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Twin Peaks non è un prodotto di massa

Il topic del momento si chiama Twin Peaks. Alle pensiline dell’autobus e nella cartellonistica in strada, tra una tetta di Irina Shayk e l’altra, avrete visto di certo le enormi locandine della terza stagione. Ne avrete sentito parlare anche voi, dai vostri contatti social o dalle chiacchiere alla macchinetta del caffè. Il Festival di Cannes con i suoi prodotti raffinati ed autoriali, sono passati rapidamente in secondo piano. E ci mancherebbe altro.

“Ci vedremo tra venticinque anni”. Laura Palmer con queste parole aveva promesso – o minacciato – un gradito ritorno. Così è stato, in una disposizione corale che odora di predestinazione, di un progetto più grande. Chissà se questo sequel era davvero voluto, di certo questa terza stagione è partita con il piede giusto.

Il regista David Lynch parte in medias res, aggredendo la storia e mettendo in chiaro la sua voglia di stupire ancora. Non è una cariatide e non è pronto per finire in un museo. Non vuole un premio alla carriera, se meriterà qualcosa sarà per il suo presente e per le sue odierne attività.

In questi due primi episodi, il maestro introduce subito i temi e gli attori a lui cari, con una bella ventata di nostalgia ma senza cadere nel tranello dell’autocitazione e della troppa autorialità. Intendo senza straparlare e senza esagerare in quella follia che aveva spinto Lynch in una nicchia lontana dal circuito mainstream. Ricordate la pazzia dei suoi prodotti a cavallo degli anni Duemila? Troppo quasi anche per me.

Dei primi due episodi, non voglio raccontare nel dettaglio. Il regista lo aveva promesso, “Ognuno vedrà nella serie ciò che vuole”. E così è stato. Ne riparliamo dopo il vostro primo screening e mi direte cosa ci avete visto. Io ci ho visto una buona dose di terrore e psicosi.

Oltre ai soliti molteplici piani di lettura, credo sarà interessante vivere la dicotomia di chi ha già visto la serie e di chi invece è un neofita totale. In tanti ci proveranno, iniziando direttamente dalla terza stagione. Chissà come ne usciranno. Secondo me, questa serie non è per tutti. Dirò qualcosa di indelicato, ma non si può pensare a Twin Peaks come ad un prodotto popolare o di massa. Nessuna spocchia e nessuna saccenteria nell’affermarlo, solo cognizione di causa. Capisco l’hype del momento ma al contempo mi sento di fare dei distinguo. Pronti ad esser smentiti, ovviamente.

Twin Peaks non sarà mai una serie mainstream

Non me la sto tirando, figurarsi. Non sto affermando che solo io sono un secchione e la capisco.  A vent’anni ho visto le due stagioni in VHS, per un esame monografico del DAMS su David Lynch. Quante bestemmie, non capivo quasi nulla. In lingua originale e con questi mille deliri narrativi ad incasinarmi l’intreccio. Nemmeno avessi avuto la quadrata forma mentis di un ingegnere, ma davvero facevo fatica. L’ho rivisto quest’autunno per prepararmi all’evento e di nuovo, ho trovato la seconda serie estenuante. Non era una narrazione facile all’epoca e non lo è nemmeno adesso. E io sono uno di quelli che di Twin Peaks, è davvero innamorato.

È una serie che è diventata un fenomeno della narrazione, rivoluzionando tutto il pregresso. C’è una forte attesa, in questa contemporaneità in cui siamo tutti grandi esperti di serie televisive. Twin Peaks è e resterà un prodotto di nicchia qualsiasi cosa accada e qualsiasi cosa vi raccontino gli amici che se la tirano da acculturati. Non è una serie da bingie watching, non è un il classico prodotto da overdose di puntate. In questi venticinque anni è cambiata la televisione e sono cambiate le modalità di raccontare le storie. È cambiata la serialità ed è cambiata la narrativa, così come è cambiato anche il pubblico stesso. L’accesso al media è diventato più democratico. Chi amava un certo tipo di prodotto culturale, viveva fino a pochi anni fa in un mondo separato. Chi guardava Lost dieci anni fa ricorda i File Torrent illegali, i sottotitoli in italiano e VLC. Uno sbattimento tale da farti meritare ogni minuto degli sproloqui di John Locke. L’arrivo di Netflix ha invece cambiato le carte in tavola. Il maggior player di streaming legale ha portato carrettate di nuovi appassionati catapultandoli nel mondo della serialità televisiva. Nuovi clienti che in una pluralità di offerta di prodotti tarati per ogni gusto e sensibilità, sono meno inclini a guardar controvoglia qualcosa che non capiscono o comprendono al primo sguardo. I tempi sono cambiati e non si può più sbagliare, anche un paio di episodi troppo lenti possono disaffezionare il lettore filmico, ormai senza pazienza perché subissato di stimoli e di nuovi titoli. Chissà come andrà a finire e come reagirà il pubblico italiano.

Le due puntate di ieri a me sono piaciute. Gli incubi del regista sono rimasti gli stessi. Anzi, vi dirò che col tempo sono peggiorati. E non di poco. Chissà cosa penseranno i coraggiosi che decideranno di iniziare direttamente dalla terza stagione. Ci vuole coraggio e forza d’animo ma vi prometto che sarete ricompensati. La difficoltà di Twin Peaks – ma anche la sua distorta magia - è che non si capisce. Non si capisce, subito. Serve tempo, serve attenzione. E a questa sospensione, lo spettatore moderno non è più abituato. La forza del non detto, del non capire, del mistero. L’inferenza deve rimanere tale, la forza della supposizione contro la logica manifesta e contro il CSI – inteso come tipologia di crime con una soluzione – di turno. Twin Peaks non sarà mai un prodotto di massa. Ma se non lo guardate siete proprio degli sfigati. 

@brillabbestia

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