Il regista nell'aula

Ormai di film se ne girano in tutto il mondo ma, storicamente, ci sono tre paesi che hanno sempre prodotto e continuano a produrre una gamma quasi completa di lavori: Usa, Giappone e Francia. Stranamente, però, solo nel cinema francese pare esserci un interesse costante e specifico per la scuola e l’istruzione.

Pellicole classiche come Zero in condotta (1933), I quattrocento colpi (1959) e Arrivederci ragazzi (1987) non possono prescindere dalla loro ambientazione scolastica.

Non è solo una peculiarità del passato: il maggior successo francese del 2013 è stato la commedia Les Profs, centrata su un gruppo di inetti professori di liceo, e tra i film di cassetta più redditizi degli ultimi dieci anni, ci sono L’elève Ducobu (Lo scolaro Ducobu), Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, Les choristes - I ragazzi del coro, o i due ultimi rifacimenti di La guerra dei bottoni, che hanno per protagonisti bambini non solo in età scolastica ma anche impegnati attivamente a studiare per guadagnarsi un futuro promettente oppure, soprattutto nelle commedie, puniti perché non obbediscono a scuola.

Una cosa analoga accade nell’ambito dei film d’essai, con due beniamini della critica come La classe (2008) e La vita di Adele (2013), in parte ambientato a scuola (entrambi hanno vinto la Palma d’oro, massimo riconoscimento del Festival di Cannes, nel rispettivo anno di uscita). Il primo, interpretato da François Bégaudeau e basato sul suo libro semiautobiografico, rispecchia una Francia contemporanea e multiculturale all’interno della classe che un professore cerca di tenere unita nel corso di un anno scolastico. E, come suggerisce il titolo originale francese Entre les murs (Tra i muri), in effetti, quasi non esce dall’aula.

A prima vista, quello che gli spettatori potrebbero ricordare di La vita di Adele è il rapporto burrascoso, intenso e molto fisico delle due protagoniste ma, in realtà, la scuola ha un ruolo importante nella storia, che trova la giovane Adele (Adèle Exarchopoulos) ancora al liceo mentre l’oggetto del suo desiderio, la poco più grande Emma (Léa Seydoux), sta per diplomarsi in una scuola d’arte.

Anni dopo, Adele ha superato l’intensa storia d’amore e si presume abbia imparato molto, sia dalla vita che dallo studio, ma il fatto che scelga la professione di insegnante lascia intendere quanto siano importanti l’istruzione e il concetto di trasmissione di esperienze e idee in questa storia in cui vediamo la protagonista trasformarsi, nelle tre ore del film, da ragazzina ingenua ad adulta in grado di trasmettere conoscenza ad altri.

Anche sul fronte del documentario si sono visti titoli degni di nota che trattavano di scuola, tra cui quello che potrebbe essere il prodotto francese di maggior successo in assoluto: Essere e avere (Être et avoir), del documentarista Nicolas Philibert, premiato fuori concorso a Cannes nel 2002. Il film descrive l’insegnamento in un piccolo villaggio di soli 200 abitanti, contesto che obbliga la locale scuola elementare ad avere un’unica classe di bambini dai quattro ai dodici anni d’età.

Così come La classe che, pur essendo un film di fiction, ha un forte taglio documentaristico poiché si basa sull’esperienza personale di Bégaudeau ed è recitato solo da giovani attori non profes sionisti, Essere e avere riesce a mostrare attraverso i piccoli scolari le potenzialità e difficoltà presenti e future di un’intera nazione.

Per tanti aspetti i due film, usciti a sei anni di distanza, si compensano, soprattutto perché Essere e avere evidenzia alcuni dei problemi affrontati da scuola, insegnanti e scolari nelle comunità rurali, mentre La classe, girato nel multietnico XX arrondissement di Parigi, fa un’operazione simile ma in ambiente metropolitano.

La serie dei documentari sull’impatto dell’insegnamento e sulle tante difficoltà a esso associate non finisce con il capolavoro di Philbert, ancora considerato da molti come l’opera migliore del prolifico cineasta.

Anzi, nell’ultimo anno, due importanti lavori francesi si sono occupati di educazione: La scuola di Babele (La Cours de Babel) di Julie Bertucelli, che mostra una classe di inserimento in cui bambini stranieri, che parlano il francese poco o niente, familiarizzano con una nuova lingua e nuovi metodi di insegnamento, e Vado a scuola (Sur le chemin de l’ecole), che ha avuto un notevole successo di pubblico con oltre 1,3 milioni di spettatori, risultato importante per un film di fiction, figuriamoci per un documentario.

Vado a scuola narra di quattro bambini che vivono in quattro paesi diversi: Kenya, Marocco, Argentina e India. Ciascuno di loro deve superare ostacoli improbabili anche solo per arrivarci, a scuola: attraversare gli altopiani della Patagonia a cavallo, camminare per ore tra i monti o nella savana, o farsi spingere in carrozzella attraverso terreni dissestati.

Qui l’attenzione non si concentra su un’aula scolastica ma non significa che il film non parli della forza e dell’importanza dell’istruzione; al contrario, gli sforzi quotidiani che questi bambini fanno solo per raggiungere la scuola dicono tutto sul loro desiderio di imparare e di migliorare le loro prospettive di vita.

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GUALA
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