L'Epoca delle Accelerazioni in un'analisi di Thomas L. Friedman

«In breve, questo libro è un gigantesco editoriale sulla realtà di oggi». Così il giornalista e saggista Thomas L.Friedman, firma prestigiosa del «New York Times» e vincitore, per ben tre volte, del premio Pulitzer per i suoi reportage in Medio Oriente, definisce il suo ultimo saggio, Grazie per essere arrivato tardi (Mondadori, 2017), un articolato tentativo di comprendere il mondo contemporeaneo attraverso un approccio – sulla scorta della lezione di Lin Wells – «radicalmente inclusivo».

Un modo, dichiaratamente il più esaustivo possibile, per comprendere quella che il noto opinionista chiama «la Macchina» – intesa come complessità che aggrega i «più importanti ingranaggi del mondo» – e per accostarsi alla cosiddetta «Epoca delle Accelerazioni», esaminata nelle sue tre direttrici principali: tecnologia, globalizzazione e cambiamenti climatici.

Risale al 2007, secondo Friedman, il «punto di flesso tecnologico» che determinò cambiamenti sostanziali nel mondo odierno e in particolare nel settore tecnologico: in quell'anno Steve Jobs presentò il primo iPhone, l'azienda Hadoop rese i Big Data accessibili a tutti, cominciò a svilupparsi la piattaforma open source Git Hub, preposta alla creazione collettiva di software, Facebook e Twitter si diffusero a livello globale, Google lanciò la piattaforma Android, la compagnia telefonica statunitense AT&T implementò considerevolmente il traffico dati dei cellulari attraverso la sua rete wireless, Amazon dette il via alla rivoluzione degli e-book e a San Francisco veniva concepito Airbnb. Un progresso tecnologico prodigioso che confortava nel suo svolgersi la cosiddetta «Legge di Moore» – che prende il nome dall'ingegnere Gordon E. Moore, autore del celebre articolo Stipare sempre più elementi in un circuito integrato, apparso il 19 aprile 1965 su «Electronics» –, secondo cui la velocià e la potenza dei microchip, ovvero la loro capacità di processare dati, sarebbe raddoppiata all'incirca ogni anno (periodo poi aggiornato a due anni) con un piccolissimo incremento di costo a ogni nuova generazione. Mentre nel saggio precedente, Il mondo è piatto (Mondadori, 2006), l'autore individuava nell'anno 2000 un'evidente evoluzione nella qualità della connettività, nel 2007 assiste invece a uno sviluppo per ciò che concerne la semplificazione della complessità: «siamo entrati in un mondo in cui la connettività era diventata rapida, gratuita, semplice da usare e onnipresente e la gestione della complessità rapida, gratuita, semplice da usare e invisibile». Vero cuore pulsante di tale rivoluzione è rappresentato dal Cloud, “la nuvola” –  termine al quale Friedman preferisce “Supernova” –, ovvero l'insieme di programmi e servizi che girano su Internet senza bisogno di supporto fisico quale il disco rigido di un computer. Espressione del potere e della globalizzazione dei flussi, trionfo dell'immaterialità, sancì fra l'altro anche la diffusione della sharing economy (“consumo collaborativo”): «Uber, – rilevò Tom Goodwin in un articolo uscito il 3 marzo 2015 sul sito TechCrunch.com – la più grande compagnia di taxi del mondo, non possiede automobili; Facebook, la più importante azienda di media del mondo, non produce contenuti; Alibaba, il venditore al dettaglio con il fatturato più alto, non ha scorte in magazzino; Airbnb, il più grande fornitore di alloggi del mondo, non ha immobili. Viviamo in un'epoca molto interessante». Anche le moderne estorsioni a mezzo informatico – le cyberestorsioni effettuate mediante un software chiamato ransomware – esigono denaro immateriale, la moneta elettronica bitcoin.

Interdipendenza e interconnessione veicolano la globalizzazione dei moderni flussi digitali. Interdipendenza dei mercati: «Quando il governo cinese, – annota Friedman, – nell'estate del 2015, ha fatto qualche passo falso in campo finanziario dando una scossa ai suoi mercati, gli americani ne hanno immediatamente avvertito le ripercussioni nei loro conti pensionistici e nei loro portafogli azionari». Interconnessione e velocizzazione dei rapporti umani, favorita dall'accellerazione dei flussi. La crescente interdipendenza delle nazioni, improntata oggi non solo sui rapporti di forza ma anche sulla gestione della debolezza: «Gestire la debolezza – osserva l'editorialista – è una grossa gatta da pelare. Se sei l'America e non intervieni per puntellare gli stati che si stanno disintegrando, lasci che il disordine si diffonda. E se punti i piedi e intervieni, puoi ritrovarti a sfondare l'assito, e allora ritirare il piede potrebbe essere terribilmente doloroso. E costoso. (Vedi Afghanistan, Somalia e Iraq.)».

Stiamo varcando la soglia che ci divide dall'Olocene, epoca geologica nella quale abbiamo vissuto per gli ultimi 11.500 anni circa, per entrare in un mondo analogico, «un posto dove non siamo mai stati come genere umano». Ci stiamo lasciando alle spalle l'Olocene dell'ambiente – insidiato dal superamento di limiti quali il cambiamento climatico, la biodiversità, la deforestazione, i flussi biogeochimici –, l'Olocene del lavoro – un lavoratore, al giorno d'oggi, necessita di formazione continua per esprimere flessibilità e competenze sempre nuove – e l'Olocene della geopolitica – rappresentato dai precari equilibri del mondo post-post guerra fredda.

L'Epoca delle Accellerazioni mette a dura prova le nostre capacità adattative. Il mondo non sta solo cambiando molto rapidamente, ma sta mutando completamente forma in molti ambiti simultaneamente. «E questo rimodellamento – rileva l'imprenditore ed editorialista Dov Seidman – sta avvenendo a una velocità superiore a quella con cui noi stessi, i nostri leader, le nostre istituzioni, le nostre società e le nostre scelte etiche riusciamo a adattarci». Nel tentare di delineare un approccio il più possibile adeguato a quella che gli scienziati definirono nel 2005 «Great Acceleration», Grande Accellerazione – implicando in tale espressione la natura olistica dei cambiamenti che attraversano il pianeta – Friedman si richiama ai modelli che Madre Natura variamente adotta per incrementare resilienza, ovvero la capacità di assorbire gli shock e continuare a progredire, e propulsione, in un equilibrio basato sulla stabilità ma non sulla stasi: fra questi la capacità di adattarsi e cambiare, la difesa del pluralismo, la cultura della proprietà, la giusta armonia tra federale e locale – «l'equilibrio tra gli ecosistemi individuali e il tutto più vasto» – e un insieme di strategie mutuabili e traducibili nella società civile, come un sistema sanitario pubblico universale, l'accettazione e il controllo dell'immigrazione, una radicale riforma fiscale, facilitazioni per le start up, il divieto della produzione e della vendita di armi semiautomatiche e di tipo militare e la creazione di una commissione per il miglioramento normativo.

In definitiva, l'unico stato che possa permettere di prosperare durante l'«Epoca delle Accellerazioni» è quello della stabilità dinamica, che permetta di riorganizzare in ogni società il mondo del lavoro, della politica e dell'etica. In caso contrario, quando tante cose accellerano nello stesso momento, saremo come kayak fra le rapide, sospinti da correnti vorticose. «In queste condizioni – ammette l'autore – è quasi irresistibile la tentazione di fare una cosa istintiva, ma sbagliata: immergere la pagaia in acqua per cercare di rallentare». The Times They Are A-Changin'. Ora più che mai.

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