Pirati da grande schermo

I predatori del mare tra cinema e realtà. Capitan Jack Sparrow contro Afweyne, il re dei pirati somali.

La pirateria nel cinema si presenta oggi sotto due forme: Johnny Depp e il successo planetario dei Pirati dei Caraibi – film basati sulla giostra di un parco a tema della durata di qualche minuto che sono fondamentalmente assurdi ma talvolta assurdamente divertenti e hanno sbancato i botteghini – e i veri problemi della pirateria cinematografica: lo scarico digitale e le copie illegali di film, un vero e proprio furto ai danni di produttori e distributori.

Ma se la pirateria contemporanea ha avuto poco spazio sugli schermi cinematografici è apparsa invece sui notiziari, specialmente in occasione di un paio di importanti casi di pirateria al largo delle coste somale nei primi anni 2000.

Nel 2008 il sequestro di una nave danese, la CEC Future, da parte di 11 pirati armati di kalashnikov portò a estenuanti trattative economiche tra l’armatore e i pirati per il rilascio della nave, l’equipaggio e il carico. La raccapricciante vicenda è raccontata nel documentario del 2012 Stolen Seas (Mari rubati) del regista americano ed esperto di pirateria somala Thymaya Payne, gli stessi eventi sono invece parzialmente romanzati nel film A Hijacking (Un sequestro, 2012) dello sceneggiatore e regista Tobias Lindholm. Pilou Asbæk è il protagonista nelle vesti del cuoco della nave e SØren Malling interpreta il ruolo dell’AD della compagnia armatrice, che insiste nel voler negoziare direttamente con i pirati.

Nel film, le richieste finanziarie dei pirati sono rivalutate (15 milioni di dollari rispetto ai 7 milioni richiesti in realtà) e la nave è ribattezzata Rozen, ma per il resto il film si attiene ai fatti. L’attacco a un vascello statunitense nel 2009, il Maersk Alabama, fece notizia in quanto innescò la prima caccia ai pirati negli Usa da più di un secolo. Il capitano dei pirati – unico sopravvissuto dei quattro che avevano assaltato l’enorme nave cargo con 17.000 tonnellate di carico – è stato condannato a 30 anni nonostante i dubbi sulla sua età. Forse era un minore (le stime sulla sua età variano da 16 a 26 anni, dipende dalla fonte, incluso l’uomo stesso che dichiarò a più riprese anni di nascita differenti).

Il caso del 2009 fece scalpore nei media internazionali non solo perché la storia piacque alle principali emittenti Usa visto che coinvolgeva una nave e un capitano americani, ma anche perché lo sparuto gruppetto di pirati, non riuscendo a estorcere milioni agli assicuratori della società armatrice, decise di sequestrare il capitano americano, Richard Phillips, e fuggire con lui su una scialuppa verso la costa somala. Questo portò al coinvolgimento e al sanguinoso intervento di tre unità della Marina americana.

La vicenda, oltre a essere raccontata da Phillips in un libro intitolato A Captain’s Duty: (Il dovere di un capitano, Rizzoli – vedi pag. 78) è stata recentemente proposta come film, Captain Phillips del regista britannico Paul Greengrass con Tom Hanks come protagonista. Entrambe versioni immaginarie di eventi reali simili, A Hijacking e Captain Phillips non potrebbero essere più diversi.

Dove il film danese evita ogni deriva sensazionalistica, rinunciando perfino a mostrare l’arrivo dei pirati sulla nave, in Captain Phillips l’intera operazione diventa una lunga scena d’azione: i pirati, nel loro piccolo scafo, sfidano le onde per avvicinarsi sempre più, inquadrature dall’elicottero rivelano la ridicola stazza della loro imbarcazione in confronto all’Alabama e immagini dal radar della plancia di comando segnalano i predatori in costante avvicinamento, mentre la colonna sonora lavora di ritmo, portando la tensione al massimo. A Hijacking invece contrappone costantemente scene di quello che sta succedendo sulla nave e di quello che avviene nelle sale riunioni della società armatrice a Copenaghen, dove ci si interroga sull’atroce questione del valore in denaro non solo del cargo e della nave, ma anche dei sette membri dell’equipaggio.

La suspense nel film danese sale lentamente: man mano che i negoziati tra i pirati e il quartier generale si protraggono e l’equipaggio comincia a pensare di essere abbandonato su una nave di cui la società vuole disfarsi. Greengrass pone l’accento sull’eroismo nell’accezione americana del termine e su azioni in classico stile Hollywood; inizialmente, il Capitano Phillips e il suo equipaggio si tengono un passo avanti ai pirati e quando non ci riescono, arriva l’esercito Usa su tre imbarcazioni da combattimento e squadre speciali pronte a uccidere i pirati per salvare il capitano sequestrato. Ma nonostante l’eroismo e l’azione sembrino classici, è tutto basato su fatti realmente accaduti, e Greengrass non è mai troppo di parte né si permette di far diventare i pirati dei cattivi grotteschi. Il regista si è sempre dedicato alla trasposizione di fatti realmente accaduti in thriller molto efficaci, come testimoniano i suoi film Bloody Sunday, United 93, sull’aereo precipitato in Pennsylvania il 9/11, o Green Zone sulla caccia alle armi di distruzione di massa in Iraq dopo la guerra. E ha anche diretto i due maggiori successi della serie Jason Bourne: The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum. Il realismo documentaristico di Lindholm è diverso: mentre Greengrass comprime e frastaglia l’azione in inquadrature di pochi secondi, Lindholm preferisce scene più estese, dove il tempo può lavorare e suggerire che l’attesa in alto mare può diventare un inferno comparabile a un pirata che ti punta un fucile alla testa.

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