Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi. Il teatro parla di Birmania e democrazia.

"Credi che ci sarà mai una vera democrazia in Birmania?", chiede Zaw, comico dei Moustache Brothers. "Impossibile", sentenzia la controparte, Lay: "È come se il Macbeth si chiudesse con il lieto fine". E invece in Birmania, se non il completo lieto fine, sono arrivate le elezioni, il partito di Aung San Suu Kyi ha vinto, anzi stravinto, e un suo storico collaboratore, Htin Kyaw, è diventato presidente della Repubblica (a lei, "The lady", la presidenza era preclusa per una norma ad hoc, fatta approvare anni prima dai militari, che proibiva la candidatura a chi avesse sposato uno straniero). Ai tempi di Macbeth non c'erano le sanzioni internazionali, a quelli di Than Shwe si', e il leader della giunta militare birmana, alla fine, ha ceduto: semaforo verde alla liberazione dell'eroina nazionale, figlia di Aung San, padre della patria, protagonista della rivolta contro i coloni inglesi, giovane contadino divenuto militare, assassinato in una mattina di luglio del 1947 ("E la piccola Suu si ritrovò senza padre, e la grande Birmania si ritrovò senza padre").

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Correva l'anno 2010 quando "la donna con le orchidee tra i capelli" fu liberata, ed è lì' che si interrompe "Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi", la bella pièce che il Teatro delle Albe di Ravenna ha prodotto e portato sui palcoscenici d’Italia (adesso, fino al 17 aprile, è al Teatro Argentina di Roma). La fine è nota, e lo spettacolo è il racconto della parabola di una donna che, a un certo punto, scelse la politica, perché, con quel cognome, non poteva tirarsi indietro, perché di fronte al massacro degli studenti – una data simbolica, l’8 agosto del 1988- "non poteva stare a guardare", perché “ se non ti occupi di politica, sarà la politica ad occuparsi di te".

La felice penna di Marco Martinelli sceglie di descrivere la Suu pubblica, che sacrifica il privato al politico e, in Birmania al capezzale della madre, decide di restare in patria, di raccogliere, quarant'anni dopo, l'eredità paterna (“il suo fantasma era arrivato a presentare il conto”), di tenere a distanza, nella "grigia ed umida Oxford" la famiglia, i due figli, il marito Michael, conosciuto quando erano entrambi studenti, lui di tibetano e violino, lei di scienze politiche e pianoforte. È solo il coro a raccontare questa malinconica storia d'amore, è solo il coro a suggerire gli incubi che Suu provò quando Michael si ammalò di cancro e i generali si accorsero di avere un formidabile asso nella manica: via dal Paese la “smorfiosa con le orchidee fra i capelli”, così insopportabilmente popolare, così capace di raccogliere attorno a se il malcontento e trasformarlo in consenso, via dal Paese la loro continua ossessione ("parlate sempre di me, siete il mio ufficio stampa gratuito"), via dal Paese quel fastidioso ostacolo al loro potere dispotico.

E invece l'eroina, "tagliata in due come una spada", scelse di restare, di non trasferirsi in Europa - dove "sarebbe stata contesa da tutti i salotti”- e Michael mori il giorno del suo compleanno, solo i figli accanto, il 12 dicembre del 1999. All'epoca Suu era già un'icona internazionale, frutto soprattutto del Nobel vinto nel 1991, dopo che le elezioni dell'anno precedente erano state stravinte dalla sua Lega Nazionale della Democrazia, ma i militari ne avevano invalidato l'esito.

