscenti del trio della vergogna – dove il lanciatore Sreesanth, del Kerala, svolge il ruolo della mente diabolica – e altre star come l’attore Vindoo Dara Singh, figlio del ben più noto Dara Singh, che da lottatore professionista fece il salto come attore e regista nell’industria di Bollywood, icona di machismo e bellezza degli anni ’50-’60.

O come Gurunath Meiyappan, dirigente dei Chennai Super Kings, anche lui coinvolto nel giro di scommesse illegali.

E fin qui, tutto sommato, niente di eclatante. Uno scandalo di scommesse illegali come se ne sentono tanti, anche in Italia.

Ma basta allargare la visuale per scoprire un po’ di cose interessanti su come la classe dirigente indiana sia impantanata in un bigottismo talvolta surreale, o sugli strettissimi rapporti tra potere economico, potere politico e cricket. Cose che da un Paese di vacche sacre e santoni non ci si aspetta.

La prima notizia è: in India scommettere è illegale. E non solo è illegale, ma è anche brutto, una di quelle cose che un indiano per bene non deve fare, assieme a fumare, bere alcol, fare sesso prematrimoniale. Tutte cose che la stragrande maggioranza degli indiani fa comunque, ma non lo si dice.

Più precisamente, in India si può scommettere legalmente solo sulle corse dei cavalli, mentre il giro di scommesse illegali sul cricket continua indisturbato muovendo, secondo le stime, oltre 40 miliardi di euro all’anno. In passato la Federazione delle camere di commercio indiane aveva proposto: se non riusciamo a contrastarle, legalizziamole queste benedette scommesse! Scontrandosi però col muro di gomma dell’integrità morale della classe dirigente indiana. Le scommesse sono illegali e sono brutte, non si fa.
Ora, resosi conto dei quattrini che si potrebbero effettivamente fare tassando le transazioni economiche sulle scommesse, il governo sta pensando di regolarizzarle, contravvenendo agli imperativi etici che permettono al Paese, secondo loro, di non andare alla completa deriva dei costumi, come invece puntualmente verificatosi nei Paesi occidentali.

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