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Identità di confine. Mona Hatoum al Centre Pompidou, Parigi

"Spesso mi fanno la stessa domanda: Che cosa nel tuo lavoro viene dalla tua cultura? Come se io avessi una ricetta e potessi effettivamente isolare l'ingrediente arabo, l'ingrediente donna, l'ingrediente palestinese. Spesso le persone si aspettano che mi definisca, come se l'identità fosse qualcosa di stabile e facilmente definibile."

Crediti fotografici: Light Sentence, 1992 © Philippe Migeat - Centre Pompidou, MNAM-CCI /Dist. RMN-GP © Mona Hatoum

Sono parole dell’artista libanese Mona Hatoum, nata a Beirut da famiglia palestinese nel 1952, ma dal 1975 – anno in cui si trovava in visita a Londra – costretta ad un esilio forzato dallo scoppio della guerra civile nel suo Paese. Un esilio prolungato, se si considera che ancora oggi vive nella capitale britannica e che proprio a Londra ha mosso i primi passi in ambito artistico – dopo aver studiato alla Slade School of Fine Art -, fino a diventare oggi una figura di riferimento culturale internazionale.

Infatti, le sue performance ed installazioni costituiscono un’aperta e mirata denuncia che pretende una riflessione in merito alle difficili situazioni sociali e politiche vissute dalle minoranze, che siano queste etniche, religiose o di genere.

Nel 1994 il Centre Pompidou di Parigi fu il primo, importante portavoce in terra francese dell’attivismo artistico della Hatoum, la cui impronta nostalgica ed agguerrita è rimasta negli anni inconfondibile, mentre la forma delle sue opere ha continuato ad evolvere. Una nuova, grande personale dedicata all’artista è stata inaugurata vent’anni dopo quella prima storica esposizione, e resterà in mostra fino al 28 settembre per raccogliere le testimonianze chiave del lavoro di Mona, selezionando un centinaio di opere prodotte tra il 1977 ed oggi.

Trentacinque anni sono un tempo d’osservazione e maturazione lungo abbastanza da permettere in primis all’artista e in seguito al pubblico di percepire e comprendere il processo di elaborazione del lutto per l’allontanamento dal proprio Paese, reso manifesto attraverso numerose installazioni. Per la Hatoum si è trattata di un’evoluzione non solo artistica, non solo fisica, ma soprattutto psicologica, resasi necessaria data la continua, personale - e allo stesso tempo condivisa - ricerca di un’identità definita e definibile.

Osservando cronologicamente le opere in mostra è possibile percepire il confronto continuo – empatico e potente – tra il sentire dell’artista e quello altrui, tra privazione privata e collettiva, ricordi personali e realtà dei fatti, diritti sociali e politici. Un confronto che si è emancipato nel tempo, passando per il trauma del distacco dalla propria casa e dagli affetti per approdare a questioni di diritto sociale e civile, affrontate attraverso video e performance di cui era spesso protagonista, ed in seguito attraverso installazioni che richiamano alla mente oggetti casalinghi e di uso quotidiano, i cui connotati sono però modificati fino a renderli minacciosi, pericolosi, a volte persino crudeli.

Un dialogo che si è fatto più generalizzato ma non meno approfondito, grazie ad esempio a sbalorditive rappresentazioni del planisfero, ritratto sotto forma di installazioni tridimensionali realizzate con i materiali più impensabili - centinaia di biglie trasparenti - a sottolineare la fragilità e l'instabilità del pianeta, i suoi confini, i paesi che la compongono e i fatti più cruenti che li vedono protagonisti.

@benedettabodo

Mona Hatoum
Centre Pompidou
24 giugno – 28 settembre 2015

https://www.centrepompidou.fr

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