El Sistema

Suona che l’ingiustizia ti passa. Compie 40 anni un esperimento di “musica collettiva e democratica”. El Sistema, uno degli esperimenti di didattica della democrazia più straordinari del pianeta, ha quasi quarant’anni.

Nel febbraio del 1975 il pianista e economista venezuelano José Antonio Abreu fondava a Caracas con otto suoi allievi musicisti la prima orchestra sinfonica che aveva come scopo avviare i ragazzi dei quartieri più sfortunati alla pratica della musica collettiva.

Per “toglierli dalla strada” come si dice, ma non solo: “Quando un ragazzino povero inizia a suonare uno strumento in casa – spiegava Abreu – trasforma allo stesso tempo chi gli sta attorno. Il suo impegno è di esempio per gli altri, e se lascia il quartiere per esibirsi in pubblico aumenta la sua autostima”.

“Suona e combatti” era il motto di questa iniziativa, diffusa in breve a macchia d’olio in tutto il Venezuela, che oggi ha epigoni in tutto il mondo: si calcola che almeno 400.000 ragazzi facciano oggi parte delle centinaia di orchestre sparse nel Paese, e altrettanti abbiano frequentato negli anni i “Nucleo”, le scuole locali dove lo strumento te lo regalano, si studia per cinque giorni su sette, gli insegnanti vanno a stanare i propri allievi casa per casa.

Simon Rattle e Carlo Abbado hanno partecipato attivamente al progetto: per l’inglese Rattle “Il Sistema” è “la cosa più importante mai accaduta per assicurare un futuro alla musica classica”.

Le sue parole hanno avuto un senso quando nel 2006, l’allora 25enne direttore della Simon Bolivar Youth Orchestra, Gustavo Dudamel è stato reclutato dalla Los Angeles Philharmonic Orchestra per salire sul podio che è stato di Klemperer, Zubin Mehta, Giulini.

Oggi trentenne, Dudamel dirige anche l’orchestra di Gothenburg ed è in tournée con La Scala per il bicentenario verdiano. È figlio di un trombonista di salsa, avviato dalla nonna all’ascolto della musica classica. Si è formato come violinista nel Nucleo di Caracas. Abreu l’ha scelto personalmente per guidare l’orchestra prin cipale di “Il Sistema” (“è la mia famiglia, non li dimenticherò mai”), e il suo repertorio abbraccia Mozart e Shostakovich passando per Verdi (l’esecuzione del Requiem a Los Angeles è stato uno degli avvenimenti della scorsa estate), con una innocenza e una forza di fronte alla quale in pochi hanno storto il naso.

A qualcuno Dudamel ricorda un Leonard Bernstein meno radical- chic ma altrettanto capace di gesti antielitari, come riservare i posti migliori della Walt Disney Concert Hall alle famiglie (povere) dei suoi giovani musicisti, invece che ai vip. Il marketing fa il resto: il suo ciuffo di capelli si vende sulle tazze e sulle t-shirt. Un direttore d’orchestra popstar è uno dei modi in cui la tradizione della musica classica può sopravvivere nello spietato mercato culturale, specie in America, attirando i finanziamenti dei quali non può fare a meno. Al contrario, El Sistema è da sempre finanziato dallo Stato.

Con una certa abilità politica Abreu – un cattolico che è stato Ministro della cultura negli anni ’80 – si è assicurato i circa 30 milioni di dollari necessari a far sopravvivere annualmente la sua creatura, mettendola sotto la competenza del Ministero dell’educazione. E Chavez durante gli anni della sua presidenza ha schierato come una gloria del suo Paese la Simon Bolivar Orchestra in un summit a Brasilia nel 2000.

“Siamo un’istituzione nazionale – dice Abreu – per chiunque governi il Paese. E facciamo parte della comunità: gli enti locali competono tra loro per avere l’orchestra migliore”. Dal ghetto (o dal barrio) puoi salvarti grazie allo sport. O grazie alla musica, ma di solito è l’hip-hop o la canzonetta. Molti dei musicisti usciti da “Il Sistema”, alcuni dei quali come Dudamel hanno poi trovato posto nelle grandi orchestre internazionali, raccontano storie che assomigliano a quelle dei loro coetanei rapper o di certi calciatori sudamericani. Lo hanno fatto in mille documentari e reportage dedicati alla loro esperienza.

Di solito a chi chiede loro dove sarebbero ora, senza la musica, rispondono: per le strade a fumare crack, o morti. Il trombettista Wilifrido Galarraga, la cui famiglia stava andando in pezzi per via di un padre alcolizzato, ha raccontato una volta che suonando Mussorgsky in casa di fronte al quartiere attonito è riuscito a far tornare a scuola i suoi fratelli e far smettere di bere suo padre.

Lo scopo de “Il Sistema” – usare la musica classica occidentale per salvare i ragazzini da un futuro da ladri e spacciatori – è addirittura paradossale nella sua semplicità.

Profuma di un tempo passato in cui l’accesso alla cultura (con la C maiuscola) era segno di emancipazione e democrazia.

Profuma di Roosevelt, di Don Milani. Abreu ha rivendicato Beethoven e il suo “umanesimo democratico” come ispirazione per creare qualcosa chepotesse vendicare “i diritti delle masse”.

E ha spiegato la funzione dell’orchestra nel suo metodo come punto di contatto tra la competizione e la cooperazione tra ognuno dei suoi membri, come fosse una piccola e contagiosa utopia realizzata.

Dice un altro dei motti più noti de “Il Sistema”: “Prima la passione, poi le sottigliezze”. Gioia, passione, sono le altre parole chiave diquesta rilettura della nostra musica classica che ha effetti insperati, e non solo dal punto di vista sociale ed estetico. Il neuroscienziato Antonio Damasio ha in progetto di osservare per 5 anni proprio i giovani musicisti dell’Orchestra Bolivar alla ricerca del segreto neurologico per il quale la musica “attenua il dolore personale, e produce gioia”.

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GUALA
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