Dong Film Fest racconta la Cina di oggi attraverso il suo cinema d’autore. Ora a Milano presenta la rassegna “Tales from China”. Ma nella Cina di Xi può esistere una produzione cinematografica davvero indipendente? Lo chiediamo ad Alessandro Amato, fondatore del festival

Un'immagine dal film "A Touch of Sin"
Un'immagine dal film "A Touch of Sin"

Creato a Torino nel 2016, il Dong Film Fest ci racconta la Cina contemporanea attraverso la lente del suo cinema indipendente. A Milano presenta la rassegna “Tales from China”, in collaborazione con l’Istituto Confucio e il cinema Beltrade, dal 27 marzo al 20 aprile. La manifestazione affianca l’opera di Jia Zhangke, vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 2006 con Still Life, a quattro opere prime di autori emergenti.


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Fra gli appuntamenti, ci sarà anche l’intervento l’11 aprile di Marco Müller, ex direttore del Festival di Venezia nonché cofondatore con Jia Zhangke del Pingyao Iff, unico festival dedicato al cinema d’autore in Cina, nello Shanxi.

I film sono legati tra di loro per tematiche e ambientazioni, e affrontano le questioni più urgenti di questa società in continua evoluzione, la cui capacità di ridefinirsi con spregiudicatezza appare alla vecchia Europa spesso inconcepibile. L'enorme e improvvisa ricchezza vissuta da una fetta della popolazione è raccontata da The Scope of Separation, di Yue Chen, che ritrae la vita di un giovane viziato e cresciuto nell’agio. L’amore e la miseria della provincia sono invece protagonisti in Dog Days di Jordan Schiele, mentre la speculazione edilizia senza scrupoli è il cuore di Still Life di Jia Zhangke, solo per citare alcuni dei titoli.

Alessandro Amato, tra i fondatori del festival, ci racconta il senso di questa iniziativa che cerca di colmare un vuoto nella distribuzione cinematografica italiana.

Come mai sembra che l’Italia sia ancora poco interessata alla cultura cinese?

«Penso che la distanza non sia solo verso la cultura cinese, ma in generale verso la cultura extraeuropea e non occidentale. Siamo un po’ auto-riferiti culturalmente, quindi tendiamo a vedere il cinema che viene da altri continenti come un cinema minore, meno interessante, quando a volte è molto più comunicativo, urgente e necessario del nostro».

Puoi indicare alcune differenze che hai notato tra cinema italiano e cinese?

«Anche nella fiction, il cinema cinese riesce a essere diretto e a raccontare un Paese che sta cambiando. È un cinema che ha uno spirito documentario, è esteticamente molto curato, artistico, però sa essere umano e parlare del presente. Anche in Italia i buoni autori ci sono ma sono spesso invisibili. Penso che il nostro problema sia la distribuzione, più che la produzione».

Perché avete scelto di affiancare l’opera di Jia Zhangke con quella di autori esordienti?

«Jia Zhangke fa parte di quegli autori che hanno iniziato a lavorare negli anni ‘90, dopo gli scontri di piazza Tienanmen. È tra i primi registi che hanno fatto documentari prodotti indipendentemente ed è diventato il modello per gli autori che esordiscono, facendo da ponte tra le due generazioni».

Come si fa a fare cinema in Cina?

«Per uscire in sala in Cina, un film deve ottenere il visto censura, quindi un autore deve lavorare negli studi riconosciuti dal governo. Per questo normalmente i film indipendenti sono illegali in Cina».

Che film si vedono in Cina?

«Il cinema di genere è molto forte, i film d’azione, con effetti speciali, il romance e l’horror. Il cinema di genere è facile da controllare, puoi infilare della propaganda nazionalistica senza che la gente se ne accorga».

Com’è la situazione culturale in generale?

«C’è molto fermento: gli enti stranieri come l’Istituto Italiano riescono a fare molte attività coinvolgendo il pubblico cinese. Anche la letteratura cinese è molto forte, soprattutto all’estero, dove c’è un mercato internazionale che cerca narrazione dalla Cina sulla Cina. C’è voglia di capire, di mettere ordine nelle idee e di esprimerle. Certo è un po’ più difficile farlo sul territorio nazionale dove c’è un lavoro di edulcorazione dei contenuti abbastanza intenso, però proprio per questo strano binomio tra internazionalismo e maoismo, gli autori trovano ormai tantissimi canali per comunicare all’esterno».

@boblombardi

Un'immagine dal film "The scope of separation" di Yue ChenUn'immagine dal film "The scope of separation" di Yue Chen

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