Nel mirino perché considerati miscredenti e minacciati dall’etnocentrismo pashtun. «Per questo voglio essere definito hazara, sarò afgano quando l’Afghanistan sarà il Paese di tutti», dice il giornalista Basir Ahang, protagonista del film Sembra mio figlio, che porta fino a Trieste una lunga storia di persecuzioni

Un giovane hazara a Kabul. REUTERS/Adnan Abidi
Un giovane hazara a Kabul. REUTERS/Adnan Abidi

«Prima dell’università a Kabul, dove studiavo letteratura persiana, la mia identità erano i racconti degli anziani, sussurrati, come a volerci proteggere. La mia consapevolezza è maturata giorno per giorno, episodio dopo episodio. Ricordo una volta, a lezione. Rispetto a quel che raccontava il professore di linguistica posi una domanda, stavo leggendo Chomsky, non mi tornava quel che diceva. E mi sono sentito rispondere che dovevo tacere, perché ero un hazara. Ai suoi occhi bastava quello per togliermi il diritto a porre domande».


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Basir Ahang è come una quercia, con le radici ben piantate nella sua storia e in quella del suo popolo. Giornalista, attivista e, adesso, anche attore. Basir è infatti uno dei protagonisti di Sembra mio figlio, della regista Costanza Quatriglio, la storia di due fratelli hazara, tra Trieste e il confine tra Afghanistan e Pakistan.

Dopo il festival di Locarno, il film arriva in Italia, e basta avere un minimo di attenzione a quel che succede in Afghanistan per capire quanto la condizione degli hazara è piantata nel cuore di un conflitto che si trascina senza via d’uscita da oltre 17 anni. L’ultimo attentato contro la comunità è avvenuto a Kabul, il 5 settembre scorso.

«La situazione attuale è drammatica. Io, come tanti altri hazara, abbiamo riposto molte speranze nell’invasione della coalizione internazionale, nel 2001, ma già dal 2005-2006 era evidente che non stava accadendo nulla di buono». Basir ha un’immagine che collega alle sue speranze, quando la famiglia tornò a Kabul dopo essere riparata a Ghazni: «Il quartiere degli hazara nella capitale era deserto, ricordo i cani randagi, tanti, solo loro. Era inquietante, ma era come immaginare di ricominciare da zero. Invece non è andata così».

Ma chi sono gli hazara? Nella vulgata più comune sono gli sciiti dell’Afghanistan, ma come spiega Basir «non tutti gli hazara sono religiosi, anzi, e non tutti gli sciiti sono hazara in Afghanistan». Figli di quella terra da sempre, persecuzione dopo persecuzione, legata all’odio che il sunnismo più rigido ha verso coloro che ritiene miscredenti, si aggiunge il razzismo da parte dell’etnia pashtun, che rivendica un’egemonia sul Paese. «È per questo che voglio essere definito hazara, non afgano», spiega Basir fissandoti con gli occhi dal taglio orientale che identificano gli hazara e che spesso bastano per una condanna a morte, «perché sarò afgano quando l’Afghanistan sarà il Paese di tutti, senza discriminazioni».

Una lunga storia di persecuzioni, che secondo la narrativa orale tramandata di generazione in generazione, ha portato gli hazara a essere vittime di un tentativo di genocidio. «La prima persecuzione di cui resta memoria è quella del 1890, ma non si è mai del tutto normalizzata la situazione, dal regime comunista all’invasione internazionale del 2001, passando per l’invasione russa e la guerra civile», racconta Basir, con la lucidità del cronista e la passione della vittima dell’ingiustizia. Per avere una dimensione della violenza, basti pensare che gli hazara rappresentavano circa il 67 % della popolazione alla fine dell’800, oggi sono meno del 22 %.
Il simbolo di questo attacco, costante, a tutto quello che gli hazara rappresentano nella storia di quella parte di mondo resta la distruzione dei due Buddha di Bamyan, simbolo del melting pot culturale della regione e del popolo hazara. E oggi? «Oggi, a Kabul, domina l’etnocentrismo pashtun, non ci può essere pace in queste condizioni».

Basir è emozionato per l’uscita del film. «Ho lavorato tanto come giornalista, prima in Afghanistan poi qui, in Italia, mentre studiavo e lavoravo. Ma nessun articolo o reportage potrà fare quel che può fare il cinema, arrivando al cuore della gente, raccontando la nostra storia, il nostro dolore. A Kabul, in tanti, abbiamo provato a organizzare un movimento hazara per il cambiamento della società, ma siamo un bersaglio, e in molti devono fuggire».

