Il custode degli ksour: resti del passato e ombre del presente nel sud est tunisino

Tra i mille oggetti d’epoca gelosamente custoditi nell’ “ufficio” del signor Fethi, è un grosso libro fotocopiato che più di ogni altra cosa attira la mia attenzione. Dimentico all’improvviso i documenti, le cartoline, le monete, e ogni altro genere di cianfrusaglie che Fethi, gestore del caffè-museo degli ksour di Médenine, ci mostra raccontandoci per ognuna di esse una storia.

Immagini realizzate durante l'intervista al signor Fethi all'interno del suo caffé-museo degli Ksour. Photo credits Badia Aboutaoufik.
Immagini realizzate durante l'intervista al signor Fethi all'interno del suo caffé-museo degli Ksour. Photo credits Badia Aboutaoufik.

Voltando la copertina, che riproduce una foto del suggestivo villaggio berbero di Chenini, leggo le parole che mi risuoneranno in testa ogni qualvolta ripenserò alla storia di questa terra.

«Più che una semplice regione, il Sud Tunisino è per noi un simbolo. […] Nulla di ciò che riguarda il Sud può dunque lasciarci indifferenti. Se la nostra volontà di svilupparlo è un atto di giustizia, essa riflette inoltre una delle maggiori preoccupazioni dello Stato: promuovere l’equilibrio fra le le regioni».

È Habib Bourguiba in persona che, nel non troppo lontano 1975, firma la prefazione di una voluminosa ricerca etnografica sui villaggi degli ksour, le costruzioni di origine berbera che puntellano l’arida regione del sud est tunisino, che si estende tra i governatorati di Médenine e Tataouine: “Tunisie du Sud. Ksars et villages de crêtes”, del professor André Louis ed edita dal Centro di Ricerca sulle Società Mediterranee di Parigi.

Le solenni parole del primo presidente dell’allora giovanissima Repubblica tunisina, animate dall’ancor vivido successo anticoloniale e indipendentista, non possono oggi non suscitare un’amara ironia. A sessant’anni dalla conquista dell’indipendenza la Tunisia è ancora oggi uno Stato fortemente centralizzato per quanto riguarda il potere politico, con un grave dislivello tra i centri costieri del nord est e il resto del Paese sul piano dello sviluppo economico, nonché su quello socioculturale.

Ma è soprattutto l’utilizzo del concetto di “simbolo” ad essere particolarmente eloquente. Perché un simbolo non è altro che un’immagine vuota che qualcun altro è chiamato a ricevere e ad interpretare; esso non è già più la realtà quanto ciò che ne rimane, il suo eco. L’espressione fa luce sul processo di de-soggettivizzazione che le periferie della nazione continuavano a subire, nonostante la vittoria anticoloniale, e nonostante la missione modernizzatrice che Bourguiba aveva già lanciato in tutti gli angoli del paese. Fa luce inoltre sul processo di radicale cambiamento già da tempo in corso nel sud tunisino e che veniva ora ad accelerarsi. Stravolti ormai gli schemi tradizionali sui cui si reggeva la loro economia, le comunità locali vengono relegate alla sfera del simbolico: gli ksour (al singolare ksar), strutture usate per lo stoccaggio dei viveri nelle economie rurali e talvolta seminomadi delle tribù arabe e berbere del sud est tunisino, vengono demoliti o convertiti in luoghi di attrazione turistica.

La particolare architettura di questi granai fortificati, insieme agli straordinari paesaggi in cui sorgono, sparsi come sono in vallate semidesertiche o arroccate su aspre e rosse colline, ha infatti affascinato viaggiatori avventurosi e ispirato cineasti illuminati, tra i quali non si può far a meno che ricordare il regista di “Star Wars”. Ancora oggi, nelle aree meno urbanizzate, questi alveari di roccia appaiono da lontano come escrescenze stesse della terra in cui sono scolpite, i minuscoli fori neri che fanno da porte sembrano scavati da insetti giganteschi piuttosto che da mano umana.

