Intervista allo scrittore e regista Éric Vuillard, premiato con il Goncourt per “L’ordine del giorno”: un'inedita ricostruzione dell’Anschluss, che attraverso alcuni dettagli illumina la tragica banalità della Storia. 

Una rosa nel filo spinato dell'ex campo di sterminio nazista di Auschwitz, Polonia, il 12 aprile 2018. REUTERS / Kacper Pempel
Una rosa nel filo spinato dell'ex campo di sterminio nazista di Auschwitz, Polonia, il 12 aprile 2018. REUTERS / Kacper Pempel

«Le più grandi catastrofi si annunciano spesso a piccoli passi». Evidenza ubiqua, che si accompagna tanto all'ascesa del nazismo quanto ai periodi di bassa umanità che costellano la Storia e costituisce uno di temi chiave de L'ordine del giorno (Edizioni e/o), l'interessante romanzo – Premio Goncourt 2017 – dello scrittore e cineasta francese Éric Vuillard.


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Vuillard, il suo libro racconta l'Anschluss da una prospettiva nuova, inusuale. In che modo ha tradotto la sua ricerca storica in un racconto denso di dettagli e di approfondimento psicologico?

«La strutturazione del sapere moderno si è costruita sulla distanza mentre la letteratura è un'attività che, al contrario, intrattiene un rapporto di continuità, segue da vicino i suoi personaggi. Per fare un paragone con il cinema, lo zoom implica l'abolizione della distanza, rappresenta una visione ravvicinata. Tutto ciò si realizza attraverso registri differenti, come le descrizioni, la narrazione passo passo – ovvero minuto per minuto –, a differenza della grande storia che si cristallizza in una dimensione temporale più ampia – giorno per giorno, settimana per settimana, mai minuto per minuto. Fin quando si mantiene la distanza, il mondo politico acquista subito, in virtù della stessa distanza, un fondo di dignità, un fondo di solennità che gli fa gioco, mentre la letteratura, mantenendosi al contrario più vicina, conserva viva la prima impressione avuta, un'impressione non così seriosa».

Cosa potrebbe accomunare il tempo in cui è ambientato il suo romanzo ai giorni nostri?

«Penso che forse il punto di contatto che si potrebbe riscontrare tra il nostro tempo e quello in cui è ambientato il romanzo sia rappresentato dalla separazione. Il potere è sempre separato, deprivato di un rapporto dialettico con il popolo. Possiamo affermare che la separazione costitutiva della politica si è oggi moltiplicata in diverse forme».

Lei scrive che diverse potenze industriali – come, fra le altre, Siemens, Bayer, BMW, Daimler, Agfa e Shell – abbiano usufruito del lavoro dei deportati. Evidenzia: «Quei nomi esistono ancora oggi. I loro patrimoni sono immensi». Ritiene che abbiano pagato fino in fondo il conto della Storia?

«Niente affatto, a mio avviso».

«Non potremo mai capire». Ci può parlare dell'influenza esercitata dai filmati d'informazione e di propaganda risalenti a quegli anni sulla nostra conoscenza storica?

«Esistono ambiti di ricerca, come l'archeologia, che ci permettono di lavorare avendo a disposizione poco materiale e costruiscono delle forme di verità e di sapere a partire da frammenti. Non possediamo, invece, una disciplina adatta a difenderci dal troppo, dall'eccesso, e la propaganda rappresenta proprio questo sapere eccessivo: è una ripetizione d'immagini, di suoni e di testi destinata a produrre un certo effetto nel pubblico. È abbastanza consuetudinario subire una sorta di sovrabbondanza in tal senso. Il problema è che evidentemente la propaganda serve gli interessi del potere che la produce, eliminando dai filmati tutti quegli elementi che non concorrono a tal fine: una parte importante di verità, quindi, non viene documentata».

Cosa pensa dell'odierna propaganda politica?

«Oggi si impone una strutturazione molto particolare. Dopo la guerra si sono sostanzialmente contrapposte due narrazioni fondamentali mentre, ai giorni nostri, assistiamo – pur con tutte le sue varianti e posizioni minoritarie – ad una narrazione unica».

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