Entra nell’Ira da ragazzino. «In quegli anni la vita era un incubo. Se eri un nazionalista eri considerato un cittadino di seconda classe», dice. Finisce in carcere con Bobby Sands. Una volta libero, sbarca negli Usa e architetta la più grande rapina della storia. Ora è pronto per il grande schermo

Un murale a sostegno dell'Esercito repubblicano irlandese (IRA) nella zona di Ardoyne, a nord di Belfast. REUTERS / Cathal McNaughton
Un murale a sostegno dell'Esercito repubblicano irlandese (IRA) nella zona di Ardoyne, a nord di Belfast. REUTERS / Cathal McNaughton

Sam Millar, classe 1958, ha una storia che sembra un romanzo. Neanche maggiorenne, negli anni Settanta, entra a far parte dell'Esercito Repubblicano Irlandese (Ira). Dopo diverse condanne, conosce la realtà del carcere, nei famigerati Blocchi H della prigione di Long Kesh insieme a Bobby Sands, il giovane nazionalista morto il cinque maggio 1981 dopo sessantasei giorni di sciopero della fame. Una volta libero, approda negli Stati Uniti. Ma la vita tranquilla non sembra fare per lui. Millar, infatti, è considerato l'ideatore del colpo del secolo alla Brinks di Rochester – nello Stato di New York – che nel 1993 ha fruttato un bottino di sette milioni di dollari.


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Poi il ritorno forzato nelle Sei Contee, in Irlanda. E l'inizio di una nuova vita fatta di romanzi veri, ovviamente crime, con copie di libri vendute in tutto il mondo. Tra questi, troviamo anche la sua autobiografia On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese, pubblicata in Italia dalla casa editrice Milieu. Un volume che si legge tutto d’un fiato e che parte proprio dalla sua adolescenza, passando alla vita da combattente repubblicano, contro quelli che lui chiama ancora oggi terroristi britannici, per arrivare fino ai giorni nostri.

«In quegli anni la vita era un incubo. Se eri un nazionalista eri considerato un cittadino di seconda classe. Eravamo discriminati in tutto, sia nel lavoro che nell'istruzione», racconta Millar ad eastwest.eu. «Io ho deciso che dovevo fare qualcosa dopo che ho assistito all'uccisione di tredici civili disarmati da parte dei soldati britannici a Derry», durante quella che viene ricordata come Bloody Sunday, la domenica di sangue.

«Ero presente ed è stato terribile. Non lo dimenticherò mai». Poco tempo dopo, continua, «il mio compagno di scuola Jim Kerr è stato brutalmente ucciso da terroristi lealisti semplicemente perché era cattolico. Aveva appena sedici anni». Per questo il giovane irriducibile irlandese entra a far parte dell'Ira, così come molti suoi coetanei in quel periodo.

Proprio alla stessa età del suo compagno di scuola, Millar viene arrestato per la prima volta. «Le forze militari inglesi, munite di armi pesanti, hanno fatto irruzione nella mia casa, minacciando di sparare a mio padre». È accusato di far parte del gruppo armato repubblicano e, per questo, viene condannato a tre anni di reclusione. Dopo aver scontato la pena, passano pochi mesi e viene nuovamente fermato dalle autorità. «Questa volta dicevano che stavo per far saltare in aria una barca della Royal Navy. L'accusa non è mai stata dimostrata ma ha fatto poca differenza per gli inglesi, che mi vedevano come una minaccia per il loro colonialismo nel nostro Paese”.

Per l'ultima accusa viene condannato a dieci anni. Li sconta a Long Kesh, i famigerati Blocchi H, proprio nel periodo delle proteste che hanno portato alla morte di Bobby Sands e di altri nove nazionalisti irlandesi. In carcere la vita era durissima. «Non mi hanno permesso di vedere la mia famiglia per tutti gli anni nei quali ho scontato la mia pena. Eravamo picchiati e torturati quotidianamente. Non era permesso leggere libri. Non potevamo fare niente. Anche ora, ogni giorno, rivivo questo incubo e questa ingiustizia», spiega Millar.

«Quando sono uscito dal carcere ho deciso di partire per l'America», racconta Millar. «Ho iniziato a lavorare in casinò illegali a New York, fino a quando ho poi commesso quella che è stata definita la più grande rapina della storia degli Stati Uniti». Anche in questo caso, viene arrestato e condannato. «Mi hanno dato cinque anni, ma alla fine sono stato perdonato dal presidente Bill Clinton e rispedito in Irlanda».

Dopo anni passati a fare i lavori più improbabili per vivere, ha iniziato a scrivere romanzi. «Ho sempre voluto essere uno scrittore ma non ho mai pensato che fosse possibile a causa del mio background operaio. Ci ho provato e ora ho pubblicato più di dodici libri, tutti tradotti in molte lingue. E la mia autobiografia On the Brink, dovrebbe essere trasformata in un film il prossimo anno».

@fabio_polese

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