Il paradosso di Santos e la Colombia che verrà

Gli accordi di pace sono stati un punto di non ritorno per la Colombia. Niente è più come prima, neanche ora che al potere c’è un falco e la visione dell’improbabile progressista Juan Manuel Santos è stata accantonata, ci spiega Maria Jimena Duzán, la più stimata giornalista colombiana

Forze di sicurezza colombiane durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Ivan Duque a Bogota, 7 agosto 2018. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins
Forze di sicurezza colombiane durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Ivan Duque a Bogota, 7 agosto 2018. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

Gli accordi di pace in Colombia, tra il governo di Juan Manuel Santos e le Farc, sono stati un punto di non ritorno per il Paese sudamericano. Niente è più come prima, nemmeno ora che alla presidenza c’è un avversario di quegli accordi, Ivan Duque, e le Farc sono piuttosto frastornate. Di questo si dice convinta Maria Jimena Duzán, considerata la più famosa e prestigiosa giornalista colombiana.

Lei conosce sulla propria pelle il lato crudele del Paese: anche se più volte minacciata di morte, il destino l’ha salvata dalla sorte che invece è toccata a sua sorella Silvia, pure lei giornalista, assassinata dai paramilitari nel 1990. Una storia che Maria Jimena ha raccontato nel suo Mi viaje al infierno (2010, Editorial Norma).

Ora torna con un libro, Santos. Paradoja de la paz y del poder (Penguin Random House, pagg. 401, €16,50), in cui mette a fuoco la figura del presidente che ha messo fine alla guerra. Scritto come una partitura di thriller, il libro inizia dal giorno del plebiscito, che avrebbe dovuto sigillare gli accordi e che invece Santos ha perso inaspettatamente. Così è costretto a riaprire il tavolo con le Farc e a firmare un nuovo patto, poi sancito dal Congresso.
La sua voce profonda, il tono deciso, i dubbi e la rabbia: Maria Jimena Duzán parla a Eastwest.eu del suo libro e di quelle vicende.

Juan Manuel Santos ha vissuto un paradosso: il presidente che nel 2016 ha messo fine a un conflitto di mezzo secolo, un anno dopo è uscito di scena come il politico meno amato.

«È un paradosso. Ma ne aggiungo un altro: oggi, che non è più presidente, la sua popolarità è aumentata. Il suo grande rivale, l’ex-presidente Alvaro Uribe, quello che più si è battuto contro gli accordi e che all’epoca del plebiscito godeva di un grande consenso, oggi tutti i sondaggi lo danno in caduta libera».

Perché così tanti colombiani hanno respinto degli accordi che chiudevano cinquant’anni di guerra e di lutti? Come si spiega?

«Per una serie di circostanze. Prima di tutto quella campagna del sì e del no è stata la replica della Brexit, il cui referendum si è tenuto quattro mesi prima. Le stesse modalità: una efficace campagna basata su straordinarie fake news, per di più così fantasiose che sembravano assurde e che i sostenitori del sì hanno sottovalutato. Due cose ripetevano martellanti. Primo: che gli accordi avrebbero promosso quello che chiamavano “omosessualismo”, per via della grande attenzione posta alle politiche di genere, inclusive e antidiscriminatorie. Su questa bufala la Chiesa colombiana assieme agli evangelici ha fatto una campagna impressionante. Secondo: che gli accordi avrebbero consentito alle Farc di prendere il potere per via elettorale trascinando la Colombia nel castro-chavismo».

E queste colossali fake news bastano a spiegare la sconfitta di Santos?

«Lui era indicato come responsabile: incredibile per un uomo moderato e della sua classe sociale finire etichettato così. A gonfiare la campagna è stato il fatto che nei cinque anni di trattative tutto si sia svolto con molta segretezza e discrezione, il che ha permesso di far lavorare in pace le delegazione e arrivare all’accordo, ma allo stesso tempo molta parte della società colombiana si è sentita tagliata fuori ed è diventata sospettosa. E ancora: il plebiscito si è tenuto una settimana dopo la cerimonia della firma, pochi giorni per spiegare 297 pagine di impegni».

A distanza di due anni, che idea si è fatta di quegli accordi di pace?

«In quelle pagine solo un terzo riguardano le Farc e il resto disegnano un piano di riforme come non si era mai visto. Tracciano una visione nuova del Paese, dalla questione della terra alla partecipazione democratica. E il tutto rispettando la Costituzione. Credo sia questo il vero motivo di una campagna così furiosa. Però, ricordiamolo, gli avversari degli accordi hanno vinto per soli 50 mila voti di vantaggio».

