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Sawtuha: la voce e la musica di nove donne dalle primavere arabe

A gennaio di quest'anno, reagendo al seguito violento e repressivo della stagione delle primavere arabe, nove donne, nove musiciste provenienti da Libia, Tunisia ed Egitto, si sono unite per realizzare un disco collettivo. Per cantare insieme contro la corruzione, le dittature, la mancanza di apertura mentale e culturale.

Il disco che ne è scaturito, pubblicato alla fine di gennaio dall'etichetta tedesca Jakarta Records e disponibile per il download a pagamento a questa pagina http://jakartarecords-label.bandcamp.com/album/sawtuha, si chiama “Sawtuha”, che in arabo possiamo tradurre un po' grossolanamente come “la sua voce”, al femminile.

La produzione del disco è stata realizzata grazie alla collaborazione di una ONG con sede a Berlino, la Media in Cooperation and Transition (MICT), con fondi provenienti anche dal Ministero degli Esteri tedesco. Da un punto di vista artistico invece sono stati coinvolti il produttore e rapper americano Oddissee (il cui nome all'anagrafe è Amir Mohamed El-Khalifa, di padre Sudanese e madre afro-americana) e il musicista svedese Olof Dreijer, metà del duo elettronico The Knife. Anche i dj, rispettivamente francese e austriaco, Blackjoy e Brenk hanno collaborato con la realizzazione di diversi remix.

Le registrazioni del disco si sono protratte per due settimane nello studio Mohsen Matri di Tunisi, dove si sono ritrovate le tunisine Nawel Ben Kraiem, Badiaa Bouhrizi, Medusa e Houwaida, la libica Nada e le egiziane Donia Massoud, Maryam Saleh e Youssra El Hawary. Qualche mese dopo questa prima sessione, anche la cantante siriana Rasha Rizk ha potuto registrare un suo pezzo dall'asilo politico conquistato in Egitto, al Cairo.

In questi anni, mentre l'opinione pubblica internazionale seguiva con interesse, e anche qualche difficoltà di comprensione, gli sviluppi delle rivoluzioni che hanno attraversato diverse nazioni arabe, le voci della scena musicale indipendente sono state una fonte diretta e importantissima per raccogliere testimonianze sullo svolgersi degli eventi. Dando anche un'immagine chiara dei cambiamenti in atto in quelle vivaci scene musicali.

Nella presentazione di questa articolata compilation leggiamo come questo album sia “una viva e incoraggiante testimonianza della ribellione contro la repressione dei diritti democratici, contro la discriminazione di genere e la mancanza di inclusione sociale”. Anche la copertina dell'album è decisamente esplicita in questo senso: rappresenta una motocicletta cavalcata da una piramide di uomini e donne, una motocicletta che si dirige spedita seguendo un cartello su cui in arabo è scritto “Hooriya”, libertà. La musica che troviamo invece nelle dodici tracce di questo album è un'interessante mescolanza di musiche arabe tradizionali, di influenze provenienti dalle diverse nazioni da cui arrivano le nove musiciste, ma anche di varie forme e generi di musiche occidentali.

La scaletta del disco si apre con Maryam Saleh e con "Nouh Al Hamam”, una morbida canzone prodotta da Oddissee in cui allo stile piuttosto tradizionale del canto fa da contrappunto un arrangiamento che discretamente inserisce elementi di gusto occidentale. E' molto affascinante anche il contributo di un'altra musicista egiziana, Donia Massoud, recentemente spostatasi a Parigi: questa artista ha coltivato la personale passione per la musica tradizionale del suo paese con ricerche che si sono protratte per diversi anni e che l'hanno portata ad attraversare quasi tutto l'Egitto per analizzare e raccogliere musiche e poesie caratteristiche delle diverse regioni. Il frutto di questa ricerca è però un'interpretazione molto originale e personale della tradizione, che in questo caso, nella canzone “Gammary”, si esplicita in un arrangiamento molto percussivo ed elettronico che fornisce la base per una sinuosa melodia vocale. E ovviamente non potrebbe mancare l'hip-hop da questo scenario: viene ben rappresentato dalla tunisina Medusa che dimostra grande dimestichezza ritmica nel brano "Neheb N3ch Hayati" prodotto con una base minimale dallo svedese Dreijer.

La ricchezza composita e variegata di questo disco non può che far venire voglia di approfondire la conoscenza con una scena musicale che, in questa occasione e certamente anche in molte altre, si dimostra capace di mantenere una propria forte e riconoscibile identità, anche nel momento in cui si incontra con quelle tendenze occidentali che altrove hanno portato e portano a un appiattimento stilistico e creativo.

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