La scelta dell’Iran come Paese ospite del Salone del Libro 2020 ha suscitato polemiche. Ma davvero l’invito legittima il carattere repressivo del regime? Iranisti e iraniani d’Italia non ne sono convinti. E da quella porta aperta può infilarsi una generazione di scrittori sempre più coraggiosi

La Fiera del libro di Teheran del maggio 2018  - Foto di Tiziana Buccico
La Fiera del libro di Teheran del maggio 2018 - Foto di Tiziana Buccico

In Iran vi sono oltre 8mila case editrici e si pubblicano ogni anno 61 mila libri. Le cifre sono quelle diffuse dagli organizzatori della Fiera del libro di Teheran che da trent’anni si tiene in maggio a cui partecipano in media circa 2.500 editori iraniani e 500 stranieri e ha intorno ai 4 milioni di visitatori. Chi vi è si reca rimane sorpreso dalla vivacità e dall’interesse del pubblico, fatto anche di famiglie e di tantissimi giovani.


LEGGI ANCHE : La voce delle donne è sempre più forte nel mio Iran in crisi


Ogni anno la Fiera ha un Paese ospite e nel 2017 è stato l’Italia, con un padiglione inaugurato dai sottosegretari Antimo Cesaro e Vincenzo Amendola. Il tema italiano era Bellezza senza tempo, fra gli scrittori presenti Alessandro Barbero, Melania Mazzucco, Valerio Magrelli, Michele Serra, Valerio Massimo Manfredi e Michela Murgia. Quest’anno ad accompagnare la rappresentanza italiana alla Fiera c’era anche Massimo Bray, presidente della cabina di regia del Salone del Libro di Torino che ha continuato a tessere i rapporti già avviati tra i due mondi editoriali, nel solco di quella diplomazia culturale italiana che non è mai cessata, anche nei momenti più tesi tra Teheran e l’Occidente.

Ma il recente annuncio che sarà proprio l’Iran, nel 2020, il Paese ospite del Salone di Torino non è piaciuto ad alcuni opinionisti italiani e ha aperto un confronto anche nella comunità iraniana in Italia. Al centro delle polemiche la questione dei diritti umani in Iran, la libertà di espressione per autori la cui opera deve essere approvata dal ministero della Cultura e della Guida islamica, casi di scrittori finiti in carcere. E anche l’ormai lontana ma mai cancellata fatwa con cui l’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica, condannava a morte, nel 1989, lo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie per il libro Versetti satanici.

Critico anche Hamid Ziarati, scrittore iraniano che vive da 36 anni a Torino, dove era giunto adolescente per motivi medici. «Non si può invitare come ospite d’onore un Paese dove c’è un ministero della Censura. Dove gli autori non sono liberi di scrivere nulla e ci sono migliaia di libri che rimangono chiusi nei cassetti. Un Paese dove gli intellettuali vengono uccisi, rinchiusi in galera o messi agli arresti domiciliari», ha detto Ziarati in un’intervista che ha aperto il dibattito sui social media, dove la sua posizione non ha trovato tutti concordi. «Chiudere le porte a un'iniziativa culturale come questa fa il gioco delle destre e dei fanatici» è uno dei commenti «L'opinione pubblica italiana penserà che Trump ha fatto bene a uscire dall'accordo sul nucleare perché l'Iran è un regime che censura i libri», quando invece si potrebbe mostrare che nel Paese «nonostante la censura, esiste un movimento intellettuale fervido».

La questione è quella che si è propone anche con altre presenze ufficiali di Paesi accusati di violazione dei diritti umani, ricordiamo infatti che per analoghi motivi lo stesso Salone di Torino aveva sostituito nel 2016 l’ospitalità all’Arabia Saudita con un focus sulla letteratura araba.

Il dilemma può essere così sintetizzato: meglio rischiare di legittimare i caratteri illiberali di un sistema o piuttosto, evitandone l’isolamento, favorire le spinte di cambiamento al suo interno? In ogni caso, va ricordato che a decidere su arresti e condanne è la magistratura, indipendente dal governo e notoriamente dominata dagli ultraconservatori, in questi anni attivamente ostili al presidente moderato Hassan Rohani e ora pronti a trarre vantaggio dalle sue attuali difficoltà.

