Il pallone è tondo e galleggia

Un campo di calcio galleggiante messo su da una banda di ragazzini entra nell’immaginario del mondo.

Loro sono quelli che hanno dimostrato che il calcio si può giocare anche in mezzo al mare, su un rettangolo di legno galleggiante. Un gruppo di bambini di un minuscolo villaggio costruito sulle palafitte nella Baia di Phang Nga, Thailandia, circondati dall’alta marea che negava loro la comodità di un campo sulla terra ferma.

L’ispirazione venne guardando in TV un altro piccoletto che si faceva beffe delle leggi della fisica. Diego Armando Maradona ai Mondiali messicani del 1986, quelli della mano de dios nel cielo dello stadio Azteca. Loro, i ragazzini di Koh Panyee, si costruirono una piattaforma grande abbastanza da ospitare due porticine e dieci piccoli sognatori. Al posto dell’erba, i chiodi e il legno delle barche andate in malora. Erano figli di pescatori musulmani provenienti dall’Indonesia. Ogni palla persa, un tuffo nel mare delle Andamane.

Tre anni fa la loro incredibile storia è diventata un cult di YouTube sotto forma di campagna pubblicitaria della banca thailandese TMB (Thai Military Bank). Un video cliccatissimo (a oggi, 2,7 milioni di visite) che racconta con ironia come su quell’improbabile campetto poggiato sull’acqua sia nata allora una squadra destinata a imporsi venti anni dopo come una delle più forti a livello giovanile di tutto il Paese: il Panyee Fc, sette titoli regionali consecutivi.

Quella banda di ragazzini che a piedi nudi inventò la dimensione liquida del calcio, oggi ha passato i quaranta e vive ancora nel villaggio all’ombra di una delle tante rocce verticali che sovrastano la baia.

Qui i primi migranti indonesiani arrivarono nel 1800 in cerca di acque ricche di pesci e coralli. A scoprire l’isola fu un tale Toh Baboo che per segnalarla agli altri partiti con lui, issò un vessillo in cima alla roccia e la chiamò appunto Koh Panyee, l’Isola della Bandiera.

In origine erano tre famiglie e due palafitte affacciate sull’oceano, due secoli dopo gli abitanti sono quasi duemila e il villaggio si è allungato di quattrocento metri sopra l’acqua. Al centro c’è la moschea e una scuola. Il vecchio campo di legno galleggiante è stato sostituito da uno più grande e moderno, in sintetico verde e blu, con porte regolamentari, circondato da reti che impediscono ai palloni di finire in mare.

Grazie alla leggenda 2.0 del Panyee Fc, il villaggio è diventato una destinazione molto popolare sulla rotta turistica che da Phuket porta alla vicina Khao Phing Kan, meglio nota come l’isola di James Bond in L’uomo dalla pistola d’oro, del 1974 con Roger Moore.

Per indagare un po’ più a fondo questo microcosmo della società postmoderna, due filmaker finlandesi si sono trasferiti sulle coste occidentali della Thailandia per girare Panyee Fc, The Incredibile True Story. Sauli Sirviö è un fotografo e videoartista con la passione dei documentari, Lasse Järvi un regista di Helsinki trapiantato a San Francisco e amato dalla pubblicità (ha lavorato per Microsoft, Ebay, Century Fox). Insieme hanno diretto Never Going Home, documentario su due fuorilegge dei graffiti fuggiti in Asia per evitare una condanna nel loro Paese.

Nell’incredibile storia vera del Panyee Fc hanno visto qualcosa che accomuna la Finlandia a questo minuscolo villaggio thailandese. “Geograficamente, culturalmente e religiosamente – spiegano – siamo mondi lontanissimi. Tuttavia le limitazioni che la natura impone a due comunità così piccole e la capacità di ovviare a questi ostacoli attraverso le rispettive risorse naturali, ci avvicinano molto più che idealmente.

In Finlandia abbiamo una parola che indica la forza di volontà, la perseveranza e la determinazione nell’affrontare razionalmente i problemi che la vita ci sottopone quotidianamente. È una parola secca, quasi intraducibile in ogni altra lingua: sisu. La favola dei ragazzini di Koh Panyee è un esempio di sisu che rende bene l’idea: un moderno romanzo popolare sulla capacità di trasformare il più complicato degli svantaggi in una sorta di benedizione.”

Le riprese del documentario sono appena cominciate e per finanziare il film (424mila dollari di budget) sono state messe all’asta sul web quindici quote da 30mila dollari. Non è esattamente quel che si dice crowd funding, ma piuttosto purpose marketing, una partnership strategica con marchi facoltosi in cerca di una buona causa da sponsorizzare.

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