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Così Varsavia riscopre la sua anima ebraica

Nella città dove viveva la comunità più grande d’Europa, la scena culturale ebraica vive una fase di grande fermento. Iniziative come il Festival Singer che si apre domani proiettano la tradizione nel futuro. Un antidoto all’antisemitismo e alle tensioni sulla memoria ravvivate dal governo

Una visitatrice al Polin, museo della storia degli ebrei polacchi, Varsavia, Polonia REUTERS / Kacper Pempe
Una visitatrice al Polin, museo della storia degli ebrei polacchi, Varsavia, Polonia REUTERS / Kacper Pempe

Varsavia - Sabato 25 agosto comincia a Varsavia la quindicesima edizione del Festival Singer, uno degli appuntamenti più importanti in Europa dedicati alla cultura ebraica. Ispirato alla figura del grande scrittore yiddish Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la Letteratura nel 1978 e cresciuto nella capitale, il festival propone un ricco cartellone di eventi musicali, teatrali, letterari e per l'infanzia. Dal 2004 a oggi, l'evento varsaviano si è affermato allargando i propri orizzonti per abbracciare la tradizione ebraica, yiddish e klezmer e accogliendo numerosi ospiti internazionali. Il tutto grazie anche all'attiva collaborazione con altre realtà della cultura ebraica presenti nella capitale polacca.

«Quando siamo partiti, il festival durava appena quattro giorni e aveva sede in quattro edifici male in arnese di via Próżna», ricorda sulle colonne di Naszemiasto Gołda Tencer, celebre attrice ebrea polacca direttrice dell'evento varsaviano e del Teatro Ebraico Ester Rachel e Ida Kaminska a Varsavia. «A quella prima edizione partecipò anche il figlio di Isaac Bashevis Singer che poi è tornato a trovarci varie volte. Oggi quel figlio non c'è più ma i nipoti dello scrittore saranno presenti all'edizione 2018 e inaugureranno una targa a lui dedicata».

Organizzato sin dall'inizio dalla Fondazione Shalom, creata nell'88 dalla Tencer, il festival è cresciuto in maniera esponenziale attirando 950mila spettatori nelle sue quattordici edizioni e ha accolto 2500 tra attori, cantori tradizionali, musicisti e scrittori. Oggi il Singer dura una settimana ed è un evento culturale di grande richiamo con partner privati e istituzionali che vanno dal ministero della Cultura al sindaco della capitale, dalla televisione di Stato Tvp al quotidiano d'opposizione Gazeta Wyborcza passando per l'ambasciata israeliana a Varsavia. Una trasversalità di sostenitori e un rilievo mediatico rari da raggiungere in Polonia che dimostrano come questo appuntamento annuale sia talmente apprezzato da riuscire a superare divergenze politiche.

Una scena culturale ebraica in grande fermento

Il Festival Singer è l'evento ricorrente più conosciuto di un panorama culturale ebraico varsaviano che gode di insospettabile vitalità. A Varsavia prima della shoah viveva la comunità ebraica più numerosa d’Europa – oltre 350.000’ cittadini ebrei, un terzo della città - la seconda al mondo dopo New York.

L'apertura del Polin, il museo della storia degli ebrei polacchi, avvenuta nella primavera del 2013 è stata una tappa fondamentale per la riscoperta della cultura ebraica e yiddish nella capitale. Vincitore del riconoscimento come migliore museo d'Europa nel 2016, il Polin ha attirato 520mila visitatori l'anno passato e si distingue per le sue iniziative didattiche e culturali che comprendono la collaborazione con un migliaio di scuole polacche, un proprio festival musicale, passeggiate storiche e seminari.

«Siamo un museo moderno che offre un'esperienza educativa e culturale ma è anche una piattaforma per il dialogo sociale. Una realtà museale capace di emozionare i suoi visitatori e promuovere nuovi modi di avvicinarsi alla storia», spiega Jolanta Gumula, portavoce del Polin.

Il museo è un'innovativa istituzione pubblico-privata nata su iniziativa dell'Istituto storico ebraico Emanuel Ringelblum che sorge accanto a dove si trovava la Grande Sinagoga, realizzata dall'architetto italo-polacco Leandro Marconi e distrutta da nazisti.

A poche centinaia di metri, in via Senatorska, sorge la sede provvisoria del Teatro ebraico Ester Rachel e Ida Kaminska di Varsavia, un'istituzione nata nel '50 a Łódź e trasferitasi nella capitale cinque anni dopo. Oggi il teatro, anch'esso diretto da Gołda Tencer, resta un unicum in Polonia e uno dei due palcoscenici permanenti in Europa sui quali si rappresentano spettacoli in lingua yiddish, nonostante abbia dovuto lasciare la sede originaria di piazza Grzybowski.

Sulla medesima piazza ha aperto nel 2016 Menora, spazio per laboratori di cucina che prende il nome da uno storico ristorante kosher della capitale. Qui dal 26 al 30 settembre si svolgerà la prima edizione del festival culinario Tish ('piatto' in yiddish), organizzato dal Polin.

