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L’Ungheria di Orbán

Volere è potere – e la storia un utile strumento. Lo sa bene il premier ungherese il quale, per restare al potere ha volentieri cambiato casacca.

Secondo il grande pensatore Isaiah Berlin: “La storia non va vista come un’autostrada senza caselli di uscita. Non credo nel determinismo. Nei momenti cruciali, quando si è giunti al punto di svolta.... il caso così come il singolo individuo possono – anche attraverso azioni involontarie – determinare il corso della storia. Il nostro raggio d’azione è molto limitato. Diciamo l’1 per cento. Ma è quell’1 per cento a fare la differenza”. Non è ovviamente un caso che il giornalista e scrittore Paul Lendvai abbia voluto citare Isaiah Berlin subito all’inizio del suo libro “Orbáns Ungarn”, edito da Kremayr & Schirau, e appena uscito in Austria e Germania.

Paul Lendvai è considerato uno dei grandi conoscitori dell’Europa centro orientale e dei Balcani. Lui stesso, classe 1929, è nato a Budapest da famiglia ebrea. E’ scampato alla persecuzione nazista, è finito in carcere sotto i comunisti e fuggito dall’Ungheria nel 1956 in seguito alla rivolta di Budapest. Da allora vive a Vienna, dove nel corso della sua lunga carriera di giornalista è stato corrispondente del Financial Times responsabile della redazione Est Europa e Balcani per la radiotelevisione pubblica austriaca Orf, ed è tutt’ora columnist per il quotidiano austriaco der Standard, editore e direttore del trimestrale di politica, economia e cultura Europäische Rundschau.

Lendvai da tempo segue con apprensione come vanno le cose nel proprio paese natale.

Il fatto più recente riguarda la libertà di stampa e la chiusura inaspettata del quotidiano Népszabadság, ultimo giornale di opposizione. Due settimane fa il proprietario, Vienna Capital Partners, ha licenziato di punto in bianco i giornalisti e messo in vendita la testata, acquistata nel frattempo da Lórinc Mészáros, ex idraulico, oggi uno degli uomini più ricchi del paese e, soprattutto, amico d’infanzia di Orbán.

Lendvai nel libro parla di Orbán, ne fa il ritratto, ma al tempo stesso, come si evince già dal titolo, parla anche dell’Ungheria di Orbán, della sua storia, dei miti e degli eroi a metà, che tutt’ora determinano certe scelte politiche. Un background fondamentale per comprendere l’ascesa di Orbán e le scelte politiche della maggioranza degli ungheresi.

Per questo che Lendvai ritorna ripetutamente sulla rivolta di Budapest del 1956, rivolta della quale si è appena celebrato il 60esimo anniversario; mette in luce, l’ambiguità di János Kádár, al quale riuscì, se non proprio a tagliare, perlomeno ad allentare i fili manovrati dal Cremlino. E proprio quelle libertà che Kádár riuscì a spuntare per gli ungheresi, fanno dire oggi a molti di loro, che stavano molto meglio quando c’era lui.  “L’ambiguità di questo giudizio, così come di quello su Miklós Horty, l’ultimo sodale del Terzo Reich, corresponsabile della morte di 560mila ebrei ungheresi, mette in evidenza il desiderio sempre presente di rifugiarsi nel passato” scrive Lendvai.

E sì che proprio Orbán si era proposto come il politico che guarda verso il futuro. La prima volta che si era fatto notare era stato 16 giugno del 1989,  il Muro non era ancora caduto  e lui aveva appena 26 anni. Era stato l’ultimo dei relatori a un comizio organizzato in Piazza degli eroi. Comizio durante il quale si era fatto definitivamente piazza pulita con i tabù che dal dopoguerra in poi avevano condizionato la vita politica e non solo degli ungheresi: era stata decretata la fine del partito unico, così come la fine del regime per procura, e si era proclamato il riscatto della rivolta del ’56. Lendvai riporta un passaggio cruciale (anche per i tempi attuali) del discorso tenuto dal giovane Orbán: “Se ci fidiamo delle nostre forze saremo anche capaci di mettere la parola fine alla dittatura comunista. Se siamo sufficientemente determinati possiamo costringere il partito al potere a confrontarsi in elezioni libere. Se non perdiamo di vista l’ideale del ’56, voteremo un governo che intavolerà immediatamente trattative per un rapido ritiro delle truppe sovietiche dal nostro paese. Se saremo coraggiosi abbastanza nel volere tutto ciò – allora – ma solo allora, potremo portare a compimento la nostra rivoluzione”.

Nove anni dopo quel discorso, Orbán prendeva in mano la guida del paese. Ma come spesso accade con le meteore, anche nel suo caso la parabola discendente non mancò di manifestarsi. Solo che Orbán riuscì a sopravvivere, sopravvisse a ben due clamorose sconfitte elettorali, quella del 2002 e quella del 2006.

Orbán una specie di araba fenice, risorto e politicamente più forte di prima.  Ma come è stato possibile? Una domanda che Lendvai ha rivolto al giurista ungherese Tamás Sarközy. Secondo Sarközy la risposta sta in una peculiarità tutta ungherese, assente in qualsiasi altro paese democratico, che i media occidentali non hanno però fino a ora colto. In quel altro paese democratico infatti, c’è un gruppo di amici di lunga data finiti tutti a rivestire tutti ruoli strategici all’interno dell’apparato istituzionale. E questo a iniziare dalle più alte cariche istituzionali – cioè capo di Stato, capo del governo e capo del Parlamento – attualmente rivestite da tre amici di lunga data appunto: János Áder, Viktor Orbán, Laszlo Köver.

Non meno interessante, per quanto apparentemente più banale, è il ruolo del calcio rivestito nel sistema Orbán. Lui è un grande appassionato di calcio praticato in prima persona. Anche perché, come lui stesso ha spiegato: “mette insieme persone di diversa estrazione. E così, ogni volta che ho cambiato squadra, ho cambiato anche ambiente”. Il clan, la capacità di sentirsi a proprio agio negli ambienti più diversi e soprattutto, la volontà di potere, di esercitare potere, sono questi gli elementi  che hanno animato Orban, sin da quel 30 marzo 1988 – quando insieme ad altri 36 teneva a battesimo l’Associazione dei giovani democratici, alias, Fidesz.

Bisogna credere in ciò che si vuole e battersi fino all’ultimo. Se del caso cambiando casacca politica, e direzione. Assumendo tratti sempre più autoritari e traghettando Fidesz da partito liberale, a partito populista. Il passato prossimo conta poco, meglio rifarsi a quello remoto. Meglio rispolverare l’orgoglio di nazione attraverso la Corona di Santo Stefano, piuttosto che ricordarsi le parole pronunciate al congresso di Fidesz nel febbraio del 1992. Allora Orbán diceva: “Ci siamo sempre rifiutati di affermarci ricorrendo alla contrapposizione buoni o cattivi, patrioti o traditori della patria. L’ideologia nazionalista, la politica populista non ci appartiene è in netta contrapposizione al liberalismo”.

Il libro di Lendvai è disponibile in tedesco, ma già in traduzione in ungherese e in inglese. Visti i tempi che corrono, l’avanzare dei populismi, l’allarme lanciato dai media di un pericolo di orbanizzazione dell’Unione Europea, sarebbe auspicabile anche una traduzione in italiano.  

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