La lucida dissidenza di Predrag Matvejević

«Certe confessioni portano male. Alcuni atteggiamenti ispirano vergogna. L'appartenenza si esprime difficilmente per negazione». Una lucidità intellettuale che non cede alla virulenza dei nazionalismi e non si lascia irretire da facili apriorismi di matrice ideologica contraddistingue innegabilmente l'opera e il pensiero di Predrag Matvejević, scrittore e saggista spentosi il 2 febbraio, all'età di 84 anni, nell'ospedale di Zagabria, dov'era da tempo ricoverato. Consulente per il Mediterraneo nel Gruppo di saggi della Commissione europea durante il governo Prodi, pubblicò diversi libri fra cui Epistolario dell'altra Europa (Garzanti, 1992), Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998), L'altra Venezia (Garzanti, 2003, vincitore del Premio Strega Europeo), Breviario Mediterraneo (Garzanti, 2006), Mondo «ex» (Garzanti, 2006) e Pane nostro (Garzanti, 2010).

Photo credit: www.balcanicaucaso.org
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Nato a Mostar nel 1932 – quando la città faceva ancora parte della Jugoslavia, poi diventata Bosnia-Erzegovina – da padre russo e madre croata, lo scrittore manifestò fin da subito una certa intolleranza verso il ridimensionamento ideologico e partitico di valori universali quali la libertà d'espressione e l'indipendenza intellettuale. Il suo essere fondamentalmente eretico nei confronti dell'ortodossia comunista dell'epoca lo portò ad avvicinarsi alla rivista «Praxis» e alla «Scuola d'Estate», fondata da un gruppo di filosofi nell'Isola di Korčula, in cui incontrò, fra gli altri, Ernst Bloch, Herbert Marcuse, Henry Lefebvre, Erich Fromm e un giovane Jürgen Habermas. «Contrapponevamo – ricordava – Marx alla vulgata marxista, Kautsky a Lenin, Lenin al leninismo mummificato, la Rivoluzione di Febbraio a quella di Ottobre, gli ideali rivoluzionari alla “rivoluzione tradita”, una nuova sinistra al vecchio sinistrismo, un'utopia pluralista al sistema del partito unico, l'autogestione all'autoritarismo, una cultura critica alla “rivoluzione culturale”, un “socialismo dal volto umano”, che intendevamo in modi differenti e non sapevamo esattamente definire, al preteso “socialismo reale”». Nonostante una parziale comunanza di posizioni speculative e intenti di base, Matvejević anelava una condizione di maggiore indipendenza che solo un maturo liberalismo avrebbe potuto garantire; avrebbe preferito prendere apertamente le difese di personalità incarcerate o perseguitate nella Jugoslavia e nell'Europa dell'Est come Sacharov, Solženicyn, Brodskij e molti altri, cosa che fece successivamente attraverso la redazione di diverse 'lettere aperte'. «Quasi tutti i miei libri – confessò – sono una specie di epistolario, o di giustificazione»: le cosiddette 'lettere aperte', che l'autore inviava per perorare la causa di qualcuno o viceversa veicolare consigli e attacchi anche e soprattutto nei confronti di presidenti, governanti e detentori di potere a vario livello, rappresentano la parte più cospicua della sua produzione letteraria e la caratteristica più sensibile e imprescindibile del suo attivismo politico e civile. «È stato un bambino – evidenziava nell'introduzione a Epistolario dell'altra Europa – il primo a dire che il re è nudo. Le “lettere aperte” nascono da un determinato atteggiamento infantile. A volte dalla pazzia. I loro autori sono stati spesso proclamati ingenui o folli». Un punto di svolta nelle relazioni con le autorità comuniste avvenne con la missiva indirizzata a Tito, datata 17 luglio 1974 in cui, pur riconoscendo l'opera da lui svolta nella resistenza al fascismo e allo stalinismo, criticava l'ultima parte del suo governo e ne auspicava le dimissioni. Nonostante in Jugoslavia fosse più facile che altrove scrivere e pubblicare “lettere aperte” – in quanto a essere particolarmente osteggiato era il nazionalismo separatista, di cui lo scrittore non era di certo fervido sostenitore –, Matvejević entrò in rotta di collisione con il ministro della cultura, ci fu la rottura con il partito e venne pubblicamente dichiarato “dissidente”.