Più recenti delle costruzioni arroccate sulle vicine montagne, gli ksour della città di Médenine risalgono al XVII secolo. Le popolazioni seminomadi della pianura della Djeffara, costretti a spostarsi alla ricerca di pascoli, custodivano il grano accumulato nella stagione del raccolto nelle ghorfat, le piccole celle che accavallate su due o più livelli, componevano uno ksar. Ogni ksar si racchiudeva intorno ad un cortile adibito alle funzioni della vita comune.

Il libro del professor Louis, insieme alla sua prefazione, arriva 13 anni dopo che i bulldozer avessero distrutto la quasi totalità dei 35 ksour che fino agli anni Sessanta costituivano la città di Médenine. Dei tre che restano oggi, uno è quello dove si trova, tra le altre cose, l’ufficio del signor Fethi, nonché il libro in questione. Degli altri due, uno è abitato dai gatti e da qualche vecchio signore che vi stipa le robe vecchie da vendere sulle bancarelle dell’usato, l’altro ospita negozietti per turisti che non arrivano mai.

Lo ksar del signor Fethi è oggi una sorta di caffè-museo. Fethi dimostra molti più anni di quanti ne ha e ti accoglie sempre con un grande sorriso semisdentato, felice di vedere nuovi clienti affezionarsi al suo “locale”. Dopo aver atteso cinque anni un permesso dalla municipalità, nel 2006 Fethi ha preso in gestione lo ksar riportando in vita un luogo che versava in stato di semi abbandono. Con le sue stesse mani ha decorato il cortile con piante grasse e cespugli di gelsomino, vi ha sistemato divani e tavolini, ha costruito con il legno di palma delle porte per le piccole ghorfat, arredate in stile tradizionale, con tappeti e cuscini colorati, adibendone alcune a sale caffè, altre a stanze da letto per eventuali turisti, altre ancora in sale da esposizione, rendendo lo ksar un vero e proprio museo di cultura e tradizioni locali.

Difatti, il signor Fethi, giardiniere di professione e ristoratore di circostanza, è prima di tutto uno zelante collezionista. La sua “carriera” inizia all’età di 12 anni, comprando francobolli ordinati per posta da ogni parte del mondo. Oggi possiede un vero e proprio tesoro, che gli ha permesso di allestire il museo degli ksour, e che gli è valsa la partecipazione a vari festival ed eventi folkloristici. Fethi accompagna il visitatore in ghorfat tematiche spiegandogli la storia e la funzione dei vari oggetti che ha collezionato negli anni, recuperandoli da ogni angolo della regione.

Visitiamo dunque la sala del matrimonio, dove sono esposti gli abiti e i gioielli tradizionali indossati dalle spose; la scuola coranica, dove con l’utilizzo di manichini è ricostruita la scena di una lezione; la sala dedicata al lavoro rurale, con gli antichi strumenti utilizzati nell’agricoltura e nell’allevamento; e ancora, quella dedicata alle mansioni casalinghe, come la conservazione dei cibi e la cucina. Nel cortile esterno vi è invece installata una tenda in cui è ricostruita una scena di vita quotidiana delle popolazioni seminomadi che vi abitavano. Vi è poi una stanza riservata alla collezione “personale” di Fethi: una decina di teche in cui sono esposte banconote e monete di ogni epoca e provenienti da ogni parte del mondo. Sono queste il vero orgoglio di Fethi, che ci conduce infine nel suo studio per mostrarci il resto della sua collezione, custodita in un bauletto, che comprende prezzi davvero rari come soldi d’argento e monete di epoca romana. Ma al di là di questi vanti venali, il "bureau" di Fethi testimonia anche la passione per la storia e la cultura della sua terra. Ci mostra orgoglioso libri e tesi di ricerca che citano il suo nome nei ringraziamenti: studioso autodidatta, egli ha infatti assistito e guidato vari ricercatori in missione nella regione, tra i quali il Louis del libro sopracitato.

