Il viaggio attraverso il deserto degli eritrei ricorda l’esodo biblico, dice la scrittrice Ayelet Gundar-Goshen. Ma le porte di Israele rimangono chiuse e i volti dei migranti invisibili. Una crisi di irresponsabilità da affrontare con realismo: «La grazia umana è come lo yogurt, ha una data di scadenza»

Un giovane migrante dall'Eritrea spinge il braccio fuori dalla porta della cella nella prigione di Givon a Ramle vicino a Tel Aviv, dove è detenuto per immigrazione illegale. Israele. REUTERS / Ronen Zvulun
Un giovane migrante dall'Eritrea spinge il braccio fuori dalla porta della cella nella prigione di Givon a Ramle vicino a Tel Aviv, dove è detenuto per immigrazione illegale. Israele. REUTERS / Ronen Zvulun

 «Israele, nazione di rifugiati, serra i propri cancelli in faccia ai rifugiati odierni. Gli Stati Uniti, nazione di immigrati con la speranza di un futuro migliore, rifiuta di concedere questa speranza ai nuovi immigrati». La giornalista e scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen, autrice di Una notte soltanto, Markovitch e Svegliare i leoni – pubblicati in Italia da Giuntina – decifra i segni di una vacillante contemporaneità, facendone deflagrare contraddizioni e idiosincrasie. E sposta il discorso dalla sterilità dei dati ai volti che li abitano.


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Svegliare i leoni è incentrato, fra l'altro, sulla condizione di una comunità di eritrei, invisibile alla società. A proposito della posizione di chiusura di alcuni Paesi europei e americani in materia di politiche di immigrazione, da dove pensa derivi, in questo particolare momento, una così forte riluttanza riguardo l'accoglienza dell'Altro?

«Dappertutto – in America, Italia, Germania, Regno Unito e Israele – parliamo di “crisi dell'immigrazione” o di “problema dei profughi” come se stessimo discorrendo di problematiche legate alla produzione di una nuova generazione di cellulari piuttosto che di persone. Le statistiche ci preoccupano, i dati mostrano un incremento del numero di rifugiati, la percentuale di bambini senza accompagnatore sta crescendo. Ma i volti dietro le statistiche rimangono vaghi. Mi meraviglio per come tante volte mi sia trovata in un ristorante, occupata in una conversazione intima mentre una rifugiata puliva i tavoli, totalmente inosservata. Non abbassavo il tono della mia voce quando lei si piegava verso il mio tavolo. Non era per me abbastanza importante da indurmi a prestare attenzione al fatto che potesse udire le discussioni con il mio compagno o i gossip sul mio nuovo datore di lavoro. Non riuscivo a distinguere il suo volto da quello degli altri.

Come può qualcuno, pur essendo oggetto di dibattito pubblico, continuare a restare invisibile? È questa la differenza tra un problema e una persona. Un problema è qualcosa su cui si può discutere. Una persona è qualcuno a cui bisogna dare attenzione. La tragedia dei rifugiati è un'immagine straziante in un notiziario ma il muro fra un notiziario e la nostra vita di tutti i giorni è alto e solido.

Anche se possiamo avere una posizione chiara intorno al ruolo del nostro governo, trascuriamo quel muro invisibile che condiziona le nostre scelte morali a livello individuale. In quanto persone che vivono in uno Stato, obbedendo al proprio governo, le sensazioni riguardo le nostre responsabilità personali risultano attenuate. Se un ragazzo africano in Israele, una ragazza siriana in Europa o una madre messicana negli Stati Uniti si trovassero in punto di morte davanti alla nostra porta ciascuno di noi sarebbe naturalmente portato a dare a lui o a lei un bicchiere d'acqua. Quando, però, arrancano nel deserto a molti chilometri di distanza non riconosciamo alcuna personale responsabilità morale qualora dovessero morire di sete.

Questo fenomeno è molto vivido nel mio Paese, Israele, al momento meta di profughi eritrei. Dopo essere fuggiti da una brutale dittatura, tentano di attraversare il deserto verso la Terra Promessa. Il loro viaggio verso Israele attraverso il Sinai ricorda l'esodo biblico degli Ebrei. Ci si aspetterebbe che coloro che vagarono in tutto il mondo in cerca di una patria se ne ricordassero quando li avvistano durante il loro esercizio di sentinelle. La memoria di una nazione, tuttavia, è più corta di quella di un pesce rosso.

Di chi è la responsabilità di tutto questo? Se il governo in Siria viola i diritti fondamentali della sua gente sono responsabili gli altri governi dell'accoglienza di queste persone in qualità di rifugiati? La mia risposta è sì ma solo fino a un certo punto. Mentre la grazia divina è infinita, la grazia umana è come lo yogurt, ha una data di scadenza. Le persone non sono angeli e se noi vogliamo cambiare il modo in cui la crisi dell'immigrazione viene gestita dobbiamo tenerlo ben presente. Quando una persona chiede: “Sono forse il guardiano di mio fratello?”, la risposta è “Sì”, anche se ciò non significa che egli dovrebbe dividere tutto ciò che possiede con suo fratello.

