Crea false realtà, non tollera i giornalisti, spera di poter usare l'atomica, odia i neri e, soprattutto, è un truffatore salvato molte volte dai poteri forti. Cay Johnston traccia un inquietante ritratto della faccia oscura del presidente. Quella che gli ha permesso di arrivare alla Casa Bianca.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dà una pacca sulla spalla al figlio di Aaron Williams durante un incontro con i proprietari della Casa Bianca a Washington, Stati Uniti, 5 dicembre 2017. REUTERS / Kevin Lamarque
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dà una pacca sulla spalla al figlio di Aaron Williams durante un incontro con i proprietari della Casa Bianca a Washington, Stati Uniti, 5 dicembre 2017. REUTERS / Kevin Lamarque

«Donald Trump è al centro di un sistema corrotto». A parlare è David Cay Johnston, uno dei più autorevoli giornalisti americani. Per molti anni reporter del The New York Times, vincitore nel 2001 del Premio Pulitzer, Cay Johnston – il cui prossimo libro, It's Even Worse Than You Think, uscirà nel gennaio del 2018 – racconta in Donald Trump (Einaudi) retroscena e verità nascoste che costellano l'ascesa dell'uomo che sarebbe diventato il 45° presidente degli Stati Uniti d'America.


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Cay Johnston, il presidente Donald Trump non tollera particolarmente certo giornalismo. Potrebbe parlarci della sua esperienza al riguardo?

«Donald Trump si aspetta che qualsiasi cosa egli dica venga presa per Vangelo. Si è creato una propria realtà personale. Per tutta la sua intera vita ha inventato storie riservate alla stampa, in particolar modo tabloid, quotidiani e trasmissioni scandalistiche, dove l'accertamento della verità non intralcia una storia ad effetto. I pochi reporter come me che invece controllano i fatti – e anche relazioni fondamentali e circostanze rilevanti che lui vorrebbe non esistessero – ricevono telefonate da parte sua, spesso in preda alla collera dopo che, il più delle volte, non ha letto articolo per intero ma solo il titolo. È anche noto perché è solito presentarsi con avvocati aggressivi al seguito ad incontrare capi-redattore e minacciare azioni legali ma, con un'unica eccezione – quella riguardante l'autore Timothy L. O’Brien –, non ha mai fatto causa ai giornalisti. Trump perse il caso O'Brien».

Quali sono le principali strategie adottate da Trump per creare, gestire e vendere la propria immagine pubblica?

«Trump concepisce affermazioni senza fondamento e le ripete finché la gente non arriva a credere che siano vere, come quando nel 1990 dichiarò di possedere un patrimonio di miliardi di dollari mentre in realtà non era in grado neanche di pagare i propri debiti. Inoltre, fa ampio uso di slogan che spesso si contraddicono, come evidenzio in The Making of Donald Trump. Quando i fatti sono chiari, dice cose che possano confondere la realtà: egli ammetterà, per poi negare, di non avere mai fatto talune dichiarazioni, mentre riprese audio e video testimoniano chiaramente il contrario, così come di essere a favore o contro una determinata posizione».

L'indole vendicativa di Trump e la sua intolleranza alle critiche - che lei ha descritto nel libro – potrebbero essere all'origine dei vari rimpasti di governo (The New York Times ha confermato le voci circa possibili dimissioni future del Segretario di Stato americano Rex Tillerson)?

«Donald è solito usare la gente. Una volta ottenuto ciò che vuole oppure nel caso in cui non incontri fedeltà assoluta si libera delle persone. Ha un temperamento scostante«.

Dopo il parziale via libera della Corte Suprema al Muslim Ban, Trump annuncia di voler trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. A suo parere, quali conseguenze potrebbero avere tali decisioni nei rapporti con il mondo musulmano?

«In primo luogo, queste circostanze evidenziano come l'affermazione di Trump di essere un grande negoziatore non sia altro che una menzogna. Trump non ha avuto alcun ritorno dalla sua disposizione estemporanea di voler spostare l'ambasciata americana, cosa che non ha fatto e che non è destinata ad avere luogo. Un abile negoziatore avrebbe dovuto trarre qualcosa in cambio di uno spostamento così importante dal punto di vista simbolico. In secondo luogo, Trump sta cercando di creare incidenti che possano giustificare l'uso di un maggior potere personale e, forse, l'impiego di armi nucleari, cosa che durante la campagna elettorale promise che avrebbe fatto mentre, dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, rassicurò che ogni promessa scandita durante la campagna elettorale sarebbe – senza eccezioni – stata esaudita. Trump è un fanatico che cerca di fomentare la propria base di consenso (che sta diminuendo) a promuovere un'intolleranza anti-islamica».

