Stories: le storie di Rocchelli che raccontano le vittime dimenticate

"Sangue uzbeko", titola L'Espresso. "Le nettoyage ethnique au Kirghizistan", scrive Le Monde, sulla falsariga del brasiliano Folha de S. Paulo ("Violência étnica Kirguisa"). "Bloody ethnic clashes", sintetizza "The Irish News". "Where is Justice?", si chiede retoricamente il Dallas Morning News. Titoli che non furono mai, purtroppo, perché gli scontri tra kirghizi ed uzbeki - anno 2010, quando tutto il Paese fu coinvolto da un'ondata di violenze contro la minoranza etnica - non raggiunsero le prime pagine della stampa internazionale. Troppo regionale, quel conflitto, troppo limitati gli effetti, perché si potesse trovare spazio sui giornali. Un blackout mediatico, a dimostrazione che, nella selezione delle notizie, tanto più quando ci si occupa di Esteri, c'è sangue che vale piò di altri, ci sono violazioni dei diritti umani che occupano copertine, smuovono cause, stimolano appelli, ed altre che restano nell'ombra.

Photo Andy Rocchelli

 Andy Rocchelli (27 settembre 1983, Pavia - 24 maggio 2014, Sloviansk, Ucraina) era un fotografo che non si limitava a raccontare storie, anche se la bella mostra che gli viene dedicata, a Roma, al Museo di Roma in Trastevere (1 ottobre - 15 novembre) si intitola proprio "Stories", per sottolineare la dimensioni plurale e collettiva della sua arte, e i molteplici modi in cui ha inseguito la realtà. Aveva, come altri colleghi, un'idea forte del proprio lavoro, vista come una sorta di missione: se la quotidianità giornalistica era fatta da un flusso ininterrotto e superficiale di notizie, la macchina fotografica consentiva di trasformare l'evento in documento, di impedirne la rimozione, di fissarlo per i posteri. E di inquadrarne il contesto, fatto di esseri umani, con il loro vissuto e il loro presente, spesso schiacciati dal peso della Storia.

Photo Andy RocchelliPhoto Andy Rocchelli

Per questo motivo Andy aveva fondato nel 2008, assieme ad alcuni colleghi, un collettivo di fotografi, Cesura, costruito sull'idea di scambio e collaborazione, e modellato sull'esempio delle antiche botteghe italiane, veri e propri laboratori in cui un artista e i suoi allievi lavoravano fianco a fianco, imparando e migliorando il proprio mestiere. Rocchelli usava l'ironia contro il disinteresse dei media verso certi drammi umani.

Così, una bella ed originale sezione della mostra raccoglie una grande quantità di immaginarie prime pagine, che spiegano come la grande stampa internazionale - da Time al Guardian, dal New York Times al Washington Post, dal Wall Street Journal al Pais - avrebbe raccontato l'evento in Kirghizistan se solo l'avesse ritenuto degno di nota.

Le "finte" prime pagine.Le "finte" prime pagine.

Ci sono, naturalmente, anche le testimonianze dirette del suo lavoro in Asia centrale, così come in altre regioni dimenticate del pianeta. Quello che colpisce dell'opera di Andy è il punto di vista, quasi sempre dalle parte delle vittime: le minoranze prese di mira, i civili intrappolati nei conflitti, le donne che cercano notizie dei propri mariti, partiti per il fronte o spariti in circostanze misteriose, i bambini dallo sguardo smarrito, di fronte a una realtà che non possono capire, e davanti alla quale non possono opporre alcuna difesa.

Le conseguenze della disgregazione dell'Unione Sovietica sono uno dei filoni narrativi di Rocchelli. Di qui l'interesse per il Caucaso riottoso, dall'Inguscezia all'Ossezia del Nord, così lontano, non solo geograficamente, da Mosca. O quello per la rivolta ucraina dell'inverno 2013-2014. L'obiettivo di Andy è puntato evidentemente sul Maidan, la piazza dell'indipendenza che diventa il campo di battaglia tra il fronte di Yanukovich e quello dell'opposizione: li' si combatte, ci si accampa, si festeggiano vittorie, si celebrano funerali. A un certo punto, però, parte per l'Ucraina dell'Est, per il Donbass, dove si è spostato il conflitto tra l'esercito regolare e i separatisti filo russi, la cui roccaforte è Sloviansk. Rocchelli racconta la vita quotidiana prima del ritiro strategico delle milizie (5 luglio), con immagini che, in Europa, sembrano uscite da un'altra era: gruppi di persone che trovano rifugio negli scantinati bui, spesso poco più che dispense adibite alla conservazione degli alimenti; orfani di guerra, "anime congelate", adottati dai vicini o da altri conoscenti, che arrivano a formare famiglie allargate, non biologiche (Andy ritrae Sergey Kushlov, 50 anni, padre adottivo di ben dieci bambini). Ed è proprio a Sloviansk che Rocchelli trova la morte, ucciso da un colpo di mortaio.

Photo Andy RocchelliPhoto Andy Rocchelli

Prima della crisi ucraina Andy aveva seguito la rotta mediterranea, movimenti di individui e popoli generati dalla primavera araba (ancora un altro caso di disgregazione di un ordine che si presumeva immodificabile). Movimenti di chi fuggiva dalla Libia in guerra, per cercare rifugio in Tunisia - dove la primavera aveva già portato alla cacciata del dittatore - e di chi, invece, si spostava verso Misurata e gli altri centri della rivolta, animato da un unico proposito, far cadere Gheddafi. Quello dell'Arab Spring, peraltro, era stato uno dei primi esempi del metodo Cesura: tanti fotografi, in zone diverse, tanti punti di vista, per costruire, alla fine, un prodotto e un progetto collettivo, in grado di unificare i lavori dei singoli in maniera coerente.

 

 

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