Personal Shopper è un film intrigante quanto frustrante

E’ nelle sale da qualche settimana ed era in concorso nell’edizione 2016 del Festival di Cannes. Il regista è Olivier Assayas, un nome di grido della cinematografia e forse il più importante tra i registi transalpini attuali. È l’ideatore della serie Carlos e di Sils Maria. Da lui, ci si aspettava qualcosa di diverso da questa pellicola che ha saputo convincere pubblico e critica, meritandosi anche l’ambito riconoscimento del Prix de la mise en scène - la Miglior Regia - nella scintillante cornice della Croisette.

Locandina del film Personal Shopper.
Locandina del film Personal Shopper.

Maureen è una giovane ragazza che ha da poco perso il fratello gemello per una malformazione cardiaca. Vive tra Londra, Parigi e Milano in qualità di personal shopper di una ricca fashionist, prezzemolina dello star system. Non si rassegna alla perdita del gemello e cerca, in una vita d’affanno tipica dello schiavo moderno, di trovare un senso alla propria esistenza. Per lei, questo trovare un senso vuol dire una spasmodica ed ossessiva ricerca di un contatto extra-terreno con lo spirito del fratello defunto.

E poi, non saprei proprio cosa aggiungere alla trama.

Personal Shopper è un buon titolo, di quelli da vedere. Forse non è un film per tutti e lascia lo spettatore con più dubbi di prima, seppur conquistandolo dall’inizio alla fine. La narrazione è avvincente anche se poi, a film terminato, sarà difficile raccontare linearmente cosa abbiamo visto. Ipotesi ed incognite si affollano in un film sulla solitudine moderna e – forse – sullo stress che può condurre a stati di ansia, paranoia e pazzia. In questo, mi ha ricordato senza ombra di dubbio Stanley Kubrick ed il suo Shining, con i fantasmi dell’Overlook Hotel – amo la scena del bar affollato – che tuttora non riesco a capire se fossero invenzioni della mente di Jack Torrance o reali.

Personal Shopper è un film imperfetto come il suo personaggio principale, come la stanca Maureen. Fa la galoppina - ma vuoi mettere quanto fa figo definirsi “personal shopper” – per una ricca arrogante e meschina e non riesce ad uscirne. La perfezione invece è rivestita dall’attrice protagonista, da quella Kristen Stewart che tutti ricordiamo per il fenomeno Twilight. È bravissima ed è secondo me alla sua miglior interpretazione, al suo film più maturo. È presente in ogni scena e la macchina da presa la segue in ogni movimento, da distante come da vicino, in quello che sembra essere un documentario sulla sua vita. I protagonisti sono due: Kristen ed il suo smartphone, il grande catalizzatore della paura e della tensione dell’intera pellicola. Altro che spiriti e fantasmi, in un crescendo di suspense alla Hitchcock sono proprio gli SMS ricevuti a farla da padrone.

Come potete intuire, siamo davanti ad un film difficile, di fantasmi ma anche e soprattutto, no. Un racconto che sembra prendere una direzione per poi cambiarlo in maniera repentina, spostando l’attenzione da un’altra parte, non facendosi mai imbrigliare dalle nostre attese e meno che meno dalle gabbie prestabilite di genere.

Non è un horror, non è un thriller, non è un film drammatico. È un Il diavolo veste Prada mixato sapientemente con Il Sesto Senso.

Personal Shopper è un film che a me è piaciuto. Ma che non sono convinto di aver capito.

@brillabbestia

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