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Perché negli Usa producono House of Cards e da noi Gomorra

Da Breaking Bad alla nuova The Son, le serie Tv Usa si sono imposte come la narrazione migliore del nostro tempo. «Svelano i problemi profondi del Paese, senza nessuna pietà», spiega l’autrice di “Trump non è una fiction”. E le serie italiane? «Preferiscono circoscrivere il male»

Persone in fila davanti ad un manifesto gigante della serie Netflix "House of Cards". Greenville, Carolina del Sud, 12 febbraio 2016. REUTERS / Carlo Allegri
Persone in fila davanti ad un manifesto gigante della serie Netflix "House of Cards". Greenville, Carolina del Sud, 12 febbraio 2016. REUTERS / Carlo Allegri

Il 20 gennaio 2008 sul canale televisivo Amc andava in onda senza tanti clamori l'episodio pilota di quella che sarebbe diventata una delle serie più amate e controverse nella storia della tv americana, e non solo: Breaking Bad. L'anniversario è stato ricordato in tutto il mondo e in molti – tra gli altri Paul McInnes sul Guardian – hanno sottolineato che, insieme a I Soprano, di qualche anno precedente, e alla contemporanea Mad Men, la “tragedia in cinque atti” ideata dallo showrunner Vince Gilligan ha segnato la tumultuosa fase iniziale di una nuova età dell'oro per la televisione.

Dieci anni dopo, quell'oro è ancora più evidente e tangibile: Netflix e Amazon, insieme a sigle che hanno una storia ormai quasi secolare alle spalle come Disney, fanno a gara per produrre serie sempre più costose: da Game of Thrones, costo medio per episodio 10 milioni di dollari, a The Crown, che in alcuni episodi ha raggiunto punte di 13 milioni di dollari. Non sempre la scommessa riesce – The Get Down, progettata da Baz Luhrmann, fino a 16 milioni di dollari per puntata, è stata cancellata dopo la prima stagione – ma le serie televisive si sono imposte negli Stati Uniti e nel mondo come la forma di narrazione che forse meglio descrive il nostro tempo.

«Non c'è da stupirsene» commenta Anna Camaiti Hostert, studiosa della visualità che da molti anni pendola tra gli Usa e l'Italia e che da poco ha pubblicato per Mimesis il saggio Trump non è una fiction. La nuova America raccontata attraverso le serie televisive. «Questi prodotti hanno successo anche in Paesi molto diversi dagli Stati Uniti perché sono eccezionali dal punto di vista visivo, di recitazione e di storytelling e perché raccontano storie appassionanti in cui gli americani ancora eccellono. Le serie rivelano la polpa viva dei problemi strutturali e profondi che il Paese deve affrontare. E nel raccontare questi personaggi, queste storie, gli autori lo fanno senza nessuna mediazione, scorticandosi vivi e dipingendo un affresco preciso, senza pietà. E forse è proprio quell'onestà intellettuale che permette al Paese di trasformarsi in continuazione ad affascinare il pubblico anche fuori dagli Stati Uniti».

Così può capitare che serie come House of Cards o The Americans riescano non solo a intercettare gli umori del presente, ma anche a prefigurare scenari futuri. «Anche qui non ci dobbiamo meravigliare» osserva Camaiti Hostert, «perché spesso i creatori delle serie parlano di un contesto che conoscono molto bene. Non dimentichiamo che House of Cards è il remake americano della omonima serie inglese il cui creatore Michael Dobbs è stato il consigliere di Margaret Thatcher fino al 1987, mentre l'autore di The Americans, Joe Weisberg, è un ex agente della Cia. Ambedue, dunque, conoscono da dentro la politica e i suoi intrighi. Ma potremmo citare anche altre serie, come Rectify o come Justified, quest'ultima firmata da Elmore Leonard, uno dei maggiori scrittori americani, scomparso nel 2013: in entrambi i casi a emergere è lo spirito del profondo Sud, quello povero, dove i conflitti razziali e di classe sono più evidenti. Quegli stessi conflitti che, proprio perché irrisolti e incistati nel tessuto sociale, hanno portato all’elezione di Donald Trump».

Una attenzione ai sommovimenti della società che continua con serie nuovissime, ancora non arrivate in Italia, da Guerrilla, che parla del Black Power nel Regno Unito degli anni ’70, a The Son, dove a occupare la scena è il potere violento delle classi dirigenti che hanno costruito gli Stai Uniti.

E non è un caso, secondo l'autrice di Trump non è una fiction, che oggi le serie mostrino la forza della sovversione e le radici corrotte del potere: «Del passato adesso non si parla più con la nostalgia per un'antica grandezza ma mettendo in primo piano la necessità di una ribellione dei gruppi etnici subalterni o la intollerabile oppressione di classe. In questa prospettiva possiamo dire che l'11 settembre ha segnato un punto di non ritorno, perché ha ribaltato la concezione della proverbiale positività dell'esistenza nell’immaginario collettivo americano. In quegli stessi anni nelle serie tv sono cominciati a comparire eroi negativi a tutto tondo senza possibilità di redenzione e sotto questo punto di vista I Soprano e The Wire sono state serie pilota».

Ma se le serie raccontano così bene quello che ci accade intorno, come si configura oggi il rapporto tra informazione e fiction?

«Parlare di informazione» nota ancora Camaiti Hostert «significa parlare di democrazia, un tema di cui le serie ma anche i film - penso al recente film di Spielberg The Post - non possono non occuparsi. In The Newsroom, realizzata prima dell’avvento di Trump, si  pongono problemi che oggi appaiono anche più evidenti e che si rivelano cruciali per lo stato di salute della democrazia in un Paese dove la libertà dell’informazione è un credo intoccabile. In questo senso è interessante e istruttivo mettere a confronto la tradizione di laicità e di indipendenza della stampa americana con l'informazione italiana, spesso ingessata, se non imbavagliata. Un confronto che potremmo applicare anche alle serie televisive. Oggi anche in Italia prodotti come Gomorra e Suburra dimostrano che l'arte e la tecnica della narrazione seriale è stata imparata con profitto. Ma i contesti descritti sono sempre precisamente circoscritti alla criminalità, a una sfera considerata, a torto o a ragione, eccezionale. Il male insito nella quotidianità, quello resta fuori dalle fiction italiane». 

@mtcarbone 

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