L'incriminazione di Michael Flynn, ex-Consigliere per la sicurezza nazionale, è l'ultimo risvolto del cosiddetto Russiagate, che coinvolge parte dell'amministrazione e della famiglia del presidente Trump (il genero Jared Kushner in modo particolare). Secondo lei, quanto è pervasiva la sfera d'influenza della Russia e quanto ciò potrebbe costare al presidente degli Stati Uniti?

«Donald è stato in debito con mafiosi russi, oligarchi russi ed elementi corrotti del vecchio impero sovietico almeno dal 1982. Egli è estremamente vulnerabile, in relazione ai suoi accordi finanziari e per l'aiuto ricevuto dal Cremlino durante la campagna elettorale».

All'ultimo missile lanciato dalla Corea del Nord rispondono le esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud. A cosa potrebbe condurre questa escalation provocatoria?

«Donald ha scritto su Twitter, casualmente, riguardo l'uccisione di 25 milioni di persone in Corea del Nord, un atto che, qualora lui volesse portarlo avanti, renderebbe l'America uno Stato-paria. Non lo farà perché l'esercito americano non glielo permetterebbe. Tuttavia, egli sta cercando intensamente di provocare una guerra e, forse, l'impiego tattico (non strategico) di armi nucleari».

Cosa ne pensa dell'attuale deterioramento delle relazioni fra America e Inghilterra?

«Un inconveniente temporaneo».

Chi è John Bar(r)on? E John Miller? A cosa servivano le identità fitttizie adottate da Trump?

«Donald ha inventato notizie che poteva attribuire a questi dirigenti immaginari che lavorerebbero per lui. Il problema è che non è stato abbastanza abile da riuscirci ed è stato scoperto. L'ha anche confessato in una registrazione audio, anche se a quel tempo negò di averlo fatto. Come ho detto, Donald crea la sua propria realtà, qualunque cosa abbia detto l'ultima volta, è ciò che egli considera veramente reale».

Durante la campagna elettorale, Donald Trump dichiarò di essere in lotta contro un sistema corrotto. Cosa ne pensa della liceità e dell'opportunità istituzionale dell'appoggio alla candidatura di Trump fornito dal procuratore generale del Texas Greg Abbott, che aveva di fatto costretto la Trump University ad abbandonare il Texas? E del dietrofront del procuratore generale della Florida Pam Bondi, che aveva inizialmente considerato l'ipotesi di partecipare alle indagini del procuratore di New York sulle possibili attività truffaldine relative proprio alla Trump University?

«Le leggi americane riguardanti i crimini dei colletti bianchi, inclusa la truffa, sono alquanto inefficaci. Trump è semplicemente uno dei tanti geni della truffa che si sono arricchiti rubando agli altri e facendola franca per questo. Abbott e Bondi sono esempi emblematici di funzionari incaricati di far applicare la legge che hanno praticato un doppio standard nell'applicazione della giustizia, uno per i loro amici e un altro per coloro verso i quali l'esercizio di un'azione penale avrebbe garantito voti».

Cosa potrebbe raccontarci circa la relazione tra Donald Trump e Roy Cohn e sulla questione razziale? In che modo Cohn ha facilitato l'ascesa di Trump?

«Trump disse che Cohn, un avvocato molto noto per la sua condotta immorale e criminosa, era come un secondo padre per lui e il mentore più autorevole. Cohn era anche un intollerante che derise la gente di colore e gli omosessuali, nonostante fosse gay e sarebbe poi morto di Aids (negò fino alla fine di essere gay)».

Trump affermò che ristrutturare il debito fosse una pratica standard. Cosa può dirci sulle sei bancarotte cui andò incontro? Cosa sarebbe successo se, nei primi anni '90, lo Stato del New Jersey non lo avesse salvato?

«Le sei bancarotte della sola società per azioni quotata in borsa che Trump avesse mai guidato non presentavano tattiche commerciali standard. La società di casinò di Trump perse denaro in ciascuno dei suoi tredici anni di esistenza e imbrogliò i fornitori di piccole aziende e molti altri mentre Trump intascava almeno 82 milioni di dollari.

Se le autorità di regolamentazione dei casinò del New Jersey avessero seguito la legge avrebbero dovuto revocare la licenza di Trump, incaricare un amministratore fiduciario con il compito di vendere i casinò e tale amministratore avrebbe dovuto gestire i casinò ad interim. Successivamente Trump sarebbe potuto tornare in virtù della sua resilienza. Almeno sarebbe stato chiamato a rispondere delle proprie responsabilità. Questo non è mai avvenuto nonostante figurasse in due processi per frode fiscale e ammise di aver imbrogliato in riferimento alle imposte sulle vendite e molti, molti altri atti di cattiva condotta, alcuni dei quali di natura criminale».

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