Essere donna a Teheran. Intervista a Leila Karami

Quattordici racconti, quattordici viatici alla comprensione della condizione femminile nel moderno Iran che rifuggono da facili semplificazioni e vieti stereotipi per suggerire una visione d'insieme puntuale e polifonica: questa la suggestione che informa Anche questa è Teheran, credetemi! (Schena Editore), a cura di Leila Karami, cui, insieme a Laura Zaccagno, si devono anche le traduzioni dei testi proposti.

Leila Karami, partiamo dal titolo, Anche questa è Teheran, credetemi!: un modo per abbattere i luoghi comuni sull'Iran?

Esattamente. Quando si parla di Iran, si pensa sempre alla questione nucleare o comunque a un Paese islamico nemico, mentre si pubblicano titoli come Leggere Lolita a Teheran e Prigioniera di Teheran. Diventava necessario dare una risposta anche provocatoria a una certa consuetudine editoriale e sottolineare che anche questa è Teheran, metropoli moderna di un Paese antico, nonostante non tutti i racconti siano ambientati a Teheran e non tutte le scrittrici provengano da lì ma anche da altre città iraniane.

Nei racconti è presente un punto di vista femminile ma non femminista...

Ogni donna in qualche modo lotta per avere dei diritti, per far sentire la propria voce in pubblico; ciò nonostante i racconti selezionati, scritti da donne conosciute e impegnate nel sociale, non sono stati scelti alla stregua di veri e propri manifesti femministi ma principalmente in base a criteri letterari.

In che modo la letteratura italiana influenza la cultura femminile iraniana?

Sono anni, per non dire decenni, che si traduce letteratura italiana in Iran. Le autrici che hanno maggiormente influenzato la letteratura femminile contemporanea iraniana sono state Alba De Céspedes, Natalia Ginzburg e Maria Grazia Deledda. Le scrittrici iraniane hanno poi adattato la loro opera alla propria cultura, attingendo a quel modo di descrivere sé stesse partendo da sé stesse senza per questo dover aderire a priori a un paradigma specificamente femminista.

Cosa pensa della parità dei diritti civili fra i due sessi nella cultura e nella società iraniana?

Il Codice civile iraniano è influenzato dal concetto morale islamico. Possiamo dire che esiste una sostanziale parità dei diritti e, congiuntamente, un progetto per lottare a favore dei propri diritti. Questo è stato anche l'argomento di un altro libro che ho curato insieme a Biancamaria Scarcia Amoretti e che è stato pubblicato l'anno scorso [Il protagonismo delle donne in terra d'Islam, Ediesse 2015, ndr].

Nell'introduzione si sottolineava che all'Università di Teheran fosse necessario adottare delle quote azzurre...

Le donne iraniane sono altamente istruite, grazie anche a un progetto del governo islamico che ha perseguito l'istruzione per tutti i ceti sociali. Chi ha usufruito di tale possibilità sono stati principalmente i ceti più bassi della società. Per mezzo del velo le donne sono riuscite ad accedere all'università, in quanto nelle famiglie tradizionali esse, in ossequio a una certa regola morale, potevano uscire di casa solo coprendosi i capelli. Fino a qualche anno fa, in effetti, il numero di iscritti all'università era più elevato tra le donne che tra gli uomini, tanto da spingere il Governo iraniano a varare una quota azzurra al fine di limitare l'accesso delle donne a materie scientifiche come ingegneria, medicina, ecc...

Rezah Shah nel 1936 aveva obbligato all'adozione del velo da parte delle donne nei luoghi pubblici. Oggi il velo per le donne è obbligatorio anche per le straniere e le non musulmane, e anche nel resto del mondo diventa un elemento divisivo. Considera la questione del velo come un discrimine per i diritti femminili in Iran e non solo o non è così importante per una battaglia finalizzata all'acquisizione di maggiori diritti civili?

Il velo è obbligatorio e il fatto che sia tale perché imposto dall'alto, nell'ottica di una visione politica che tende all'islamizzazione del Paese, ne fa una questione sensibile. In questo senso anche lottare contro il velo diventa una battaglia, proprio a causa dell'obbligatorietà di cui viene investito.

Molti racconti del libro sono incentrati sul tema del matrimonio, talvolta del matrimonio combinato...

C'è un racconto che parla di un matrimonio combinato ma non è tanto questa la piaga dell'Iran quanto piuttosto il matrimonio tra ragazzine e uomini maturi, come emerge nel secondo racconto, Non sono una signorina! di Shiva Arastuy, che tuttavia, più che concentrarsi su questo aspetto della questione femminile, si focalizza sulla possibilità che due donne, di due diversi ceti sociali, si ritrovino e si capiscano.

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GUALA
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