Proprio come sarebbe avvenuto 25 anni dopo, la giunta era convinta di gestire il voto, ma il popolo, abituato al giogo dell'esercito, si era identificato con l'eroina che, nel suo primo discorso pubblico, davanti alla pagoda di Shwedagon, non aveva promesso un cammino facile, ma aveva esaltato la possibilità di camminare: "La democrazia non risolverà tutte le nostre difficoltà. Pensare che oggi si instauri la democrazia e domani tutto andrà bene è un grave errore. La democrazia è solo l'inizio. Non è perfetta, ma si dà il caso che sia migliore di altri sistemi. In democrazia si ritiene sempre che la prima cosa è parlare, l'ultima è ricorrere alla violenza". Una retorica churchilliana, a cui si affiancava una pratica politica che mescolava l'opzione non violenta, sull'esempio del Mahatma Gandhi, e la capacità mandeliana di perdonare, contro l'odio corroborante e contro la vendetta che fortifica. Con Suu il perdono è arma politica. “Dobbiamo sorprenderli con la compassione", diceva Mandela, riferendosi ai suoi nemici. “La forza del perdono è molto più efficace di ogni spirito di vedetta”, sostiene The Lady.

Grazie a una somiglianza che da gestuale si fa fisica, Ermanna Montanari rende pienamente la ferma mitezza di una donna che irritava perché sorprendeva, perché opponeva al semplice il complesso, perché rappresentava un'alternativa a quello che il popolo aveva conosciuto per decenni. Prima la via birmana al socialismo del generale Ne Win ("la semplificazione è una cosa meravigliosa! Basta con le forme curve e le sfere e le idee complicate come la democrazia, che il nostro popolo non sa neanche cos'è! Solo angoli retti, precisi, un unico Partito, via i giornali via la Costituzione, via i sindacati, chiuse le università"). Poi la cosmesi del generale Saw Maung: non più Birmania, ma Myanmar, non più Rangoon ma Yangon, ("fine dei pericoli", nella lingua locale), una parentesi chiusa con le elezioni che sfuggono di mano. Infine, il generale Than Shwe, che alterna carota (poca) e bastone (tanto), fa liberare Suu una prima volta, ma, consapevole del pericolo, la fa mettere sotto "custodia protettiva" e infine cerca di attentare alla sua vita: è il venerdì nero del 2003, dopo il quale tornerà nuovamente ai domiciliari ("quella casa sul lago diventerà la sua tomba: il mondo la deve dimenticare").

Tra i militari e Suu non ci può essere dialogo ("dopo i diritti umani cosa verrete a chiederci? Campi per i nudisti?”), anche perché un codice comune non esiste ("s'intendono meglio coi ribelli che imbracciano il mitra e vanno nella foresta”, ripete The Lady, “perché usano il loro stesso linguaggio, noi che imbracciamo le armi della mitezza non ci capiscono"). La figlia di Aung San  propone una rivoluzione spirituale intrisa di buddismo, che echeggia Roosevelt, vuole liberare gli uomini dalla paura e i birmani dalle loro ataviche abitudini, come la corruzione: non è tutta colpa della miseria, ed è triste pensare che "la moralità si pratica solo a stomaco pieno".

L'Occidente non ne esce benissimo, dalla vacua giornalista di Vanity Fair, alla ricerca di titoli sensazionali ("la Giovanna d'Arco birmana") e segreti estetici (“Come ha fatto a mantenere un incarnato di porcellana?"), all'inviato ONU che non riesce a smuovere le acque e accusa il contesto (“il cattivo danzatore dà la colpa al pavimento”, dice Suu). Eppure la pressione internazionale è stata  decisiva per far cadere il muro: Than Swe ha passato la mano a Thein Sein, Mr Clean, e la folla ha raggiunto la casa sul lago per acclamare la sua eroina ("è finita, perché le cose finiscono, tutte le cose finiscono”, esclama il coro).

Adesso che la Lega Nazionale per la Democrazia ha la maggioranza in entrambe le Camere e The Lady è de facto capo del governo, oltre che ministro degli Esteri, i puristi della dissidenza puntano il dito contro il suo tatticismo, i compromessi, la scelta di riconciliarsi coi militari, non comprendendo che solo così la transizione può essere gestita e rafforzata. Aung San Suu Kyi, "un raccolto luminoso di strane vittorie", in lingua birmana. Le vittorie sono storia recente, "le fatiche delle montagne sono alle spalle", ma "davanti a noi stanno le fatiche delle pianure, e non saranno meno insidiose".

@vannuccidavide

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