7 minuti: lo spettacolo teatrale che riflette sul rapporto fra lavoro e dignità

Sembra avere la struttura de «La parola ai giurati», il folgorante esordio cinematografico di Sidney Lumet, lo spettacolo che Stefano Massini, dopo il Teatro Argentina di Roma, ha portato al Piccolo di Milano, con un titolo, «7 minuti», che fotografa immediatamente il motivo del contendere. Nel film del 1957 l’americano integerrimo Henry Fonda, giurato popolare n. 8, era l’unico a non essere totalmente convinto della colpevolezza di un ragazzo accusato di parricidio. Non che parteggiasse per la sua innocenza, ma coltivava il dubbio.

Sul palco, con la regia di Alessandro Gassman, è Ottavia Piccolo, alias Bianca, operaia di un'azienda tessile con trent'anni di carriera (e di lotte sindacali) alle spalle, a nutrire un dubbio. Perché i nuovi padroni della fabbrica non taglieranno posti di lavoro, come temuto. Alle dipendenti - il personale è interamente femminile - chiedono solo sette minuti. Una pausa ridotta di quattrocentoventi secondi. Le delegate di fabbrica non dovranno fare altro che votare l'accordo, a maggioranza, e firmarne l’accettazione.

Qui inizia la dialettica di uno spettacolo che è tutto ambientato in una sola stanza, fatta di armadietti, un tavolo e poco più, quella in cui le delegate aspettano l'arrivo di Bianca, la loro rappresentante, e discutono la proposta dell’azienda. Nel film di Lumet il giurato n.8, dubbio dopo dubbio, riuscirà a portare tutti gli altri undici dalla sua parte. Nel testo scritto da Massini – l’autore della celebrata Lehman Trilogy – l’opera di persuasione è più difficoltosa, ma per respingere l’accordo basta la maggioranza semplice, non serve l’unanimità. Bianca invita a vedere “quello che c’è scritto” nella richiesta dell’azienda, ma anche e soprattutto “quello che non c’è scritto”. La questione, infatti, è di principio. Sette minuti in sé non rappresentano un problema, specie se l’alternativa temuta era la perdita del posto di lavoro. Eppure quei quattrocentoventi secondi sono un diritto, non una concessione fatta dall'alto.

La prospettiva di Bianca è fosca: i sette minuti sono solo il primo passo. I diritti verranno smantellati senza fare troppo rumore. Una prima richiesta, apparentemente innocua, poi un’altra, e così via. E il dipendente accetterà sempre, per bisogno. Incalza l’anziana sindacalista: bisogna lavorare a qualsiasi costo? Il diritto al lavoro non implica forse che quello stesso lavoro debba essere dignitoso?

Il punto di vista contrario è espresso, non a caso, da una giovane impiegata: gli affari vanno bene, gli acquirenti hanno investito tanto e ora chiedono qualcosa in cambio per mantenere il livello di occupazione. Perché pensare solo al fatto che “ci hanno venduto”, non al fatto che “qualcuno ci ha comprato?”. Perché ricorrere costantemente a dietrologie sulle scelte del "padrone"? A Bianca si contesta quasi di voler pensare troppo (“tu vuoi sempre sapere il nome di una strada, non ti basta camminare”), di complicare quello che è semplice. Lei ribatte: non si tratta di complicare, ma di smontare e rimontare un problema, in modo da coglierne il senso. Per rendere più tangibile la questione, la quantifica: in fabbrica ci sono 200 persone, tra operaie e impiegate. Sette minuti in un mese fanno seicento ore, regalate all’azienda.

Lo spettacolo è ispirato ad un episodio reale, il braccio di ferro tra le operaie tessili di Yssingeaux, nell’Alta Loira, e i nuovi proprietari della fabbrica. Nel gennaio 2012 undici donne si riunirono per decidere se accettare o meno la riduzione di sette minuti nella pausa. La pièce di Massini è giocata su una serie di dicotomie. I diritti contro il principio di realtà, in un’era di competizione esasperata. I nuovi assunti, a cui interessa solo lavorare, contro i dipendenti più anziani. Gli autoctoni contro gli immigrati, dall'Est Europa, dall'Africa, dalla Turchia, in una sorta di guerra tra poveri. Con una domanda che attraversa tutto lo spettacolo: chi ha più forza in una trattativa, l’azienda o i lavoratori? Di chi è la fabbrica, di chi ci lavora o di chi ne detiene la proprietà?

@vannuccidavide

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA