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Impronta ecologica

È ormai cultura comune, se escludiamo qualche ostinato petroliere, che le risorse naturali a livello planetario siano limitate. Se il modello di consumo dei Paesi industrializzati fosse adottato globalmente, il prezzo della benzina o quello dell’acqua non sarebbero più una priorità. Con grande probabilità, la preoccupazione principale riguarderebbe la carenza di ossigeno da respirare.

I paradigmi di mercato del secolo scorso ci avevano abituato a uno scenario piuttosto statico, dominato dallo strapotere statunitense e da altre economie relativamente stabili e solide nei propri comparti produttivi. Queste dinamiche erano ancora indenni da uno dei fattori fondamentali che oggi contribuiscono all’instabilità economica di interi Paesi e all’ingente spostamento di capitali verso i mercati finanziari: l’abolizione negli Stati Uniti – poco prima dello scadere del millennio – delle restrizioni del rapporto tra mondo finanziario e bancario previste dal Glass-Steagall Act, con il conseguente riflesso sui mercati mondiali.

Gli ultimi 15 anni ci hanno mostrato come tali equilibri fossero una pura illusione e che il triste gioco al ribasso del mercato internazionale, privo di regole in grado di valutare il rispetto dei diritti umani fondamentali e l’impatto ambientale di beni e servizi, abbia portato economie pochi anni prima insospettabili a sostenere ritmi di crescita del Pil anche a due cifre.

Su questo substrato si sono sviluppate economie come quelle dei BRICS, in grado di accogliere investimenti stranieri offrendo costi del lavoro estremamente bassi e sfruttando l’intricato sistema di sussidi diretti e indiretti ai trasporti internazionali, capace di rendere una tonnellata di acciaio trasportata per oltre 10.000 km, più conveniente di una prodotta localmente.

Fino al 2010, questi Paesi hanno mostrato ritmi di crescita raramente conosciuti dalle economie conclamate, ma questa rapida ricchezza è stata costruita senza un’accurata politica di supporto infrastrutturale, che tutelasse ambiente e diritti al pari delle necessità espansionistiche.

Con i mercati finanziari in balìa delle fluttuazioni speculative, i comparti industriali dei grandi settori in crescita a livello mondiale, come l’elettronica, la moda e il manifatturiero più in generale, hanno approfittato del crollo delle barriere dei mercati transfrontalieri per delocalizzare intere catene produttive. Mentre tale crescita comincia a dare segnali di cedimento, nuovi gruppi di Paesi, come i MIST, sono pronti ad assumere un ruolo centrale nel mutevole scenario internazionale.

Il rapporto Living Planet, pubblicato dal WWF, pone interessanti analisi – finora inedite o dallo scarso profilo tecnicocomparativo – sull’impronta ecologica dei singoli Paesi. La valutazione dell’impatto di ogni nazione viene fatta in maniera esaustiva, sulla base dei datirelativi alle emissioni di CO2 provenienti da processi produttivi (industria, agricoltura, chimica, trasporti...) e dall’influenza – misurabile in utilizzo delle risorse e delle superfici disponibili – di agricoltura, pesca, deforestazione e urbanizzazione.

Risulta evidente come, parallelamente all’aumento dei consumi pro capite, anche il fattore demografico abbia influito sull’effettivo sfruttamento dei singoli Paesi delle risorse globali a disposizione. Dal 1961 a oggi, l’impronta ecologica dei Paesi Ocse, così come quella dei BRICS, è più che raddoppiata.

Gran parte della responsabilità va attribuita a politiche di espansione industriale prive di un framework regolamentativo in linea con un modello di sviluppo sostenibile, in via di adozione, invece, da parte di molti Paesi sviluppati. Come nel perverso gioco della finanza speculativa, i costi sociali e ambientali di modelli di sviluppo non sostenibili ricadono sui bilanci nazionali, spesso al costo della carenza dei servizi fondamentali, privi di un supporto politico in grado di bilanciare l’ingerenza dei poteri economici in ballo.

Per esempio, la corsa frenetica a mantenere bassi i costi di fornitura energetica e la favorevole posizione all’interno dei già deboli trattati internazionali in materia di cambiamenti climatici, ha favorito – in molte economie in transizione, ma non solo – l’espandersi di sistemi ad alta intensità emissiva, primo tra tutti il carbone.

Le emissioni del comparto energetico e produttivo sono, infatti, la componente predominante delle impronte ecologiche del nuovo millennio, particolarmente nei gruppi BRICS e MIST, con l’eccezione della Cina, già piegata dagli effetti – ormai su scala geografica – dell’inquinamento del comparto generativo.

Tali scelte rischiano di rivelarsi doppiamente controproducenti: il recente rapporto Turn down the heat della Banca mondiale sugli effetti dei cambiamenti climatici dei prossimi decenni, mostra in maniera evidente quanto siano proprio gli Stati più poveri a essere maggiormente minacciati di ulteriore impoverimento, principalmente per il conseguente calo di disponibilità di acqua e cibo, così come per l’innalzamento progressivo dei livelli degli oceani e l’intensificarsi di alluvioni.

L’unica speranza risiede nel Congresso dell’ONU, da troppo tempo improduttivo sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici. La sfida è su scala planetaria e tale deve essere l’assunzione di responsabilità, senza cercare vincitori né vinti.

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