Purtroppo non sono molte le occasioni in cui il signor Fethi può dare sfogo alla sua conoscenza: i turisti che fanno tappa nella città di Médenine oggi sono praticamente pari allo zero. Ristrutturato con l’idea di farne un’attrazione turistica e culturale, lo ksar ha ancora una volta mutato la sua funzione principale, diventando un luogo di ritrovo per pochi e affezionati clienti locali, mentre Fethi, da guida turistica e consulente culturale si è riadattato a servire tè, caffè arabi e brik, i tipici involtini fritti ripieni di uovo e harissa. Mostra una faccia sconsolata quando si affronta questo argomento: non c’è molta clientela, «la gente di Médenine preferisce i caffè moderni, pensano che questa è roba vecchia» dice. Un bene per gli avventori assidui del locale, che qui possono godere di una rara tranquillità, al riparo dai rigidi schemi imposti da una città che offre limitatissimi spazi sociali e culturali: membri di associazioni, musicisti che talvolta si lanciano in jam session improvvisate, gruppetti di ragazzi, vengono qui a bere il loro caffè lontani dalla routine cittadina. Ma Fethi vorrebbe rivedere gli ksour riempirsi di curiosi: «All’inizio non avevo bisogno di vendere caffè, si guadagnava con il turismo. Pensate che lavoravo con 15 agenzie di viaggio: i gruppi di turisti stranieri in viaggio verso il Sahara passavano tutti per Médenine. Ma dopo la rivoluzione non viene più nessuno», sospira. Dopo la rivoluzione. Non è la prima volta che in Tunisia sento questo ritornello. Non sono pochi i nostalgici dei «bei tempi andati in cui tutti avevano qualcosa da mangiare e c’erano i turisti», quando «è vero c’era una dittatura ma ogni cosa era al suo posto». Il clima di instabilità politica, l’escalation di episodi di violenza imputati al terrorismo di matrice islamica, insieme alle immutate condizioni economiche del popolo tunisino, alimentano infatti una totale disillusione nei confronti delle insurrezioni che hanno portato alla caduta del regime di Ben Ali, nel gennaio del 2011. Ma se la rabbia nei confronti della situazione attuale è più che legittima, la nostalgia per il vecchio sistema è falsa coscienza, se non ipocrisia. Vuol dire rinnegare le lotte che il popolo tunisino continua a portare avanti in diverse regioni del Paese (basti pensare agli ultimissimi episodi di resistenza popolare nelle isole Kerkenna e nell’oasi di Jemna), dimostrando che la rivoluzione è piuttosto un processo ancora in divenire. Vuol dire accontentarsi del ritorno al potere di facce note del vecchio regime.                                                                                                                                        

Ma Médenine, una delle città maggiormente legate alle forze più conservatrici del Paese, a due passi dal confine libico, attraverso il quale la Tunisia esporta (e occasionalmente re-importa) migliaia di combattenti,

vive facendo finta di niente, in una calma apparente, lontana e ignara dalle lotte che animano il resto del Paese. Crocevia dei traffici -illeciti e non- provenienti dalla Libia, a capo di una regione che comprende mete iperturistiche quali il deserto del Sahara e l’isola di Djerba, Médenine gestisce grandi flussi di merci e di denaro. Beni che però non vengono messi al servizio di un concreto sviluppo, e che lasciano la regione ai margini dell’economia del paese, e carente di infrastrutture e servizi. Proprio come i suoi ksour Médenine rimane chiusa in se stessa, accumulando ricchezze senza generare cambiamento. E anche Fethi accumula ricchezze che non interessano a nessuno, nello ksar che è diventato il suo reliquiario. Aspettando senza troppa convinzione che qualcosa cambi. «Inshalla, ça va changer», dice, con più rassegnazione che speranza. Per il momento si dovrà accontentare di vendere brik e caffè.

Le seguenti foto sono state scattate da Badia Aboutaoufik durante l'intervista di Alessia Carnevale al signor Fethi all'interno del suo caffé-museo degli Ksour.

Il signor Fethi è sulla destra, all'esterno del cucinino, in uno dei tanti momenti morti dei pomeriggi nel caffé.

Le seguenti immagini sono foto di Medenine nella prima metà del Novecento, all'epoca del protettorato francese.

 

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