Intervista allo scrittore Shukri al-Mabkhout, che sfida gli oscurantisti con un libro sulle scomuniche in Tunisia. «La libertà di contestare è diventata vitale per noi», spiega. Ma la crisi incalza. E serve un mano. «Volete che la Tunisia sia un modello? Se non vi interessa, può diventare come la Libia»

Lo scrittore Shukri al-Mabkhout, direttore della Fiera Internazionale del Libro di Tunisi. Foto di Jekaterina Pressmann

Tunisi - È una domenica di metà aprile e il Palazzo delle Esposizioni del Kram – a un tiro di schioppo dal porto della Goulette, un tempo roccaforte italiana a Tunisi - si gonfia di visitatori per l’ultimo giorno della Fiera Internazionale del Libro.


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«Ha visto che file?» chiede ridacchiando Shukri al-Mabkhout, direttore della Foire. «Tirano sempre fuori delle statistiche per dimostrare che i tunisini non leggono, ma qui viene un fiume di gente. Gli editori mi dicono che hanno raddoppiato le entrate rispetto all’anno scorso, che già era andato molto bene. E sì che gli editori arabi si lamentano sempre».

Diversi editori arrivano dall’Algeria, ospite d’onore, e molti anche dalla Siria, dal Libano e dall’Egitto. Lo stand dei sauditi è dominato da una presentazione della Visione 2030 del principe bin Salman, nuovo uomo forte del medio oriente. C’è anche l’Iran, non lontano. E sono presenti molti francofoni, anche se lo spazio riservato ai canadesi è poco battuto.

Tra i lettori, molti sono i giovanissimi. «I tunisini ci tengono molto a insegnare ai loro figli. Ed è una tradizione venire qui in famiglia. I genitori sono pronti a spendere anche parecchio per soddisfare i loro desideri di lettura», dice Al-Mabkhout. Ma non si limitano a accompagnare i bambini. «C’è molta curiosità per la nostra situazione, per il cambiamento portato dalla rivoluzione. Questa è la stagione dei saggi e delle riflessioni, si pubblicano molte opere che provano a rispondere alle domande più scottanti per la società».

Tra queste, anche il nuovo lavoro di Al-Mabkhout arrivato nelle librerie in coincidenza con l’inizio della Fiera. È il suo primo saggio dopo il tardivo, ma fulminante debutto narrativo con L’Italiano (, romanzo premiato nel 2015 con l’International Prize for Arabic Fiction, che racconta la parabola di una coppia della meglio gioventù tunisina, tra il tramonto di Bourguiba e il consolidamento dell’autocrazia di Ben Alì .

Dopo aver fatto il bis narrativo con Baganda (2016), che ruota attorno al rapimento di un calciatore, Al-Mabkhout si è lanciato in un’impresa impegnativa. «Ho provato a ritracciare la storia delle scomuniche dell’Islam tunisino», spiega. «Mi sono soffermato su tre casi, due riformatori e il presidente Bourguiba, il padre della Tunisia indipendente, che era attaccato dagli ulema per le sue idee, il suo modernismo. Ecco, è un libro sulla nostra memoria della modernità tunisina. È una storia che ancora mancava, credo».

Quanto è sentito il tema della scomunica nella Tunisia di oggi, più libera che mai ma anche più influenzata dall’Islam politico?

È molto sentito. Tenga conto che la nuova costituzione vieta la scomunica e c’è qualcos'altro, di nuovo e molto grave per gli integralisti. Non è solo protetta la libertà di opinione ma anche la libertà di coscienza. Oggi puoi cambiare religione, puoi essere ateo, quello che vuoi. E questo per la concezione classica dell’Islam è una cosa pericolosa.

Come la usano i tunisini questa libertà di coscienza?

La Tunisia resta un Paese musulmano e, del resto, noi modernisti non vogliamo sradicare l’Islam ma trovare l’equazione che tenga insieme queste antiche credenze religiose e i valori nuovi, imperniati sulla libertà individuale e la totale uguaglianza tra uomo e donna. Io non credo sia poi così difficile aggiustare il rapporto tra l’Islam e questo sistema dei diritti. L’Islam è una religione universale e i veri musulmani - non i manipolatori - se vogliono rinnovarlo devono abbracciare questi valori universali.

L’influente partito Ennahda di Ghannouchi, il padre dell’islamismo tunisino, sembra aver imboccato questa strada, ripudiando l’Islam politico per abbracciare l’idea di una inclusiva democrazia musulmana. Crede in questa svolta?

Vede, il dialogo è sempre difficile tra i modernisti e gli islamisti ma lo è in particolare in Tunisia. Qui l’Islam politico non si è sviluppato in modo normale perché c’era la dittatura. I capi islamisti peraltro erano in esilio, sapevano poco della Tunisia. Quando sono andati al potere, una volta caduto Ben Alì, gli islamisti hanno capito che non possono più islamizzare la società tunisina, una società ricca di molte sfumature e differenze. E anche il contesto regionale è diventato poco propizio per questo tipo di progetto dopo il golpe in Egitto. Ora gli islamisti tunisini stanno provando a capire con realismo e pragmatismo la nostra realtà. E hanno scoperto anche che, per quanto sia importante la religione, qui in Tunisia c’è un’altra cosa molto importante, che è lo Stato.

