La rivoluzione islamica e non solo. A Reggio Emilia sono in mostra le tante rivolte e trasformazioni che hanno scosso l’Iran, laboratorio nell’ultimo mezzo secolo anche di una nuova fotografia

Reggio Emilia - Dal 1979 il nome Iran è diventato sinonimo di Rivoluzione islamica, ma non molti sanno che negli ultimi 150 anni gli iraniani hanno affrontato, più o meno ogni decennio, storiche ribellioni radicali. Parte da queste premesse la mostra “Genesi di una visione latente: una finestra sulla fotografia d’arte contemporanea in Iran”, aperta fino al 17 giugno nell’ambito della rassegna Fotografia Europea di Reggio Emilia.


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Il tema della rassegna emiliana di quest’anno è ‘Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie’, ma i curatori della mostra dedicata all’Iran, Mehrdad Nadjmabadi e Reza Sheikh, hanno deciso, con il coordinamento di Germana Rivi, di declinarlo in altro modo: di puntare cioè sulla “e-voluzione” della fotografia artistica degli ultimi cinquant’anni, e sul formarsi di una nuova immagine fotografica in quel grande incubatore di idee e di originalità creativa che sono la società e la cultura urbane della Persia contemporanea.

Ma se questa è la premessa, ciò non toglie che a colpire per prima l’attenzione del visitatore sia la sintetica ma densa retrospettiva storica che lo accoglie nella prima sala dei Chiostri di San Domenico. Un ben orchestrato collage di immagini-icona della Rivoluzione islamica, accanto a quelle di un secondo Ottocento segnato dalla pioneristica presenza di due italiani – Luigi Pesce e Antonio Giannuzzi, rispettivamente a Persepoli e Mashad – e delle cronache più recenti di questi anni – dalla storica firma dell’accordo sul nucleare del 2015 al giovane volto di Mohsen Hojaij, martire iraniano decapitato dall’Isis in Siria, in una gigantografia rimasta a campeggiare a lungo in una centralissima piazza di Teheran.

E proprio la capitale, passata in 150 anni da 15 mila a 14 milioni di abitanti, è l’esempio di quella rivoluzione-urbanizzazione su cui si concentrano i due curatori: «Dopo due rivoluzioni, due colpi di Stato, due guerre mondiali e una devastante guerra moderna – scrivono i curatori Nadjmabadi e Sheikh – gli iraniani continuano a ritrovarsi nel dedalo di strade di una metropoli in espansione, con sporadici scoppi di giubilo ed esplosioni di amaro disincanto».

Efficace sintesi dell’incerto presente del Paese, in vario modo ritratto e interpretato nella ricca selezione delle opere di fotografi come Gohar Dashti (con i suoi sguardi di gruppo su paesaggi desertici), Shadi Ghadirian, Mohammad Ghazali, Ghazaleh Hedayat, Mehran Mohajer, Ali Badjian, Ramyar Manouchehrzadeh e Newsha Tavakolian. Di quest’ultima, in particolare, colpiscono i volti intensi delle cantanti che si esibiscono di fronte ad un obiettivo fotografico – nel progetto ‘Listen’ - perché non possono farlo in un concerto pubblico nella Repubblica islamica. E di uno studente del Collegio di Belle arti è il mosaico di scatti sui passanti che si fermano partecipi a guardare, tra le fessure dello schermo di copertura, i resti di un recente e tragico rogo di un grattacielo a Teheran. Ma c’è anche il fotografo italiano Walter Niedrmayr a visitare e reinterpretare l’Iran dei nostri giorni.

Una sezione della mostra è dedicata alla poetica di avanguardia di Ahmad Ali, le cui sperimentazioni negli anni Sessanta aprirono la strada alla tardiva genesi della fotografia artistica in Iran, mentre un progetto di Mohsen Rastani segue le trasformazioni degli sguardi, degli atteggiamenti, degli abiti e anche dei tratti somatici della famiglia iraniana negli ultimi decenni.

E sempre Rastani è anche uno dei protagonisti del documentario ‘Undo’ di Majed Neisi, proiettato in apertura della mostra: due fotografi di guerra, uno iraniano e l’altro iracheno, che avevano lavorato sui due opposti fronti nel lungo conflitto Iran-Iraq degli anni Ottanta, si incontrano 30 anni dopo nella città di Khorramshar. E qui ritrovano insieme le memorie di quello che entrambi hanno, da allora, perduto per sempre. Un documentario che rimanda a ‘Stronger than a Bullet’ di Maryam Ebrahimi, visto all’ultimo festival Middle East Now di Firenze: anche qui un fotografo che torna sui luoghi del conflitto Iran-Iraq, spinto da una riflessione radicale, critica e autocritica, sul ruolo ideologico che svolsero proprio le sue immagini nella costruzione della propaganda di quella guerra.

@lb7080

Photo credits Mohsen RastaniPhoto credits Mohsen Rastani

Photo credits Mohsen RastaniPhoto credits Mohsen Rastani

Photo credits Zohar DashtiPhoto credits Zohar Dashti

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