«Dopo la Guerra dei sei giorni, si scatenò la caccia contro gli ebrei di Tripoli», ricorda Daniela Dawan. «Per sfuggire a una folla esaltata ci evacuarono con voli speciali».  Lei era bambina. In Libia non è più tornata. La protagonista del suo romanzo “Qual è la via del vento” invece sì

Un ciondolo con la stella di David appesa a una collana su una maglietta con scritto “I love Libya” da un esiliato ebreo libico. REUTERS / Suhaib Salem
Un ciondolo con la stella di David appesa a una collana su una maglietta con scritto “I love Libya” da un esiliato ebreo libico. REUTERS / Suhaib Salem

Qual è la via del vento è il titolo del secondo romanzo scritto da Daniela Dawan e questa volta uscito per la casa editrice romana Edizioni E/O (agosto 2018, pp. 240). Affascinante e pieno di personaggi accattivanti, racconta la storia della piccola Micol Cohen, ebrea, che vive a Tripoli con il padre e la madre, Ruben e Virginia, e i vecchi genitori della madre, Ghigo e Vera Asti. Anche loro sono ebrei ma italiani e cioè figli di famiglie giunte da Firenze e da Livorno a seguito della guerra italo-turca del 1911, dopo la quale sembravano aprirsi nuove prospettive per i commerci. La tormentata storia degli ebrei di Libia li vede coinvolti in terribili vicende, complice la Guerra dei sei giorni. Daniela Dawan, già avvocato penalista, è ora Consigliere della Suprema Corte di cassazione. Eastwest.eu l’ha incontrata a Milano, dove vive, per parlare del suo libro.


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Il romanzo è ricco di ambientazioni affascinanti che appartengono alla metà del Novecento. Lei è più tornata a Tripoli?

«Purtroppo no. È crudele sapere di non poter più tornare in quel luogo dove sei nata e che sai di non poter rivedere. Anche perchè la situazione in Libia non sembra volgere al meglio».

Quanto c’è di autobiografico in questo suo romanzo?

«Il contesto in cui vive Micol è molto liberamente ispirato alla mia infanzia. Anche io ho vissuto a Tripoli con la mia famiglia fino all’età di dieci anni. Dopo il 1967 la mia famiglia, come quella di Micol, dovette fuggire da Tripoli, complice la Guerra dei sei giorni scoppiata nel “vicino” Medio Oriente. Nella Libia di quegli anni che re Idris non controllava più si scatenò una caccia all’uomo contro i cittadini ebrei di Tripoli. Vennero profanati cimiteri e sinagoghe e ricordo che per sfuggire ad una folla esaltata ci evacuarono con voli speciali dell’Alitalia».

Alcuni anni dopo, nel 1969, ci fu il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi. Fra i primi provvedimenti, l’ordine di esproprio dei beni degli italiani. E così non rimase davvero più traccia della comunità ebraica in questo Paese.

«Per quel che ne so io la comunità in Libia si estinse. Comunque sia, per la mia famiglia è stato impossibile tornare».

E invece nella seconda parte del romanzo lei rispedisce in Libia la protagonista, la piccola e fragile Micol diventata ormai un avvocato molto determinato. Fa parte di una delegazione di ebrei italiani invitati a Tripoli nel 2004 per riprendere i contatti con le autorità.

«Sì. Nel mio libro Micol dovrà tornare in Libia. Una volta giunta a Tripoli ritroverà il villino che era stata la dimora della sua famiglia, in un luogo che si chiama Collina verde, in aperta campagna. E qui scoprirà il segreto della morte di sua sorella, Leah.

Ma sembra che il Colonnello Gheddafi tentò veramente di riprendere i contatti con gli ebrei tripolini. Lei come l’ha saputo?

«Sono racconti che ho sentito da membri della comunità ebraica, qui in Italia. A quanto ne so io, i contatti ci furono ma non portarono a nulla».

La vicenda raccontata nel libro ci ricorda anche una storia italiana di migrazione.

«Come dice Ghigo, il nonno di Micol, chi dimentica il passato è costretto a riviverlo. Con la passione per la scrittura metto alla prova me stessa. E così la mia narrativa diventa il modo di preservare la memoria collettiva di quel gruppo di ebrei».

E’ anche un affresco di identità diverse e comunità condivise. C’è il nonno Ghigo, un ebreo italiano figlio di immigrati in Libia. Ruben, invece, è un tripolino che in famiglia parla il trabelsi, il dialetto arabo locale. Lei si sente una ebrea italiana o una italiana ebrea?

«Penso che sia attraverso le relazioni familiari che si sviluppano le identità personali. Io mi sento una italiana ebrea».

Confesso che il suo romanzo mi è piaciuto molto. E ho ancora qualcosa da chiederle: a che cosa si ispira il titolo?

«E’ ispirato all’Ecclesiaste i cui versi Micol ritrova sulla tomba della sorella. Sulla lapide c’è scritto: “Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana, gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna (Qoelet, 1, 6)”. Il vento è anche una metafora della malattia dei luoghi d’origine che è la nostalgia che si prova delle persone care lì vissute. Ruben, il padre di Micol, ne è morto e lei non ne è immune».

@ShotOfWhisky

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