Nel 1991 dovette lasciare il Paese, per la sua esplicita avversione al nazionalismo croato; approdò a Parigi – dove insegnò Letterature Comparate alla Nuova Sorbona –, quindi soggiornò in Italia, lavorando dal 1994 al 2007 presso La Sapienza in qualità di docente di Slavistica. Potè tornare in Croazia solo 18 anni dopo. «Ho scritto le ultime lettere – dichiarò – da Parigi e da Zagabria, senza sapere in quale di queste città ritornerò, da quale vengo, desiderando conservare la presenza del testimone e l'indipendenza del dissidente, una posizione posta tra la patria e l'emigrazione, l'asilo e l'esilio. Nonostante tutto, non è la posizione più spiacevole per colui che scrive». Delle distanze sperimentava l'abbrivio delle intenzioni e di una possibile volontà comune: suo modello era il Mediterraneo, che, pur essendo la culla d'Europa, accoglieva una rilevante eccedenza storica e culturale. «Al Mediterraneo – scriveva in Breviario mediterraneo – non si adattano metri più esigui dei suoi. Lo tradiamo accostandoci a esso da punti di vista eurocentrici, che lo considerano esclusivamente come creazione latina, romana o romanza, osservandolo da un punto di vista panellenico, pan-arabo o pan-sionistico, giudicandolo dalla posizione di qualsivoglia particolarismo, etnico, religioso o politico. Il Mediterraneo non è mai stato solo Europa – è stato a lungo molto di più, così come da tempo diventa forse meno – ma loro non possono essere l'uno senza l'altro».

Registrò, con sofferta partecipazione, i sanguinosi sviluppi delle Guerre jugoslave; in uno scritto («Borba», ovvero «Lotta», settembre 1990) esortò Slobodan Miloševic a dimettersi – riferendosi in maniera esplicita al suicidio del padre, della madre e di un suo zio – e, in un passo del prologo a I signori della guerra, integrò il suo giudizio di allora: «In una lettera aperta pubblicata a Belgrado alla vigilia della guerra, nel 1990, gli avevo proposto di dimettersi, per non essere poi costretto a “ricorrere a sua volta al suicidio”. I presidenti non seguono i consigli degli scrittori. Più tardi ho aggiunto in un libro, purtroppo non pubblicato nella mia lingua, che nemmeno il suicidio potrebbe ormai bastare».

Sulle coste di Otranto – il punto di approdo italiano più vicino per chi salpava dall'albanese Valona – assistette attivamente e in prima persona i migranti kosovari, albanesi e curdi; rilevando una carenza d'impegno da parte dell'Europa – «la Puglia non può sostituirsi all'Italia, l'Italia non può da sola soddisfare agli obblighi dell'Europa, l'Europa è quella che è» –, individuava la coesistenza di due Italie, «una ufficiale e burocratica, pigra e guardinga; l'altra amichevole e affettuosa, mediterranea, capace di entusiasmare, talvolta anche di deludere».

Scandagliò i mutamenti e la fine dei regimi comunisti e le varie, molteplici identità post-comuniste da esso scaturite; coniò un termine, democratura, che conobbe un certo seguito e indicava l'ibridazione fra una democrazia distorta e una dittatura latente, nella difficile transizione – sovente ostaggio di potenziali nazionalismi – che interessò l'Europa dell'Est, definizione quest'ultima – secondo lo scrittore – più politica che geografica e culturale, come il parimenti impreciso termine di Altra Europa. Consapevole del mutato contesto geo-politico e della difficoltà dei nuovi assetti di emanciparsi da un retaggio pesante e da inclinazioni mai sopite quanto declinate in nuove guise, Matvejević evidenziava la necessità di una coscienza critica personale e pervasiva, di rinnovate forme di dissidenza. «Dobbiamo a nostra volta – asseriva in Mondo «ex» – formulare delle domande analoghe davanti a tanti comportamenti conservatori, atteggiamenti tradizionalisti e retrogradi che risorgono nei paesi ex-comunisti, nell'Europa dell'Est e altrove. Armarci di nuove forme di crititca, nello stesso tempo sociale e culturale, senza risparmiare né la nazione, né lo stato, né le loro rispettive ideologie. Un certo tipo di dissidenza rimane quindi necessario, e di nuovo indispensabile».       

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