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Jeff Tweedy e il suo “album” di famiglia

Un buon padre di famiglia. Sembra essere questa l'idea che ci si può fare di Jeff Tweedy pensando al suo nuovo disco, il primo pubblicato utilizzando solo il proprio cognome. La sua vita un po' turbolenta, tormentata dalle emicranie e a un certo punto scivolata nella dipendenza da antidolorifici e ansiolitici, sembra essere definitivamente alle spalle.

Zoran OrlicZoran Orlic

Lo sono anche le inquietudini all'interno delle band in cui suona: lontani i tempi in cui per i litigi con Jay Farrar si sono sciolti gli Uncle Tupelo, lontani anche i momenti in cui si è temuto per la solidità del gruppo con cui Tweedy ha raggiunto il massimo del successo, i Wilco. Ormai consolidatisi come una delle più importanti realtà dell'alt-rock statunitense.

Proprio grazie a questa serenità umana e professionale, Jeff Tweedy si è permesso di fare un disco per conto suo. E di invitare il figlio diciottenne Spencer a suonare con lui: «Io e Spencer abbiamo iniziato a suonare insieme, a giocare con la musica, fin da quando era piccolissimo – racconta Jeff –, poi, un paio di anni fa, stavo lavorando al secondo disco di Mavis Staples di cui sono stato produttore. E avevo bisogno di un batterista per registrare qualche traccia. Spencer ha iniziato a suonare la batteria da bambino e così ha provato a fare lui quelle parti: Mavis l'ha sentito e scritturato al volo!

Spencer Tweedy non aveva molte strade per sfuggire alla musica, con un padre rocker e una madre che ha gestito per molti anni un rock-club a Chicago, il Lounge Ax: «Spencer passava molto tempo al locale, adorava guardare i batteristi montare il proprio strumento, ancora di più amava giocare con il set di batteria che la sua mamma teneva in ufficio. Sedersi a quella batteria era il suo gioco preferito, anche quando aveva le gambe troppo corte per arrivare ai pedali. Ascoltandolo giocare ci siamo presto resi conto che non faceva solo rumore, ma suonava, creava dei ritmi. Non potevamo che assecondare questa predisposizione».

Registrare un disco con suo figlio è diventata una scelta naturale, se non obbligata, dopo la prima esperienza in studio per l'album di Mavis Staples: «Ci siamo trovati così bene in studio che non volevamo più smettere. In quel momento le registrazioni per il nuovo disco dei Wilco non si potevano fare, perché molti dei membri della band erano impegnati con altre cose. Così mi è venuta l'idea di questo album».

E lavorare con un figlio-batterista è stato altrettanto semplice: «Mi sono chiesto soltanto, da produttore del disco, se essere il padre del batterista mi rendesse poco obiettivo nel valutare il suo modo di suonare, se non fossi semplicemente un padre orgoglioso e accecato dall'amore. Ma la cosa più bella è stata accorgerci che ci capivamo perfettamente attraverso la musica, che non avevamo bisogno di parlare molto. Per me è davvero frustrante quando in studio si perde tempo parlando della musica che si vuol fare, invece di suonarla. Tra me e Spencer è stato tutto immediato».

Il disco di Tweedy si chiama “Sukierae”. Il titolo è un'altra questione di famiglia, è il soprannome della moglie di Jeff, nonché mamma di Spencer, Suzie. Purtroppo però questa dedica nasce da un trascorso molto difficile: «All'inizio di quest'anno, dopo un periodo snervante di esami e analisi senza che si capisse cosa Suzie potesse avere, le sono stati diagnosticati due tumori, separati, che stavano crescendo simultaneamente. Così il disco è diventato una specie di oasi di tranquillità di fronte al caos che avevamo attorno, non solo per me e per Spencer, ma anche per la stessa Suzie e per il nostro secondo figlio Sammy. Abbiamo voluto fare per lei un disco positivo, pieno di speranza. E vorrei che tutti sapessero che per ora la terapia sta andando molto bene, restiamo molto ottimisti, pensando che Suzie potrà tornare a stare bene come prima, insieme a noi.»

Quando invece in una delle migliori canzoni del disco Jeff parla di come “nessuno muoia più” (“Nobody dies anymore”), sta pensando a tutt'altro: «Un giorno sono finito per sbaglio a una conferenza, dove questo esperto del tema della longevità spiegava come la possibilità di vivere un migliaio di anni fosse a portata di mano, di come la scienza fosse vicina a scoprire il segreto della lunga vita. Mi è parso subito orribile pensare a un mondo in cui la gente non muore più. Forse dovremmo pensare di dare da mangiare a tutti, prima di rendere immortali i ricchi. Quel pensiero si è poi mischiato con altri ragionamenti sulla mortalità, dai ragazzini continuamente ammazzati negli scontri a fuoco di questi mesi a Chicago, alla morte di mio fratello. Senza che affrontassi direttamente nessuno di questi temi, mi sono trovato a scrivere una specie di apologia della morte. Perché è giusto che ogni canzone finisca: il senso della nostra vita dipende anche dal suo avere una fine».

L'ultima canzone dell'album, “I'll never know”, è di nuovo ispirata a un'idea di famiglia. Parte dai ricordi d'infanzia di Jeff: «è una canzone estremamente personale, al centro c'è un'immagine che ho molto vivida nella memoria. Ci sono io, sul divano, e guardo mia madre addormentarsi con la sigaretta in mano, mentre guarda un vecchio film alla televisione. Spesso mi chiedo se e quanto anche i miei figli avranno questo genere di ricordi: da una parte sono ricordi che si portano dietro l'idea che uno non sia proprio il genitore migliore possibile, però al tempo stesso, per la l'umanità fragile che raccontano, creano una sensazione calda, di genuina e sincera vicinanza».

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