Per capire chi sono veramente i Millennials

Non solo “nati tra il 1980 e il 2000”, i “Millennials” sono una categoria di giovani, almeno negli USA, che fa qualcosa in più: sono laureati, lavorano, lanciano start up, affrontano i rischi d’impresa e producono cultura.

Matteo Achilli, soprannominato il Zuckerberg Italiano da Panorama Economy, è un giovane ragazzo fondatore di Egomnia, un social network creato per soddisfare le aziende che cercano di assumere laureati in cerca di lavoro. REUTERS/Tony Gentile
Matteo Achilli, soprannominato il Zuckerberg Italiano da Panorama Economy, è un giovane ragazzo fondatore di Egomnia, un social network creato per soddisfare le aziende che cercano di assumere laureati in cerca di lavoro. REUTERS/Tony Gentile

Per capire meglio questo fenomeno facciamo un passo indietro nel tempo e un salto al di là dell’Atlantico dove è nato questo termine, “coniato” nei primi anni ‘90 dagli scrittori William Strauss e Neil Howe.

L’autorevole Pew Research Centre nell’ormai lontano 2010, definiva i “Millennials” come la prima generazione nella storia umana a crescere insieme e quotidianamente con Facebook, YouTube, Google e Wikipedia.

Nel 2014 sempre il Pew Research Centre descrive in pochi punti le caratteristiche principali dei “Millennials”: sono la generazione più multirazziale nella storia americana; sono meno attaccati alle istituzioni politiche e religiose tradizionali; si indebitano tantissimo per studiare; solo il 26% è sposato e sono molto più diffidenti verso il prossimo rispetto ai più anziani.

Sul New York Times Ross Douthat accusa i “Millennials” di essere estremamente individualisti sostenendo che questa diffidenza verso la religione, i partiti e le persone sia semplicemente una dimostrazione di egoismo.

È abbastanza chiaro? Ancora no. Forse gli stessi Americani non hanno un’idea precisa su cosa significhi davvero “Millennials”. In un articolo del 2014 del The Atlantic Tom DiPrete, professore di sociologia alla Columbia University sostiene che in realtà sono i media a definire i confini e le caratteristiche di ogni generazione. La classe “Baby Boom” (i nati tra il 1945 e il 1964) aveva caratteristiche ben precise dovute all’aumento del tenore di vita dal dopo Guerra fino agli anni ’60 quando cambiano i modelli sociali e familiari.

Ma non sempre è facile etichettare una generazione, anzi. Per quanto riguarda i “millennials” DiPrete dice che certamente sono i primi a crescere con la tecnologia ma ciò può “plasmare” la vita delle persone in modo diverso. L’esigenza quindi di trovare a tutti i costi una definizione univoca è soprattutto dei media che però rischiano di confondere la reale natura del fenomeno.

Il rischio è proprio che questa confusione sia già avvenuta. Soprattutto in Italia dove sempre più spesso leggiamo “Millennials” più che altro come sinonimo di ragazzi diventati maggiorenni nel 2000.

Allarga i nostri orizzonti una ricerca Censis dello scorso anno dal titolo “Vita da Millennials: web, new media, startup e molto altro”. Questo studio fotografa un Paese dove nel secondo trimestre del 2015 sono nate più di 300 imprese al giorno guidate da giovani under 35 (120mila nuove imprese nell’anno complessivo)e più di 3,8 milioni lavorano oltre l'orario formale.

Nonostante il 59,1% degli italiani ritenga che per il nostro Paese i giorni migliori appartengano ormai al passato, questi giovani lanciano un messaggio ottimistico per il futuro: “il meglio deve ancora venire”. A dimostrazione che dietro alla parola “millennials” anche in Italia ci sono persone con progetti e aspirazioni ben precise.

@LaviniaPelosi

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