Rischiando, dopo gli ultimi accordi Ue-Afghanistan, di essere rimpatriati verso un ‘Paese terzo sicuro’. Dal 2016 è in vigore il Joint Way Forward, che vincola gli aiuti umanitari all’Afghanistan all’accettazione da parte di Kabul dei rimpatri forzati. Amnesty International si sta battendo da allora contro questa procedura, che espone civili innocenti a un rischio sempre maggiore, considerato che i dati Unama (la missione onu in Afghanistan) mostrano un incremento pauroso delle vittime civili negli ultimi anni del conflitto. In massima parte hazara.

Basir è stato fortunato, scampato a una strage a Ghazni da bambino, è arrivato in Italia per studiare e si è costruito la sua vita qui, prima lavorando nel mondo dell’accoglienza, ora continuando a battersi per i diritti degli hazara e aprendo un ristorante a Milano. Per tanti hazara, però, la via verso la salvezza è molto lunga e dolorosa. E ha un prezzo, come quello di non vedere più la famiglia. «Non vedo mia madre da anni», racconta Basir, «abbiamo provato ad aiutarla per i suoi problemi di salute, ma non siamo riusciti a ottenere il visto dall’ambasciata italiana a Teheran, perché quella di Kabul è chiusa per motivi di sicurezza. Non è una contraddizione?».

La storia che ha ispirato il film di Costanza Quatriglio è quella di Mohammed Jan Azad.

«La prima volta che ho incontrato questa storia risale al 2005, quando lavoravo al documentario Il mondo addosso», racconta la regista. «Ragazzini hazara perseguitati, minori non accompagnati, il mondo delle case famiglie a Roma, attorno alla stazione Ostiense e altrove. Mohammed faceva l’educatore di strada anche se era ancora minorenne. Invisibile tra gli invisibili. Erano afgani, per me, non hazara. C’era come un non detto e io non facevo domande, la parola hazara accompagnava queste storie, ma non la mettevo a fuoco, come tutti – ancora oggi è una parola quasi sconosciuta – e poi i ragazzi non parlavano delle persecuzioni su base etnica. Poi, nel 2010, Mohammed Jan mi ha portato dentro un mondo, la mancanza di sua madre, che non vedeva da anni, da quel momento ho preso coscienza della portata gigantesca di questa storia. Un figlio, una madre, un popolo intero. È la storia di Ulisse al telefono, ma anche dell’Iliade, della guerra primigenia, dell’esser profughi, dell’impossibilità di appartenere a un solo luogo. E la questione hazara è centrale in tutto questo».

Il film è ambientato a Trieste, non a caso. «Ambientare il film in una zona di confine, fin dall’inizio, è stata un certezza. Trieste rappresenta l’Europa, non solo l’Italia. È confine, anche di quella Balkan route che, rispetto ai ragazzi in fuga dall’Afghanistan, è più attuale di quanto lo fosse quando abbiamo iniziato. Ed è stato naturale immaginare un incontro, un amore, con una persona che a sua volta dalla ex-Jugoslavia ha conosciuto la fuga, lo sradicamento. Lo spettatore ha più informazioni di Nina, la protagonista femminile, che invece si avvicina a Ismail come riconoscendosi, facendolo in una lingua terza, l’italiano, come a incontrarsi in un porto sicuro che dovrebbe e potrebbe essere l’Europa».

Le aspettative di Basir rispetto a quanto il film possa aiutare gli hazara a far conoscere la propria storia è comune. «A Locarno sono arrivati hazara da tutta Europa per vederlo ed era bello, sin dai primi provini, sentirsi dire che si riconoscevano. Era la loro storia. Per far questo è stato necessario un livello di ascolto e attenzione enorme, una concentrazione totale, anche dal punto di vista emotivo. Un lavoro di protezione del progetto a tutti i livelli. Lo stesso coinvolgimento che ho trovato in Iran, dove abbiamo girato delle scene incontrando i testimoni diretti degli eccidi. La consapevolezza della responsabilità che avevamo nel trattare questa storia è stata enorme, fin dall’inizio, ma è stata sia un peso sia una grande emozione».

Avere cura di queste vite, di questi racconti, di questo dolore. E permettere loro di esprimerlo nella propria lingua, che i due fratelli protagonisti parlano per tutto il film.

«Lavorare sulla lingua in un certo modo», spiega Costanza Quatriglio, «con cura, attenzione, è stato importante. Per lasciare che la musicalità del loro esprimersi si facesse racconto, rispettoso di coloro che – da fuori – arrivavano a raccoglierlo. Senza per questo perdere il senso universale di questa storia che riguarda tutti noi».

@eliachr

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