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In Libia scende in campo anche il Covid

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La crisi libica potrebbe risentire degli effetti economici della pandemia. Le influenze esterne ne escono indebolite

La crisi libica spiegata. Una manifestazione di protesta contro il generale Khalifa Haftar, durante il summit sulla Libia a Berlino. REUTERS/Christian Mang

Una manifestazione di protesta contro il generale Khalifa Haftar, durante il summit sulla Libia a Berlino. REUTERS/Christian Mang

Gli sforzi diplomatici degli ultimi mesi da parte degli Europei e della Germania in particolare non sembrano aver prodotto risultati sostanziali nel contenimento della crisi libica. L’attuale confronto militare in Libia non sembra destinato a risolversi nel breve periodo. L’attacco alla capitale il 4 aprile 2019 da parte del Libyan National Army (Lna) di Khalifa Haftar non ha sortito l’effetto sperato, ossia una rapida presa di Tripoli. In questi mesi le milizie della capitale hanno dapprima fatto resistenza, prendendo tempo per organizzarsi e coordinarsi; poi, hanno iniziato a contrattaccare, riportando risultati positivi a Gharyan, uno degli avamposti di Haftar vicino a Tripoli, e più recentemente a Sabratha, tornando in controllo di tutta la fascia costiera da Tripoli al confine con la Tunisia.

L’escalation

L’ultimo anno ha registrato una pericolosa escalation militare con bombardamenti di strutture civili come gli aeroporti, ma anche punti strategici nel centro di Tripoli, e un sempre maggiore coinvolgimento di forze straniere a supporto delle due parti, anche in violazione dell’embargo militare formalmente vigente in Libia dal 2011. L’ingresso di miliziani siriani filo-turchi in Tripolitania a inizio 2020 ha portato al centro della scena l’azione spregiudicata della Turchia a supporto del Governo di Unità Nazionale (Gna) di Tripoli. Tuttavia, questa azione è apparsa come la conseguenza della trasformazione del conflitto degli ultimi anni: da una dimensione interna a una internazionale. La crisi libica è ora una guerra per procura e l’azione del presidente turco Erdogan è una risposta al contributo militare, economico e politico, altrettanto spregiudicato, offerto a Haftar da parte di Egitto, Emirati Arabi e Russia nell’ultimo anno.

Dopo la conferenza di Berlino a gennaio era stata sancita una prima tregua che però non si è trasformata in un cessate-il-fuoco duraturo. L’Onu nonostante i sinceri sforzi dell’inviato speciale Ghassan Salamé, non è riuscito a ottenere un vero ritorno dei contendenti al tavolo negoziale. A inizio marzo Salamé ha così annunciato le proprie dimissioni aprendo una nuova incertezza nella gestione della crisi e lasciando ad altri l’onere di condurre i negoziati secondo quanto stabilito a Berlino o intraprendere un percorso alternativo.

La conferenza di Berlino

L’obiettivo principale della conferenza era fermare l’ingerenza straniera. Nell’accordo di Berlino si ritrovano i tre pilastri che da sempre fanno parte del processo Onu: riforme della sicurezza, economiche e la ripresa del processo politico. Queste trattative tuttavia si sono bloccate sia a causa dell’escalation di attacchi in Libia sia per il sopraggiungere della pandemia di Covid-19.

A Berlino si sono inoltre messe le basi di una nuova missione Onu di monitoraggio, proposta dalla Germania e fortemente sostenuta dall’Italia. La nuova missione navale dell’Ue, ribattezzata “Irini”, è dispiegata da fine marzo davanti alle coste della Cirenaica, ma non davanti alla Tripolitania. La missione sembra ostacolare soprattutto il Gna sostenuto dalla Turchia, che ha ricevuto in questi mesi aiuti principalmente via mare (e in parte via Tunisia). Da parte sua, l’Lna di Haftar, appoggiato da Emirati ed Egitto riceve rifornimenti via area e dal deserto, con rotte impossibili da bloccare senza “boots on ground”.  La missione Irini al momento stenta ad avere efficacia. Anche per la situazione in cui versano i Paesi europei a causa del Covid-19, la missione non è stata sufficientemente implementata. Al momento il “blocco navale” europeo sembra assai permeabile, soprattutto se non verrà dotato in futuro di regole d’ingaggio molto robuste. La difficoltà di trasformare le promesse di Berlino e l’implementazione della missione Irini sono anche dovute a una lacuna importante dell’accordo: quale meccanismo di monitoraggio, e poi di denuncia, delle varie violazioni debba essere messo in campo.

