La nostra natura è migrante e chi costruisce muri non conosce gli esseri umani e la loro storia, dice lo scrittore congolese Alain Mabanckou. Che ci spiega perché ancora crede in un incontro virtuoso tra Africa ed Europa

Lo scrittore congolese Alain Mabanckou. REUTERS/Eric Gaillard
Lo scrittore congolese Alain Mabanckou. REUTERS/Eric Gaillard

«Questa politica incentrata sulla costruzione di muri è contro la vera essenza della natura umana», dice lo scrittore congolese Alain Mabanckou. Vincitore nel 2006 del premio Renaudot con Memorie di un porcospino e nel 2010 insignito della Legion d'onore, autore di svariati romanzi, libri di poesia e saggi - in Italia la sua opera è pubblicata dalla casa editrice 66thand2nd -, Mabanckou è stato da poco ospite delle rassegne romane Festival Internazionale delle Letterature e Scrittori al MAXXI. Come raccontare l'Africa.


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Alain Mabanckou, lei è quindi preoccupato del fatto che alcune nazioni e certi politici stiano provando ad erigere muri tra Paesi e culture?

«Sono preoccupato perché vivo negli Stati Uniti: tutti sanno che Donald Trump è stato eletto anche per aver promesso di costruire un muro fra Messico e Stati Uniti. Ogni volta che i politici discettano intorno alla costruzione di muri vuol dire che non conoscono affatto la storia, in quanto la natura dell'essere umano sta nel movimento, nella migrazione: per questo motivo abbiamo inventato i mezzi di trasporto, per tale ragione abbiamo creato le auto, gli aerei e il Tgv (treni ad alta velocità ndr)».

Pensa che tra Africa ed Europa sia ancora possibile un incontro o, a causa di problemi come l'immigrazione o altro, si assisterà in futuro solo ad uno scontro e una diffìdenza reciproca?

«Credo che un incontro sia ancora possibile. Dobbiamo distinguere tra cittadini europei e classe politica. Il popolo europeo è portato ad aiutare ma i politici stanno sfruttando l'immigrazione e i migranti per guadagnare potere, mantenerlo o provare a fomentare le ali più radicali dell'opinione europea. Si possono anche discernere differenze tra la politica e la situazione reale in Europa in continuo mutamento – la popolazione sta diventando sempre più mista – mentre, al tempo stesso, in politica i nazionalismi si vanno diffondendo ovunque».

Lei è un autore congolese e scrive in francese. Qual è, a suo avviso, il valore del multiculturalismo oggi?

«Sono un autore congolese ma scrivo in francese: ciò significa che metto in contatto la cultura africana con la lingua francese e successivamente i miei libri vengono pubblicati anche in Italia, in Germania, in Inghilterra e in America. Diffondo la mia cultura ma al tempo stesso ricevo anche qualcosa dalle altre culture. Multiculturalismo vuol dire scambio, arricchimento, non divisione».

In Peperoncino lei racconta una storia ambientata durante un periodo molto complesso della Repubblica Popolare del Congo. Cosa pensa della situazione odierna del suo Paese?

«La condizione del mio Paese, oggi, è ancora una sorta di dittatura. In Peperoncino ho provato a spiegare la dittatura attraverso l'ambientazione in un orfanotrofio: si trattava di una specie di parabola per riflettere su come forse il Congo non sia cambiato affatto, su come sia rimasto uguale, con lo stesso Presidente, Sassou-Nguesso, al potere da circa trent'anni e il popolo a doversi confrontare con una dittatura. A volte sono pessimista circa il futuro del Congo, ed è per questo che ho provato a scrivere romanzi raccontando almeno quanto c'è di buono nel nostro Paese».

In Pezzi di vetro è presente una costruzione stilistica che potrebbe rimandare anche alla letteratura Beat. Che importanza riveste il ritmo nella sua scrittura sia narrativa che poetica?

«Innanzitutto, prima di scrivere romanzi sono un poeta e la poesia è molto sensibile riguardo la struttura di frasi e parole. In Pezzi di vetro ho cercato al contempo di esprimere l'aspetto formale della tradizione occidentale e la tradizione orale di ascendenza africana: è un romanzo improntato al parlato ma anche un racconto moderno. C'è dentro la Beat generation, la generazione perduta ma io spero che, leggendo uno qualunque dei miei libri, si possa dire: questo scrittore sta cercando di trovare il modo per descrivere il mondo ma è cosa ardua perché il mondo stesso è in frantumi».

Cosa può dirci del suo prossimo libro?

«Il mio prossimo libro sarà il seguito del precedente Domani avrò vent'anni – con lo stesso protagonista, Michel – e descriverà l'epoca della dittatura e degli omicidi di importanti leader africani come Patrice Lumumba. Sarà incentrato sulle conseguenze del colonialismo in Africa, su come il colonialismo abbia distrutto le famiglie africane».

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