Americani di Mamet in scena al Teatro Eliseo a Roma

“Non siamo mica americani!”, esclama l’agente immobiliare Daniele Sonnino, vecchia guardia e vecchi metodi, quelli coi quali “si vendeva l’Olgiata”, ai tempi in cui “con l’ufficio stavamo ancora sulla Nomentana”, parlando con il braccio esecutivo dei capi, freddo, burocratico, Master in consulenza aziendale e una preziosa cartellina divisa in due parti: la lista A, i contatti buoni, i clienti facoltosi, gli acquirenti potenziali, e la lista B, gli scarti, quelli con gli assegni scoperti, che la villetta a schiera o la casa al mare possono solo immaginarle.

I protagonisti di Americani, in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 30 ottobre 2016. Photo credits www.teatroeliseo.com
I protagonisti di Americani, in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 30 ottobre 2016. Photo credits www.teatroeliseo.com

E qui scatta l’effetto straniamento, perché lo spettacolo teatrale che ha aperto la stagione dell’Eliseo di Roma – dal 27 settembre al 30 ottobre - è stato scritto da David Mamet nel 1984 ed è ambientato a Chicago, non nella Roma del pentapartito. Una pièce americana, sull’America dei Roaring Eighties, vincitrice del Pulitzer, trasferita nell’Italia craxiana, quando i sogni erano in lire e Maastricht un’anonima località sulla Mosa.

Lo spettacolo - in originale “Glengarry Glen Ross” - si chiama proprio “Americani”, come il titolo italiano del film che James Foley trasse dalla pièce di Mamet nel 1992, con un cast d’eccezione: Jack Lemmon, Ed Harris, Alec Baldwin, Jonathan Pryce, Al Pacino. La trasposizione funziona, e non solo per la bravura degli attori (su tutti Sergio Rubini e Francesco Montanari, il Libanese del Romanzo Criminale televisivo). Funziona perché rende ancora più riconoscibile il contesto – la speculazione immobiliare a Pomezia! - e perché la storia raccontata da Mamet potrebbe svolgersi in molti spazi e in molti tempi: un mercato gonfiato, una competizione esasperata per vendere sogni immobiliari – tutti, si sa, vogliono casa di proprietà – e gli interessi aziendali che, a un certo punto, confliggono con quelli individuali. Il mondo cambia, non tutti sono capaci di adattarsi. Come comportarsi con chi resta dietro?

Per risollevare l’agenzia da una difficile situazione economica, infatti, i titolari lanciano una sfida a tutti i dipendenti: chi riuscirà a vendere di più avrà in premio una macchina di lusso, il secondo un servizio di coltelli da bistecca. Per tutti gli altri una lettera di licenziamento e uno scatolone per gli effetti personali. Il bersaglio di Mamet è chiaro: gli eccessi del capitalismo, il mito del successo (la parte alta della classifica), ciascuno per sé e contro gli altri, in nome della sopravvivenza, anche all’interno dello stesso gruppo, l’inganno come motore degli affari, e quindi dell’economia. Il sogno americano vale solo per alcuni, questo è il dato di partenza. Ma la pièce, più che essere intrisa di moralismo, è un racconto criminale dai tratti grotteschi, una commedia in cui i cattivi – i “padroni” – sono fuori scena e i buoni - o, meglio, le vittime - finiscono per diventare cattivi (si cerca un colpo, ma il colpo, inevitabilmente, va a rotoli).

Un testo scritto a metà anni Ottanta, quando l’economia americana era in netta ripresa, dopo la recessione di inizio decennio, risulta ancor più facile da comprendere oggi, dopo il disastro dei subprime, i mutui immobiliari acquistati da quelli della lista B, prima avvisaglia della Grande Crisi da cui non siamo mai usciti, soprattutto in Europa, soprattutto in Italia. La pièce è fatta di dialoghi serrati – del resto, per chi deve vendere la parola è tutto – in una società in cui l’alta velocità è la norma. Per Sonnino (Rubini, che firma anche la regia) quei ritmi e quei metodi sono insostenibili. Ha perso il tocco, è un venditore che non riesce più a vendere, come il Willy Loman del milleriano “Morte di un commesso viaggiatore”. Per risollevarsi ed evitare il licenziamento avrebbe bisogno di contatti buoni, quelli della lista A. I quali, però, vanno solo a chi è in testa alla graduatoria, perpetuando in sostanza lo status quo. I primi restano i primi, gli altri vanno all’inferno. È una sorta di Comma 22: per andare in cima alla classifica servono i nominativi buoni, ma i nominativi buoni vanno solo a chi è in cima alla classifica. Finirà male.

 @vannuccidavide

 

Americani. Glengarry Glen Ross , di David Mamet, traduzione di Luca Barbareschi, regia di Sergio Rubini.

TEATRO ELISEO, Roma, 27 settembre - 30 ottobre

 

 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA