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Shenzhen significa inferno. La fabbrica dei suicidi portata sul palco

La struttura è quella di un reality, c’è chi vince e chi perde, chi entra e chi esce, si giudica e si viene giudicati. In palio non c’è una carriera nel mondo dei morti di fama, bensì milleottocento yuan al mese, il doppio del normale stipendio. Concorrono A, B, C e D, sigle, più che persone, perché in fabbrica, racconta Stefano Massini, si è automi e si perde la propria identità.

Massini è l’autore della celebrata Lehman Trilogy, che fu portata in teatro da Luca Ronconi. È uno scrittore che ama trovare ispirazione nell’attualità: la Grande Crisi del 2008, l’omicidio di Ilaria Alpi (“African Requiem”), quello di Anna Politkovskaja (“Donna non rieducabile”). Nello spettacolo in scena al Brancaccino di Roma, “Shenzhen significa inferno” (26-29 novembre), l’intreccio si sviluppa a partire dalla fabbrica della Foxconn, nel Guangdong, in cui vengono assemblati prodotti della Apple, tra cui gli iPhone. Una sorta di lager del lavoro, secondo alcune organizzazioni non governative occidentali: ritmi insostenibili, tassi di suicidio superiori alla norma.

Lo scrittore sembra condividere questa prospettiva. Sul palcoscenico di questo reality ci sono quattro sedie vuote – i concorrenti sono fantasmi, identificabili solo con una lettera – e una esaminatrice, vestita di bianco (è una white collar, del resto), che gioca con domande e risposte, dissimula, mente, in una sorta di sevizia psicologica che è parallela a quella fisica della fabbrica. Un’atmosfera claustrofobica, in cui riecheggia l’ossessione del marchio, ciò che dà valore al prodotto, pur non avendo un nesso così stringente con i processi economici. Non c’è proporzione tra il salario di 900 yuan e i fatturati societari, eppure il consumatore paga di più quell’oggetto, perché porta quel determinato marchio (ci sono echi di “No logo, il libro di Naomi Klein che una quindicina di anni fa divenne la bandiera dei no global).

I concorrenti, in realtà, una personalità ce l’hanno, perché hanno una storia. A è un’atleta “che non accetta la sconfitta”. B è un’operaia specializzata, conserva il rimpianto di quel diploma soltanto sfiorato e l’orgoglio (o forse la sfrontatezza) di chi può fare a meno di quella fabbrica, perché “troverebbe lavoro in un paio di giorni”. C è fedele all’azienda da trent’anni, anche se probabilmente si sarebbe aspettato una gratificazione economica, proprio in virtù di quella fedeltà. D ha un’esistenza anonima, sulla linea che lo porta dalla stanza singola in cui vive al laboratorio in cui lavora. Tutte queste personalità vengono annullate, perché bisogna dare la risposta giusta, non quella vera, cercare di sfuggire ai tranelli (la scheda madre difettosa), uscire vivi da un’Inquisizione lunga sessanta minuti.

Massini disegna un microcosmo aziendale in cui la meritocrazia diventa lotta per la sopravvivenza, rimozione di chi “rappresenta un peso”, oltre che un costo, e nel quale il culto dell’efficientismo, in nome della competitività, si accompagna ad una volontà di controllo totale (l’ispettrice di fabbrica travestita da stagista, il diario personale ritrovato nella borsa di un’operaia). Il monologo – interpretato da Luisa Cattaneo, già  protagonista di altri testi dell’autore, come “La gabbia” e  la stessa “Donna non rieducabile” – sembra volerci spingere a valutare le virtù da possedere in azienda. Bisogna avere coraggio delle proprio idee? Oppure questo coraggio può essere scambiato per arroganza? Bisogna lavorare come degli automi o pensare come degli uomini? Senza contare che chiunque giudica, anche se porta un vestito bianco, potrà essere a sua volta giudicato.

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