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L’arte di mettersi in comunicazione. Marina Abramović in mostra al Moderna Museet di Stoccolma

La mostra The Cleaner è la prima grande retrospettiva europea dedicata da un grande contenitore e promotore di arte contemporanea – il Moderna Museet di Stoccolma - all’icona dell’arte performativa, colei che si è autodefinita “Grandmother of performance art” e come tale, in effetti, è conosciuta in tutto il mondo.

photo credit: Marina Abramović, The Artist is Present, 2010 Performance 3 months. The Museum of Modern Art, New York, NY 2010 © Marina Abramović / Bildupphovsrätt 2016
photo credit: Marina Abramović, The Artist is Present, 2010 Performance 3 months. The Museum of Modern Art, New York, NY 2010 © Marina Abramović / Bildupphovsrätt 2016

Parliamo di Marina Abramović, artista serba naturalizzata statunitense che da oltre quarant’anni utilizza il proprio corpo come un tramite per scuotere, stimolare e toccare il pubblico, traghettando la propria visione della vita attraverso opere molto forti, polemiche e oggetto di grandi riconoscimenti. Questa personale, studiata nel dettaglio dall’artista stessa, ha fatto parlare di sé per il fatto stesso di essere stata dedicata a un’artista ed una donna controversa, spesso oggetto di critiche per le sue scelte di vita e professionali. Le ultime proprio a ridosso dell’inaugurazione della mostra, hanno ricordato ad esempio la sua scelta di abortire per non dover rinunciare ad essere un’artista – con tutti i rischi che questo, per quanto riguarda alcune pratiche estreme previste dal suo percorso artistico, comporta – oppure i rapporti professionali non idilliaci con il famoso compagno e collaboratore Ulay, con cui è in causa per stabilire i suoi diritti morali sulle opere prodotte fino al 1988.

Fortunatamente, il percorso curato da Lena Essling riesce a tenere fuori dalle porte del Moderna Museet tutto quello che è di contorno all’arte della Abramović, permettendo di concentrarsi solo sulla storia artistica di Marina, riassunta in circa 120 lavori che ovviamente comprendono le sue performance, ma non solo.

La mostra offre infatti una panoramica sulle opere dal vivo realizzate a partire dagli anni Settanta – spesso in collaborazione con Ulay – e rimette in scena ogni giorno alcuni tra i suoi più celebri lavori grazie alla collaborazione di performer preparati da Lynsey Esiger, collaboratrice della Abramović. Inoltre, focalizza l’attenzione sull’opportunità - rara - di ammirare fotografie, dipinti, disegni, scenografie realizzate dall’artista ai suoi esordi, molti dei quali esposti per la prima volta. E’ noto infatti che la Abramović ha investito molta della sua attenzione e della sua pratica artistica nella partecipazione attiva del pubblico, nell’energia tra le persone, piuttosto che nella produzione di oggetti d'arte.

Ripercorrendo la sua infanzia a Belgrado e le influenze religiose e rivoluzionarie che la suggestionarono fin dai primi anni di vita, è più immediato l’avvicinamento e la comprensione delle sue performance, veri e propri rituali che prevedono l’utilizzo o la presenza di simboli e oggetti profondamente legati alla religione come alla politica, in generale riconducibili all’esercizio di un potere. Lo stesso potere che la Abramović sceglie di lasciare al pubblico, il quale nelle sue opere diventa attore e generatore di arte, anche quando quest’ultima si trasforma in una pratica estrema. L’esempio più famoso in questo senso è quello della performance Rhythm 0 (1974), quando l’artista mise a disposizione del pubblico 72 oggetti destinati a dare piacere, dolore o morte, rimettendosi alle scelte altrui per sei ore, in un’escalation di violenza impressionante.

Una parte del percorso si concentra sulla dinamica della coppia Marina-Ulay, riassunta nella loro opera più famosa, The Lovers (1989), un rituale cammino dalle estremità opposte della Grande Muraglia cinese, fino all’incontro a metà strada, che vede la separazione dettata dal continuare – nella vita come nella performance – individualmente il proprio percorso. Non manca uno sguardo sulle opere dedicate al conflitto balcanico degli anni Novanta, tra cui spicca la performance Balkan Baroque (1997), un’opera complessa presentata e premiata con il Leone d’oro alla Biennale di Venezia, carica di emozione e disperazione per il genocidio nella ex Jugoslavia. In mostra, anche la performance inedita che dà il titolo alla personale, The Cleaner (2017) incentrata sulla creazione di una comunità attraverso la condivisione di un’esperienza reale e il semplice contatto umano.

Dunque un percorso espositivo attivo, quanto mai efficace per rendere giustizia al lavoro decennale di un’artista mossa dal bisogno di comunicare e che nell’incontro con il pubblico ha trovato il suo mezzo espressivo ideale “25 anni fa mi chiesero come sarebbe stata l’arte del XXI secolo. Risposi “priva di oggetti, useremo l’energia”. Oggi, finalmente, ho il coraggio di farlo. E quello che voglio è che ognuno possa portarsi via qualcosa, a ogni visita.”

@benedettabodo

Marina Abramović. The Cleaner
18 febbraio – 21 maggio 2017
Moderna Museet, Stoccolma
http://www.modernamuseet.se/stockholm/en/exhibitions/marina-abramovic/

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