Tuttavia hanno vinto anche le elezioni presidenziali del 2017, con Ivan Duque, l’uomo imposto da Uribe.

«Sì, ma hanno vinto in un Paese che non è più lo stesso. La firma degli accordi, la fine della guerra, la reazione alla sconfitta del plebiscito sono riusciti a stappare forze, sentimenti ed energie inedite nel Paese. Il Congresso ora ha un nuovo paesaggio politico: penso all’onda dei Verdi, al protagonismo della società civile, l’agenda anti-corruzione. E penso anche che al ballottaggio Duque ha avuto come avversario Gustavo Petro, un uomo dichiaratamente di sinistra, in un Paese dove la parola sinistra era bandita. Ivan Duque oggi è un presidente fantasma, cui è impossibile fare carta straccia degli accordi di pace, come aveva promesso».

Qual è oggi il rischio di quegli accordi di pace? E chi può giocare un ruolo perché vengano implementati e non finiscano lettera morta?

«Il vero rischio è che le regioni prima controllate dalle Farc oggi rimangano abbandonate. La gente è spaventata perché qualcuno finisce per riempirli quei vuoti, se non entra lo Stato. Lo dimostra la serie di assassinii di leader sociali e di attivisti. È un momento delicato perché là si potrebbe cucinare un altro conflitto e questa volta molto più complesso di una guerriglia. C’è una questione sociale irrisolta che è il vero cuore degli accordi di pace. L’immobilismo di Ivan Duque non fa che accrescere il malcontento: lui non può stracciare quei patti ma può non implementarli. Non sappiamo cosa vorrà fare ma è una questione cruciale».

L’altro protagonista di questa vicenda sono le Farc. Oggi sembrano confuse e incerte sul da farsi.

«Le Farc non torneranno più alle armi. Si sono presentate alle elezioni ed è stata una disfatta: pensa cosa può significare aver fatto una guerra per cinquant’anni in nome del popolo e raccogliere alla prima prova solo 56mila voti. Credo che quello sia stato un errore, potevano aspettare e nel frattempo consolidarsi e misurarsi nelle regioni e nei municipi. L’altro errore è stato mantenere quel nome, odiato da tutti. Ho l’impressione che non abbiano avuto la capacità di leggere il Paese e l’opinione pubblica. La sconfitta delle Farc è stata notificata dalla società colombiana: hanno parlato solo alla loro base ma non hanno aperto al Paese. Non vedo un futuro come partito ma alcuni dei loro leader svolgeranno un ruolo importante, ne sono sicura».

La cosa che più impressiona nel libro è il peso dell’eredità coloniale nelle storie, nelle dinamiche, nei singoli personaggi, come si muovono e cosa pensano. Perché quell’eredità resta così forte e persistente?

«La Colombia si vanta di essere la più antica democrazia del continente. Ma è un discorso che si fa nelle élites, parlano della loro democrazia. Questo Paese non ha mai avuto una riforma agraria, né ha mai conosciuto davvero una rottura istituzionale. Gli accordi di pace riprendono per la prima volta le riforme radicali di Alfonso López Pumarejo negli anni ’30, un tentativo che poi sfocerà nel sangue in quel periodo conosciuto come La Violencia, quando conservatori e liberali si massacrarono. E alla fine di quella storia nascono le guerriglie. Sì rimane un Paese con un’impronta feudale. Le élite reagiscono a ogni tentativo di mettere in discussione quell’ordine sociale. E invece abbiamo bisogno di riforme radicali, di integrare campagne e città. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. E credo sia quello che aveva messo a fuoco Santos».

Eppure anche Juan Manuel Santos è un uomo delle élites, un liberale moderato, un uomo di centrodestra: come è arrivato a contenere una visione così progressista?

«Santos appartiene a una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, protagonista della vita politica da oltre due secoli. Nei tanti incontri che ho avuto, per scrivere il libro, mi son fatta l’idea che abbia maturato quella visione un po’ alla volta. Pragmatico, com’è, l’ha elaborata dal suo punto di vista, tutto neoliberale: senza riforme non si produce ricchezza. Ha immaginato di modernizzare le campagne, ha capito il potenziale impressionante del patrimonio d’acqua e di selva, ha pensato all’economia del turismo, a un Paese moderno che prendeva forma dal basso verso l’alto. Ma questo pensiero era imperdonabile e per questo è finito come traditore della propria classe».

@fabiobozzato

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