Ma è sulla distanza tra la realtà dell’Iran di oggi e alcune sue rappresentazioni esterne che preferisce insistere Felicetta Ferraro, fondatrice delle edizioni Ponte33, da dieci anni specializzate nella letteratura contemporanea in persiano - L’ariete del giovane Mehdi Azadzadeh è l’ultima uscita. «Gli scrittori che vivono oggi nel Paese sono passati da una dimensione intimista ad uno sguardo aperto sul sociale», dice Ferraro «e si muovono cercando di cambiare le cose dall’interno. Certo, chi vive in esilio porta fardelli pesanti, la rivoluzione ha fatto del male a molti. Ma l’Iran che conosciamo è ormai diverso, gli scrittori sono sempre più coraggiosi e meno preoccupati di una censura spesso solo di facciata. L’Italia, da parte sua, ha sempre scelto il dialogo, pur condannando le violazioni dei diritti umani. E il dialogo non ha mai fatto male a nessuno».  

«Chiudere le porte è l’ultima cosa da fare e d’altra parte il dialogo si fa quando ci sono differenze da colmare» sostiene Carlo Cereti, iranista alla Università Sapienza di Roma e fino a pochi mesi fa consigliere culturale presso l’Ambasciata d’Italia a Teheran, dove ha personalmente contribuito a quel percorso di diplomazia della cultura che ha condotto anche all’iniziativa del Salone di Torino.

«Non mi sembra che in Iran si brucino libri», prosegue Cereti «piuttosto si traducono anche le biografie di Hillary Clinton e Barack Obama. È vero che c’è il passaggio della censura ma molte opere vengono pubblicate, anche di letteratura italiana. In Iran si legge molto, le copie sono stampate a migliaia e alcuni libri superano anche la ventesima edizione». Quanto a chi teme che una presenza ufficiale della Repubblica Islamica porti a Torino solo autori allineati, lasciando fuori le altre voci e quelle della diaspora, una cosa è il padiglione curato dall’Iran, osserva Cereti, e «un’altra le scelte che, nella sua indipendenza, il Salone vorrà fare per il resto della manifestazione».

Schierato per il sì anche Abolhassan Hatami, presidente dell’associazione culturale Alefba, attiva da 10 anni a Roma. «Lasciar pensare che in Iran tutto dipenda dal governo non aiuta a far conoscere il Paese» osserva, precisando di parlare a titolo personale. «È giusto che si discuta di censura ma ne esistono alcune forme anche in Italia, sebbene non del governo: per esempio, certe grandi testate emarginano le voci non in linea con il loro modo di presentare l’Iran. Sono certo che al Salone del libro non si troveranno solo scelte governative, editori e associazioni possono fare in modo di far partecipare anche altri. Del resto, anche nel ministero della Cultura ci sono diverse realtà e tanti sono contrari alla censura, non è tutto monolitico. Quanto alla fatwa contro Rushdie, è ormai una cosa obsoleta che certo non può essere contrastata da un ministro della Repubblica Islamica ma che trova tanti dissensi anche nelle istituzioni. Piuttosto», conclude Hatami «bisogna pensare ai tanti piccoli editori indipendenti che stanno affondando a causa delle sanzioni e della svalutazione del rial, per il prezzo troppo alto della carta”.

Non ha dubbi nemmeno l’iranista Anna Vanzan, autrice di una quindicina di traduzioni dal persiano, l’ultima delle quali è Suvashun, una storia persiana (Francesco Brioschi editore). «Se c’è un Paese che ad una Fiera del libro non può mancare è proprio l’Iran, visto che la sua arte del libro ha dato molto alla cultura anche occidentale. Certo, possiamo parlare di censura, ma non è chiudendo le porte che aiutiamo i diritti umani. Del resto, che siano di editori indipendenti o sostenuti dallo Stato, tutti i libri passano per il vaglio del ministero della Cultura», afferma Vanzan «dove però anche opere tutt’altro che allineate non hanno subito alcuna censura. L’alternativa, per assurdo, sarebbe invitare solo autori della diaspora: ma di quanti vivono in Iran che faremmo, li lasceremmo fuori?».

@lb7080

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE