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Liberi confini. Ai Weiwei in mostra alla Royal Academy of Arts di Londra

All’indomani della sua liberazione (lo scorso 22 luglio) dopo anni di aperto conflitto con il governo del suo paese, il polemico, struggente e ruggente artista cinese Ai Weiwei è approdato a Londra, più precisamente alla Royal Academy of Arts, per l’inaugurazione di una grande personale che sembrava destinata a raccontarne il vissuto ed il pensiero in differita, senza la possibilità di avere la sua diretta interpretazione.

Photo credits: Londra, 16 settembre 2015. Bicycke Chandelier (2015). Credits: NILS JORGENSEN/OLYCOM

Non solo perché Ai Weiwei dal 2011 non poteva lasciare la Cina, a seguito di ripetuti scontri fatti di censura del suo blog, di stato di arresto per 81 giorni e di revoca dei documenti e dunque del permesso di espatriare. Ma anche perché al momento della liberazione la Gran Bretagna ha fatto difficoltà prima di concedergli l’ingresso nel paese, preoccupata per i delicati rapporti con Pechino dopo una visita del Dalai Lama nel 2012 che ai cinesi proprio non è andata giù.

Una vita avventurosa ed in salita quella del coraggioso figlio del poeta Ai Qing, nato nella Cina di quasi sessant’anni fa ma trasferitosi in America a poco più di vent’anni per perseguire il proprio credo artistico, cresciuto negli anni fino a farne oggi uno tra i pilastri del patrimonio culturale contemporaneo. Quando fece ritorno in Cina fu per la malattia di suo padre, ma in seguito si stabilì definitivamente nel paese per rafforzare i tramiti tra il modernismo occidentale e la cultura e la storia cinese, andando incontro al suo destino di dissidente.

Le opere in mostra alla Royal Academy sono state riunite per la prima volta nella capitale dal curatore Tim Marlow, il quale ha voluto dare l’opportunità ai visitatori di conoscere l’evoluzione artistica e l’impegno politico e sociale di Ai a cominciare dal suo ritorno in Cina, nel 1993, fino ad oggi, con alcune opere inedite.

Si tratta di un universo affascinante, uno spazio ibrido basato sulla manipolazione di oggetti della tradizione cinese e la modernità nazionale ed internazionale, un sottile equilibrio creato da Ai con l’aiuto di diversi artigiani scelti – che lavorano per lui alcuni dei materiali più complessi, quali la giada, la porcellana e il marmo -, equilibrio su cui giocano per ottenere ogni volta un contrasto evocativo ed educativo. Ne sono un esempio le serie Furniture, che spaziano da assemblaggi di biciclette destinate all’immobilità, alle porcellane cinesi snaturate da marchi di fabbrica americani, ai mobili in ebano ripiegati su loro stessi.

A fianco di questi lavori, alcune delle opere più controverse ed esplicitamente critiche nei confronti del governo del suo paese, alle quali Ai deve il conflitto con le sue origini. La famosa Straight, realizzata tra il 2008-2012 con una distesa di barre in acciaio recuperate dalle macerie di un terribile terremoto che nel 2008 colpì la provincia di Sichuan, una denuncia alla condanna a morte di oltre 5mila studenti, rimasti imprigionati all'interno di edifici scolastici pericolanti. Oppure l’inedita Remains, una riproduzione in porcellana, fedele e dettagliata, delle ossa di un detenuto morto in un campo di lavoro cinese nel 1950, sotto il regime del dittatore Mao Tse-tung.

L’esposizione ha inaugurato sotto l’entusiasmo palpabile di Ai e sotto i riflettori della stampa, accesi anche per il nuovo impegno politico dell’artista, il quale lo stesso giorno dell’apertura della mostra si è unito allo scultore indo-britannico Anish Kapoor alla testa di un corteo che ha sfilato nel centro di Londra per chiedere risposte "umane piuttosto che politiche" alla crisi dei migranti. La marcia di Ai e Kapoor si è snodata per 11 chilometri nel centro di Londra, e non vi è dubbio che il cammino dell’artista coraggioso proseguirà per nuove strade e attraverso nuove opere ancora per molti altri chilometri a venire.

@benedettabodo

Ai Weiwei

19 settembre – 13 dicembre 2015

Royal Academy of Arts, Londra

www.royalacademy.org.uk

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