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L’eroica storia del La Plata Rugby Club

Dieci minuti. Dieci minuti di silenzio. Non uno, come d'abitudine, ma dieci. “Dobbiamo avere paura anche di chi sta zitto?”, si chiede un Jorge Videla in abiti civili. “Sì”, risponde Montonero, lo sciancato che usa il bastone sia per mantenersi in equilibrio che per imporre l'ordine. “È un atto di ribellione verso l'esercito, la patria”, motiva il funzionario dell'esercito, simile a tanti personaggi meschini e reietti, che fanno carriera stando coi vincitori.

Photo credits mondovale.corriere.it/

Quei dieci minuti sono l'innesco di una vicenda di tragedia ed eroismo, sport e politica, amicizia e libertà. Una storia vera, quella di una squadra, La Plata Rugby Club, che in Argentina, sotto la dittatura militare, venne letteralmente decimata– furono diciassette gli atleti uccisi - ma continuò a giocare fino alla fine del campionato.

Oggi è rimasto un testimone vivente di quella tragedia, l'unico sopravvissuto, Raul Barandiaran. Grazie al suo racconto, molti anni dopo, la storia è diventata un libro e un appassionante testo teatrale, “Mar del Plata”, scritto da Claudio Fava eportato in scena al Piccolo Eliseo di Roma (4-22 novembre).

La pièce è ambientata nel 1978, in piena dittatura, anche se nella realtà la vicenda - iniziata con la morte del mediano di mischia Hernan Roca – si svolse tre anni prima, alla vigilia del golpe, quando gli squadroni dell’Alianza anticomunista erano già in azione, sequestravano e uccidevano preparando il terreno ai militari. Un espediente narrativo perché nell’estate di quell’anno il regime celebrava la propria gloria, con i Mondiali di calcio vinti dall'Argentina di Mario Kempes.

Quella del Rugby La Plata fu una storia minore, rispetto al grande circo del Mundial, ma degna di essere raccontata, come tante vicende di eroismo di quel periodo, in cui, per usare le parole della compagna di Raul, l'unica maniera per sopravvivere era mettere la testa sotto la sabbia.

In realtà, un'alternativa c'era, e i giocatori l'ebbero a disposizione: la fuga, perché il loro allenatore, un anziano claudicante - privo di bastone, però - riuscì ad organizzare una tournée rifugio in Francia. Ma rinunciarono, i ragazzi del La Plata, e restarono nel loro Paese, con uno slancio di democrazia interna e una maggioranza bulgara (solo il mister votò no). La fuga non poteva essere un'opzione, perché sarebbe stato uno sfregio nei confronti dei compagni uccisi, a partire da Diego, che aveva solo diciassette anni e, secondo il regime, frequentava gente che pensava troppo (partecipava alle riunioni dell'Unione degli Studenti). Oppure il Turco, professione panettiere, il più grande del gruppo, 30 anni, un’autorità sugli altri che gli derivava dall'altezza. Era convinto che nell'Argentina del 1978 si potesse evitare di scegliere, prima che Montonero lo riportasse alla realtà (“Prima o poi dovrai decidere, siamo in guerra, o stai con noi o con loro”). Il Turco scelse, e morì.

La rappresentazione dell'Argentina dei colonnelli, delle camere di tortura, degli edifici trasformati in prigioni, per necessità, è abbastanza nota, a partire dai film di Marco Bechis, come “Garage Olimpo”(per non parlare di “Complici del silenzio”, di Stefano Incerti, ambientato proprio durante i Mondiali di calcio). E se funziona meno l'analogia che Fava traccia con la Sicilia violentata dalla mafia, conseguenza di un dato biografico – Claudio è figlio di Giuseppe Fava, coraggioso giornalista ucciso dal clan dei Santapaola - è piuttosto efficace la recitazione di gruppo di una squadra che ragionò e agì sempre in maniera collettiva, mai individuale. Perché l'amicizia non era un valore artificiale, come quelli imposti dal regime, e il rugby, con il suo corollario di coraggio, lealtà ed altruismo, l'aveva ulteriormente cementata.

Alla fine anche l'allenatore, Pereira dovrà schierarsi. Lui, che aveva capito il buco nero in cui si erano infilati i suoi ragazzi, (“vi uccidono perché non sanno che cosa pensate, e questo li fa impazzire”) avrà un destino (quasi) cristologico. Resterà Raul, e a lui toccherà fare uscire questa storia dall’angolo del rimosso.

@vannuccidavide

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