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Pesca grossa (anche troppo)

La protezione delle riserve ittiche funziona, ma bisognerebbe anche frenarsi al ristorante… Quanto l’umanità si sia illusa sulle risorse marine lo dicono – non da ora – una serie di dati allarmanti.

Il pescato diminuisce, ma i consumi mondiali di prodotti ittici sono in aumento: dal 1970 al 2008 il consumo pro capite di pesce è passato da 0,7 a 7,8 chili (con i prodotti di acquacultura in rapido aumento, al momento il 37% del totale). In poco più di cinquanta anni di sfruttamento industriale del mare il 29% delle specie ittiche pescate sono collassate (con gli stock, cioè, a meno del 10% del massimo storico registrato, e quindi anche incapaci di ripopolarsi).

Questi i risultati presentati sulla rivista Science nel 2006 da un team di scienziati marini guidato da Boris Worm della Dalhousie University (Canada). Ciò che colpisce è la rapidità del processo: l’impoverimento degli stock ittici mondiali è cominciato con l’era industriale, ma il crollo è avvenuto nel dopoguerra.

Le prime a svuotarsi sono state le piattaforme continentali (a cominciare da quelle nord-atlantiche), le flotte pescherecce si sono quindi spinte nei mari profondi, che a loro volta ora si stanno esaurendo rapidamente. Con questo ritmo, Worm prevede che “ci sarà un collasso totale delle specie marine correntemente pescate (a livello industriale) entro il 2048”.

Gli ecologi ricordano che non è necessario pescare una specie fino all’ultimo esemplare per portarlo all’estinzione, esiste una soglia sotto la quale una popolazione vivente non si ristabilisce più. L’estinzione, poi, procede da sé.

Le soluzioni politiche per cambiare rotta sono difficili da sostenere. Anche perché richiederebbero decisioni drastiche e da attuarsi a livello globale. Worm, e con lui la comunità scientifica, sosteneva già nel suo studio che “la capacità di resistere al sovrasfruttamento è legata al grado di biodiversità di un ecosistema e il grado di recupero delle specie collassate era anch’esso legato alla biodiversità”.

La biodiversità è insomma lo scudo naturale contro la pesca eccessiva. La soluzione allora sarebbe di “ricostruire la biodiversità marina attraverso una gestione sostenibile delle risorse, il controllo degli inquinanti, il mantenimento degli habitat naturali e la creazione di riserve marine, possiamo investire nella produttività e resistenza dei beni che gli oceani forniscono alla umanità.”

Una possibile soluzione è la riserva marina. Efficace, ma solo se la protezione è totale. Una volta istituita, la riserva diventa un’area di ripopolamento intorno alla quale la pesca riprende a fiorire (i pesci non conoscono confini e al di fuori delle aree protette la pesca è consentita). Purtroppo, di zone protette ce ne sono poche, e coprono aree modeste: nel Mediterraneo è protetto solo il 4% della superficie totale (di cui solo 242 Km2 sono a protezione totale).

Servono dunque più riserve, e più controlli per accertare che rimangano tali. Ma sarebbe probabilmente necessario ancora di più: una decisa riduzione delle attività della pesca. Serve insomma un taglio anche del 20- 50% della pressione sugli stock ittici, una drastica riduzione delle attività soprattutto in alcuni settori, dove a una ricca biodiversità si sovrappone una pesca insaziabile. Worm ha identificato questi settori, e li ha chiamati “hotspot per la conservazione degli stock ittici”.

Qualcosa sta però già cambiando: studi recenti mostrano che i paesi più industrializzati stanno adottando misure per regolare la pesca industriale e qualche risultato già si vede. Paesi come Norvegia, Islanda, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda hanno stabilizzato la loro produzione.

Worm oggi vede segni di progresso: “Sono più speranzoso – spiega – abbiamo visto che molte popolazioni da noi studiate si sono stabilizzate o stanno perfino migliorando grazie a regolamenti più severi. Purtroppo non c’è evidenza che questo stia avvenendo in altre parti del mondo e questo significa che dobbiamo imparare da casi di successo e applicarli globalmente.

L’Unione europea sta facendo molto nelle sue acque, ma sta comunque contribuendo alla pesca eccessiva in altre regioni del mondo.” Ad esempio, dopo il collasso del merluzzo nell’Atlantico, l’industria ittica si è rivolta prima in Alaska e, terminate le risorse lì, è andata a pescare specie simili in altri mari. Il risultato è che sia in Europa sia in Nord America cresce l’importazione dai mari africani, asiatici e sudamericani. La domanda per i prodotti del mare intanto cresce.

Dice Thara Srinivasan, ecologa dell’Università del British Columbia: “Il sushi dilaga, ed è una moda globale. La zuppa di pinne di pescecane è ancora un piatto favorito in Cina, Singapore e Hong Kong, e questo ha contribuito al collasso di alcune specie di squalo. I consumatori sono raramente a conoscenza dell’impatto che le loro scelte possono avere sulle risorse marine”.

In altre parole, stabilizzare e proteggere le riserve ittiche è un conto. Serve, ma non guasterebbe frenarsi un po’ davanti a un bel fritto misto.

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