Quanto siamo disposti a sacrificare la nostra economia o il nostro stile di vita al fine di aiutare? È ovvio, ad esempio, che Israele non dovrebbe concedere a tutta la popolazione eritrea di emigrare sul proprio territorio ma ad ora solo l'1% delle richieste inerenti lo status di rifugiato sono state accolte, una percentuale irrisoria. Ed eccomi qui, ad adoperare numeri astratti. Una volta che il confronto si incardina su dati come il 100% o l'1%, le persone scompaiono e la questione diventa tecnica. Talvolta non vi è comunque scelta dall'intraprendere una sterile discussione intorno ai fatti e alle cifre correlati all'immigrazione ma quando ci si ricorda delle persone che stanno dietro i numeri è più probabile che le conclusioni di tale discussione siano più umane. Più alti sono i muri interni, più diventa difficile scorgere i volti dietro di essi».   

Nel suo Paese lei è un'attivista del movimento per i diritti civili. Cosa ne pensa di un Mediterraneo senza Ong, costato la vita – secondo le informazioni fornite dalle Ong Msf e Sos Mediterranee – a 600 persone in quattro settimane?

«Penso che la storia si ripeta nel modo più tragico e ironico».

Dopo aver spostato in Israele l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, il presidente americano Donald Trump scrive in un tweet: "Un grande giorno per Israele. Congratulazioni!". È d'accordo?

«Non sono d'accordo. La politica di Trump mi farebbe pensare a un film dal titolo: Donald the kid in the wild-East.

Nella città di Eilat, nel sud di Israele, a quindici ore di volo dal Texas, si trovano le rovine del “Texas Ranch”. Si tratta di una città del cinema, costruita negli anni Settanta, quando i produttori americani trasferirono interi set cinematografici in Israele con l'intento di risparmiare. Più di 24 pellicole western vennero girate qui. In quei giorni gloriosi, i cavalli erano soliti attendere fuori dalla porta dello sceriffo. I cattivi venivano impiccati. I buoni bevevano birra nei pub. Poi gli americani se ne andarono. Era la fine dell'Era dei Western a Hollywood e i produttori trasferirono la propria attenzione verso altri tipi di film, girati in altri posti. Noi israeliani venimmo abbandonati con questa vuota città-set del selvaggio West che divenne presto un'attrazione turistica. Per anni, le famiglie del luogo visitavano Eilat spinti dal desiderio di raggiungere il “Texas Ranch” e scattare foto nei pressi del palo uso all'impiccagione. D'un tratto, per ragioni sconosciute, la gente smise di arrivare. Le case che erano state costruite nel set cominciarono a deteriorarsi. Presto non restò altro che un'enorme quantità di rifiuti, coperta dalla polvere e bruciata dal sole del deserto israeliano. “Texas Ranch” era deserta. In questi ultimi 17 anni, la gente di Eilat rimase incastrata nelle rovine di una fantasia americana.

Ricordavo il Texas mentre ascoltavo i ragazzi alla radio preparare la dichiarazione di Donald Trump all'ambasciata. Era come se fossimo in uno studio hollywoodiano, nel momento in cui ciascuno sul set deve stare fermo e in silenzio mentre gli attori recitano le loro battute. Ed ecco i ruoli principali: abbiamo lo sceriffo, Donald Trump. Abbiamo le forze del bene, i rancher israeliani. C'è la damigella in pericolo – la stessa Gerusalemme – con i cattivi – Hamas – che tentano di mettere le loro sporche mani su di lei. Proprio come, all'età di cinque anni, a me e agli altri bambini divertiva giocare ai buoni contro i cattivi. Il popolo israeliano, così come quello palestinese, si trovano semplicemente sul set di questo eastern [gioco di parole con westernNdr.]. E quando Trump se ne andrà, rimarremo incastrati nelle rovine di una fantasia americana».

La sua narrativa è caratterizzata da un'evidente carica introspettiva. Quali sono i suoi fari letterari?

«David Grossman, Romain Gary, Virginia Wolf, che pongono la medesima enfasi sul mondo esterno come su quello interiore».

Potrebbe parlarci dei suoi prossimi lavori?

«Il mio nuovo romanzo, The liar and the city, verrà pubblicato in Italia il prossimo anno. Il racconto segue le vicende di Nuphar, una ragazza comune che lavora durante l'estate in una gelateria. Ogni giorno si affollano dozzine di clienti ma nessuno di essi dedica a Nuphar una seconda occhiata, lei non è una di quelle ragazze su cui lo sguardo è solito indugiare. Tutto cambia quando Avishai Milner entra nella gelateria. La insulta e la umilia. Offesa nel profondo, Nuphar corre fuori nel cortile e Avishai, che sta ancora aspettando il suo resto, la rincorre. “Lasciami stare!” grida con tutto il peso dei suoi 17 mediocri anni di ferite e frustrazioni. Le sue urla attirano i cittadini e, con sua sorpresa, sono tutti convinti che Avishai abbia provato ad abusare sessualmente di lei. Ora, per la prima volta nella sua vita, Nuphar si trova al centro dell'attenzione. Il supporto che riceve dalla comunità la trasforma in una sorta di cenerentola e la ragazza dei gelati diventa una Principessa Mediatica. La magia di questa Cenerentola, tuttavia, proviene dalle sue bugie su un'aggressione mai realmente avvenuta».

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