Gli attori regionali

È chiaro che, oltre al livello locale, il conflitto attuale sembra giocarsi sempre più sul piano degli attori regionali: Turchia contro Egitto ed Emirati in particolare. Difficile pensare che il conflitto libico sia risolvibile finché sarà parte di un più ampio confronto con forti connotati ideologici. L’intervento turco a sostegno del governo di Tripoli ha di fatto ampliato, seppur a livello diplomatico, la guerra civile libica in tutto il bacino del Mediterraneo. Il memorandum di intesa tra il Governo turco e il Gna delinea e definisce anche i confini delle ZEE (Zone Economiche Esclusive) con l’obiettivo di sfruttare le grandi risorse di idrocarburi nella zona orientale del Mediterraneo e per fornire supporto militare al governo di Tripoli. Potenze direttamente interessate come Cipro, Egitto, Grecia e Israele, hanno condannato l’azione turca in Libia causando ulteriori spaccature a livello europeo.

Nell’attuale situazione è chiaro che più il conflitto durerà, più è probabile che si scatenino nuove crisi tangenziali. Ciò è evidente dagli sviluppi nel Mediterraneo orientale, ma la guerra libica rischia anche di coinvolgere più gravemente l’Algeria e l’Egitto o causare una ulteriore destabilizzazione nel Sahel. In termini generali, e con buona dose di realismo, l’obiettivo della diplomazia italiana dovrebbe essere quello di contribuire a un congelamento del conflitto. Servirebbe quindi una visione più regionalizzata della crisi. In questo obiettivo, un’Italia troppo debole in questo momento storico per affrontare da sola la complessità della crisi e la forza degli altri attori internazionali coinvolti, dovrebbe significare un’azione più risoluta dell’Ue.

Il ruolo dell’Italia

Nell’ultimo periodo l’Italia ha avuto una politica libica incerta. La posizione attuale è quella di mantenere “l’equidistanza” da entrambi gli antagonisti, Haftar e Serraj. Tuttavia, questo posizionamento non l’ha aiutata a raggiungere i propri obiettivi strategici come la gestione dei flussi migratori e l’accesso ai mercati dell’energia. L’Italia è stata tra i principali sostenitori della creazione della Gna nel 2015-16, ma quando ha iniziato ad avvertire la possibilità che Haftar potesse conquistare l’intero Paese, compromettendo gli interessi italiani soprattutto in Tripolitania e Fezzan, Roma è passata dal pieno sostegno per il Gna al tentativo di avvicinarsi ad Haftar. Ma questa strategia non ha fatto guadagnare il favore del generale. Roma non ha potuto offrire a Haftar nulla che il Cairo, Abu Dhabi o Mosca non gli stessero già dando.

Nel tentativo di avvicinarsi ad Haftar, il Governo italiano ha perso l’influenza che aveva sul GNA, che ha iniziato a cercare sostegno e protezione nella Turchia di Erdogan. La ricerca di una equidistanza tra le parti ha di fatto ridotto le possibilità di divenire influente nel conflitto e permesso a Erdogan di riempire il vuoto politico di supporto al Gna. L’Italia, interessata ai nuovi giacimenti di idrocarburi nella regione del Mediterraneo dell’est si è sin da subito opposta all’azione turca in Libia, tuttavia, se da un lato sembra esserci una comunione di intenti all’interno dell’Ue, la mossa turca ha di nuovo mischiato le carte nella questione libica e l’Italia si è trovata con un nuovo, e piuttosto ingombrante attore, nel proprio vicinato.

Possibili sviluppi

La prospettiva di una risoluzione della crisi da parte della Russia, che avrebbe necessariamente coinvolto anche la Turchia e che difficilmente avrebbe incontrato gli interessi europei e italiani, è stata ritenuta particolarmente preoccupante a Roma. Per queste ragioni, l’Italia ha sostenuto volentieri i tedeschi quando hanno deciso di prendere l’iniziativa per cercare di risolvere la crisi. Roma si è posizionata come junior partner di Berlino, anche per rispondere all’attivismo storico francese nella crisi libica.

L’Italia deve oggi affrontare una fase di ripensamento della propria politica verso l’area. La politica verso la Libia non è più risolvibile in chiave bilaterale ma dovrebbe far parte di un più ampio esercizio di dialogo e di scambio di interessi, con gli attori coinvolti. I prossimi mesi, gli attori internazionali alle prese con le conseguenze economiche e forse politiche della pandemia, potrebbero essere meno presenti sul teatro libico. In questa fase, la Russia, nonostante un supporto militare indiretto ad Haftar, sembra attenta a ponderare risorse e impegni evitando di rimanere intrappolata in un conflitto difficilmente risolvibile nel breve periodo. Le posizioni tra Emirati ed Egitto potrebbero distanziarsi con i primi più vicini ad Haftar, i secondi al Parlamento di Tobruk guidato da Aguila Saleh. Nelle ultime settimane non sono mancate infatti tensioni nel campo della Cirenaica. Infine, in una situazione di crisi dei prezzi prolungata, l’influenza esterna delle monarchie del Golfo potrebbe declinare, a cominciare dall’attivismo di alcune di esse nella crisi libica.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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@arturo_varvelli

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