Lei è stato fino a poco fa il rettore dell’Università di Manouba, un ateneo politicamente molto caldo, con una forte presenza salafita. È stato possibile sviluppare un confronto tra idee diverse e in primo luogo, semplificando, tra islamisti e laici?

Non c’era dibattito. Non c’era la possibilità di un confronto sano, perché tutto il Paese era turbato quasi ogni giorno da eventi destabilizzanti. La vera sfida è stata preservare la presenza – il diritto a una presenza – per i due campi, modernisti e islamisti. Era necessario stabilizzare i giovani, per poter creare le condizioni per un dibattito, che fin qui però non è iniziato. Questo però anche per via di una sorta di asimmetria. L’influenza politica degli islamisti è in ascesa, ma la dinamica culturale tunisina è dominata dalla sinistra, non la sinistra politica, quella intellettuale. Parlo delle idee moderniste, universaliste.

È ancora così?

Certo, se si tratta di letteratura, musica, teatro, cinema, in scena c’è una élite secolarizzata. Gli islamisti non hanno cultura. Non c’è un grande romanziere o un poeta islamista. Non hanno nulla. Hanno solo questa idea retrograda e oscurantista.

Secondo lei quindi un confronto non è possibile, l’obiettivo massimo è accettare la semplice esistenza dell’altro, arrivare a una coesistenza?

Si, ma gli islamisti devono prima cambiare e creare la loro cultura. Devono rivedere e superare alcune idee che non possono applicarsi alla società tunisina. Politicamente guidano le danze in modo straordinario ma ideologicamente non ci sono degli sviluppi che vanno di pari passo con la loro performance politica. E l’attività politica senza pensiero lascia il sospetto che vi sia una doppiezza, un qualcosa che si preferisce nascondere.

Qui alla fiera non c’è nulla di nuovo su questo? I libri dedicati all’Islam non mancano

Sono solo classici. È come Sant’Agostino: grandioso. Ma non puoi intervistare Sant’Agostino, giusto ?

Veniamo all’attualità allora: di Siria si è parlato, è un conflitto sentito qui in Tunisia?

Certo, è un Paese arabo e musulmano, la questione ci riguarda direttamente. Noi tunisini proviamo a vedere oltre la questione Assad, alla tragedia del popolo siriano. E l’idea che vi sia una battaglia internazionale in un Paese arabo, con l’attacco anglo-franco-statunitense e dall’altra parte la Russia, senza dimenticare il coinvolgimento di Israele… tutto questo ci tocca e ci riguarda molto, perché il sentimento di appartenenza a una grande azione araba è sempre molto vivo nel cuore dei tunisini. Ma qui siamo pronti a dibattere su tutto, anche di temi che sono intoccabili nel resto del mondo arabo. Perfino del superamento di Maometto (ride). È la Tunisia rivoluzionaria, la Tunisia delle libertà, non ci sono divieti.

È vero, si avverte ancora un grande fermento rivoluzionario e perfino un certo ottimismo. Eppure la crisi economica è gravissima e ha fatto esplodere di nuovo la collera del popolo tunisino. Quanto può durare questa situazione?

Siamo in una fase di transizione e in queste fasi, come diceva Gramsci, tutti gli spettri tornano sulla scena. C’è speranza, paura e, sì, anche molta delusione ma non credo che sia prevalente. Malgrado la situazione economica molto difficile, credo che i tunisini oggi siano più fiduciosi, perché hanno qualcosa di palpabile in mano, questa libertà di contestare, di criticare, di scrivere, di dire no, di criticare il potere a volte anche in modo esagerato. E tutto questo è diventato qualcosa di vitale per i tunisini e nessuno oggi può pensare di tornare alla dittatura. Nessuno. Ma certo la crisi va risolta.

E quanto ci riguarda, noi stranieri, la crisi tunisina?

La Tunisia oggi ha un grande problema con il Fondo Monetario Internazionale, che applica una politica imperialista, non trovo una parola migliore. Ci chiedono di rinunciare a tutte le nostre conquiste sociali, dall’insegnamento alla sanità, non attaccano altro. E impongono queste condizioni per elargire prestiti ridicoli. Perché comunque non viviamo di prestiti, viviamo di investimenti. Servono investimenti per far ripartire il Paese, trovare lavoro ai nostri ragazzi e assorbire così lo scontento. Questo è un Paese che ha vissuto un terremoto politico straordinario ma nessuno vuole davvero sostenerlo. Francamente credo che i Paesi occidentali non abbiano fatto il loro dovere. E parlo di dovere, non di elemosina. Volete che la Tunisia sia un modello? Se non vi interessa, può diventare come la Libia.

@luigispinola

Photo credit Jekaterina PressmannPhoto credit Jekaterina Pressmann

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