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Cronache da un’ordinaria Golden Week

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La valigia svuotata e riversa sul pavimento; mail e messaggi per annunciare il proprio ritorno in bozza; un paio di souvenir sul tavolo; i vestiti da lavare. Non è difficile immaginare quello che ognuno di noi in ogni parte del mondo vede alla fine delle proprie vacanze. È forse questa l’immagine con cui milioni di abitanti del Giappone sono andati a dormire ieri sera, dando l’addio alle proprie ferie “dorate”.

Oggi si ritorna al solito tran tran, anche se di tanto in tanto in giro per Tokyo si riesce ancora ad avvistare qualcuno con un trolley a 4 ruote al seguito.
Quasi dappertutto nell’arcipelago – tranne che nell’isola settentrionale dello Hokkaido – dei fiori di ciliegio che caratterizzano l’inizio della primavera giapponese non è rimasto più nulla. Le temperature salgono e già si pensa all’arrivo dello tsuyu, la stagione delle piogge, attesa, puntuale, per giugno.

La cosiddetta Golden Week, “settimana dorata” occupa i giorni compresi tra il 29 aprile e il 5 maggio – giorni in cui cadono feste nazionali – ed è il periodo di “ponte” più lungo dell’anno, durante il quale molte aziende nipponiche per chiudere i battenti e far prendere un sospiro di sollievo ai propri dipendenti.
L’espressione risale ai primi anni ’50 quando venne usata per la prima volta per descrivere il film Jiyu gakko (Scuola libera) del regista Kozaburo Yoshimura uscito proprio nello stesso periodo (chi legge il giapponese può trovare qui un ottima spiegazione). L’allora direttore della casa cinematografica definì quella settimana una “Goruden uiku” per gli incassi del lungometraggio, che superavano quelli dei film usciti nel periodo di Capodanno e nel periodo del Bon, tra metà luglio e metà agosto.

«In Giappone lavoriamo troppo» è una frase che mi sono sentito dire in questi giorni di vacanza parlando con chi in vacanza non era. Pochi giorni prima, alla vigilia dell’inizio della GW, l’occhio mi era caduto sulla copertina del settimanale AERA. In copertina si leggeva: «Dai, prendiamoci una pausa dal lavoro».

La rivista conteneva una serie di articoli dedicati alle storie di chi ha deciso di prendersi un break medio-lungo dal lavoro per scoprire tutto un mondo normalmente precluso allo shakaijin (chi in Giappone non è più studente e ha un lavoro).
Certo, il target della rivista non è esattamente quello del lavoratore nel cosiddetto “settore dei servizi”, anche in Giappone sempre più dipendente da forza lavoro precaria e senza ferie; né è quello dello spedizioniere o dell’operaio edile. Ma il messaggio sembra chiaro: anche in Giappone il lavoro è sempre più avvertito come esperienza “totalizzante”, a tratti disumanizzante.

Per chi va in vacanza, la GW può essere un momento per ritornare “umani” dopo mesi di interminabili ore d’ufficio, di abbronzatura al neon e treni affollati, quando esci di casa, quando esci dall’ufficio e quando esci il venerdì sera di corsa dall’izakaya per non perdere il fatidico shuden, l’ultimo treno che ti porta a casa.
Ma, se non organizzati nei tempi e nei modi giusti, si può incappare nella proverbiale vacanza “poco intelligente”.
Le conversazioni che ho avuto in questi giorni – anche oggi che le cose sono tornate alla normalità – hanno avuto più o meno lo stesso tenore: «Che fai per la Golden Week?» o, più di frequente, «Vai da qualche parte per la Golden Week», coniugato al tempo più adatto al momento di svolgimento della conversazione.
La mia risposta è stata la solita (con la clausola del tempo verbale): «rimango a Tokyo». E non sarebbe potuto essere altrimenti.

Stampa e tv giapponese venerdì e ieri hanno dato risalto all’ “esodo” così come al “controesodo” – che qui con un prestito dall’inglese si chiama “U-turn rush” – verso Tokyo. Venerdì 61 mila viaggiatori sono stati interessati dai ritardi sulla linea Tohoku dello shinkansen a causa di un’interruzione di corrente. Ieri quasi tutti i voli e gli shinkansen diretti all’aeroporto di Haneda e alla stazione di Tokyo erano al completo; traffico intenso è stato registrato anche sulle autostrade in entrata verso la capitale.
Il che in un paese dove abitano oltre 126 milioni su una superficie di circa 390 mila chilometri quadrati (poco più grande di quella dell’Italia), il traffico e qualche sparuto disagio è davvero la conseguenza più naturale dello spostamento di massa da e verso la grande metropoli. Mettersi in viaggio senza aver prenotato con settimane, forse mesi, d’anticipo, sarebbe stato il suicidio.

Al tradizionale traffico domestico, bisogna poi aggiungere l’aumento del flusso di turisti stranieri: secondo dati del governo di Tokyo – che sul turismo punta molto, tanto che ha lanciato un impegno a raggiungere quota 20 milioni di turisti all’anno entro il 2020 – a marzo si è superata la soglia del milione di presenze; secondo il World Economic Forum il Giappone è ai primi posti  per competitività di viaggi e turismo.
In città, tutto sommato, le cose non sono sembrate poi così diverse dal solito. A parte per la chiusura di molti piccoli negozi o ristoranti, in particolare in periferia, e, in particolare, per le interminabili (quanto inspiegabili) file davanti a negozi nelle zone dove si concentra il turismo “shoppingaro”. Qui, in effetti, molti hanno assistito, da protagonisti o da semplici spettatori, a spettacoli che di quell’umanità che le vacanze dovrebbero aiutare a farci riscoprire hanno ben poco.

@Ondariva

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