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L'Isis analizzato come forma di marketing

«L’ISIS ha un programma molto chiaro, già esposto fin dal 2014 nei primi numeri di Dabiq, la rivista ufficiale dello Stato Islamico che gran parte dei nostri giornalisti si è mai dato la pena di leggere attentamente» spiega Bruno Ballardini, saggista ed esperto di marketing e di comunicazione strategica, autore di Isis, Marketing dell'Apocalisse (Baldini&Castoldi, 2015), analisi di una guerra di mercato, camuffata come guerra santa. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Dottor Ballardini, un titolo il suo che propone un'associazione di termini piuttosto particolare, non trova?

Marketing è tutto quello che facciamo ormai in qualsiasi occasione, al punto che oggi non è possibile un pensiero al di fuori del marketing. Ora il punto è che questo immenso “motore” sta dando i primi segni di cedimento. La crisi della nostra società inizia qui. Ma questo motore non può, e io aggiungo non deve, essere più alimentato, perché produce soltanto guerra, a partire dall’uso che fa della comunicazione come arma da usare in mille battaglie.

Dunque, battaglie che al Baghdadi vince a “colpi d’immagine”?

All’inizio forse sì. In realtà, sul piano mediatico, l’ISIS tace da qualche mese, perché è sotto scacco. Ma la cabina di regia della propaganda di al-Baghdadi è occidentale, come occidentali sono le tecniche e le strategie di comunicazione. Anni fa, la stessa al-Qaeda imparò da un giovane professionista californiano, Adam Gadahn, la tecnica del chroma key, usata per impedire il riconoscimento dei luoghi in cui venivano girati i video-messaggi di Bin Laden. A parte il terrore che video dai contenuti forti hanno potuto suscitare in chi era totalmente all’oscuro di tutto e li vedeva per la prima volta, bisogna dire che hanno funzionato benissimo come propaganda perché hanno rimandato ai sostenitori un’immagine vincente dell’ISIS: noi siamo i più forti, solo noi possiamo distruggere gli infedeli (compresi i musulmani che non sono d’accordo con noi), e Dio è con noi. È il nazismo dell’Islam. E curiosamente ottiene lo stesso consenso che otteneva allora l’ideologia hitleriana presso una parte cospicua della borghesia moderata mitteleuropea mentre l’altra parte restava sbigottita a guardare, incapace di reagire.

Perché “marketing dell'Apocalisse”?

Perché siamo di fronte a una crisi definitiva che è stata prodotta proprio dal marketing, quella del capitalismo, oltre cui non è possibile proseguire continuando a ripetere i vecchi errori. Ma è anche quella dell’Islam, incapace di trovare un rinnovamento al suo interno e sempre in bilico fra il marketing occidentale - che ormai ha totalmente assimilato - e la tentazione di un ritorno al Medioevo. Infine, c’è l’Apocalisse di cui si fa messaggero l’ISIS: non solo predicandola ma tentando anche di far sì che si realizzi veramente. Sono piani diversi che si intersecano perché l’ISIS fa di tutto per farli incontrare/scontrare.

Nel suo studio analizza tre ambiti: economico per il marketing, antropologico e geopolitico. In sostanza, cos'è l'Isis?

È quello che nel libro ho chiamato un “OCM”, cioè un “organismo culturalmente modificato”, creato a tavolino e in grado di diffondersi aggressivamente in modo autonomo facendo terra bruciata intorno a sé. Né più né meno che come fa un normale OGM. L’ISIS ha un programma molto chiaro, già esposto fin dal 2014 nei primi numeri di Dabiq, la rivista ufficiale dello Stato Islamico che gran parte dei nostri giornalisti si è mai dato la pena di leggere attentamente. Ma in cauda venenum: proprio ora che l’ISIS è in difficoltà può rendersi ancora più pericoloso con una logica stragista suicida. D’altra parte, non sottovaluterei nemmeno il trasformismo di altri gruppi radicali legati ad al-Qaeda che hanno già mostrato di saper cambiare repentinamente nome e strategia con un’operazione che nel marketing è detta “rebranding”.

Strategie di terrore mediatico che, tuttavia, possono rivelarsi armi a doppio taglio: a suo avviso, il Califfato ha valutato il pericolo di esporre i musulmani che vivono in Occidente a casi di isteria?

È esattamente quello che vogliono, ben sapendo che un miliardo e mezzo di musulmani che vivono pacificamente la loro fede come la vivono i cattolici e gli ebrei non sono assolutamente in grado di difendersi dal radicalismo che si diffonde al loro interno. D’altra parte è anche vero che dall’esterno il resto del mondo non è in grado di comprendere la differenza fra la grande maggioranza “normale” e i fanatici. Eppure è semplice: i terroristi islamici sono tutti wahhabiti (o salafiti), hanno cioè lo stesso credo della monarchia saudita che è nostra alleata. Tutto nasce dal patto diabolico che gli Stati Uniti hanno fatto con i sauditi per questioni di petrolio e per controbilanciare l’influenza politica dell’Iran (sciita) sul Medio Oriente. I sauditi godono anche della complicità politica di Israele perché per Israele l’esistenza di monarchie teocratiche islamiche permette specularmente di giustificare l’idea di uno “stato ebraico”. Ma in realtà le guerre di religione non c’entrano nulla: l’ISIS sta combattendo una guerra per procura finanziata dai sauditi e sostenuta dalle monarchie del Golfo e dagli USA per destabilizzare il Medio Oriente, buttare giù Assad e indebolire così la Russia. È sempre la buona vecchia guerra fredda, combattuta ora con eserciti finti e per un finto Califfato che non si realizzerà mai.

@marco_petrelli

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