«Non sarà soltanto un'altra cartolina sentimentale da un mondo che non esiste più», chiarisce Gumula, «ma offriremo una visione contemporanea delle tradizioni ebraico-polacche. Il cibo diverrà un punto di partenza per conoscere le affascinanti storie degli ebrei in Polonia, oggi come ieri».

Spostandosi a sud del centro storico, in un cortile interno di via Chmielna e accanto al Goethe Institut, sorge il JCC Warszawa, un dinamico centro culturale presso il quale si organizzano eventi, mostre, incontri letterari, seminari, corsi di fotografia e un popolare brunch domenicale. Appuntamenti culturali che si svolgono anche a Stacja Muranów, locale creato dalla scrittrice Beata Chomątowska nel cuore del quartiere sorto nel dopoguerra sulle rovine del Ghetto, completamente raso al suolo dagli occupanti tedeschi e i suoi 42.000 abitanti superstiti dispersi in vari campi di concentramento, dopo la rivolta dell’aprile 1943. Proprio accanto, al Kino Muranów, si è svolta nel maggio scorso la quattordicesima edizione del Jewish Motifs International Film Festival, rassegna di film e documentari a tema ebraico.

Di due anni più longevo è invece il Warsaw Jewish Film Festival, organizzato dalla Fondazione Dawid Kamer con il supporto del Polin, la cui sedicesima edizione andrà in scena fra il 12 e il 18 novembre.

«Dal 2003 cerchiamo di creare una piattaforma di dialogo per rappresentare il mondo ebraico contemporaneo attraverso opere ancora inedite in Polonia», racconta Magda Makarczuk-Strehlau direttrice della rassegna. «Vogliamo proporre una discussione sull'identità ebraica e lottare contro stereotipi e antisemitismo per incoraggiare comportamenti più tolleranti e rispettosi. Credo che il nostro festival sia un ottimo modo per costruire un dialogo fra diverse culture: ebraica, non ebraica, polacca, israeliana e araba».

Parole alle quali fa eco Adam Baruch, critico musicale polacco trasferitosi in Israele nel '67 e oggi direttore artistico del cartellone jazz del Festival Singer: «Cerchiamo di trovare punti d'incontro fra la cultura ebraico-polacca e la musica. Ad esempio, pochi sanno che numerosi brani divenuti standard jazzistici, sono stati scritti da compositori nati in Polonia e di origine ebreo-polacca trasferitisi negli Stati Uniti. Vogliamo diffondere presso il nostro pubblico la conoscenza di questi compositori affermatisi a Hollywood, ma che spesso avevano studiato musica a Varsavia».

La cultura come antidoto all'antisemitismo

Una riscoperta delle tradizioni ebraiche che accomuna fondazioni private, istituzioni e grande pubblico ma, almeno per il momento, non si accompagna a un significativo risveglio religioso. La comunità ebreo-varsaviana conta seimila persone, ma appena 700 di esse sono praticanti. Oggi nella capitale operano solo quattro sinagoghe: tre riconosciute e una, la Beit, progressista.

La comunità religiosa ebraica di Varsavia, inoltre, gestisce un bagno rituale, una società di sepoltura, una scuola religiosa heder, una mensa kosher e un centro d'assistenza per anziani. La sinagoga ortodossa di Nożyk è l'unica sopravvissuta all'occupazione nazista e il suo rabbino, Michael Shudrich, è la principale autorità religiosa ebraica nel Paese nonché un grande fautore del dialogo interreligioso e culturale fra Polonia e Israele.

Il successo riscontrato dalla cultura ebraica a Varsavia e il supporto congiunto dato al Festival Singer, infatti, non devono fare dimenticare che qualche attrito diplomatico fra i governi di Varsavia e Gerusalemme esiste. Tensioni riemerse nel marzo di quest'anno a seguito dell'approvazione della controversa legge polacca sull'Olocausto che prevede la negazione di responsabilità polacche nello sterminio degli ebrei durante l'occupazione nazista. Il 27 giugno le pene previste per chi contraddice questa rilettura univoca della storia sono state ammorbidite e Netanyahu ha apprezzato il passo indietro di Morawiecki ma qualche diffidenza reciproca resta.

«La Polonia ha un passato con delle note antisemite e questo non possiamo negarlo ma ritengo che oggi la maggior parte dei giovani polacchi sia al riparo da queste pericolose derive», sostiene Baruch, secondo cui «La cultura ebraica gode di una crescente popolarità e c'è una vera e propria rinascita della vita ebraica in corso a Varsavia dopo decenni d'oblio. Il Festival Singer riveste un ruolo importante in questo processo, ma non è l'unico grande evento dedicato a questa cultura in Polonia, basti ricordare il Jewish Culture Festival di Cracovia».

Fiduciosa sull'atteggiamento delle nuove generazioni polacche nei confronti della cultura ebraica è anche Makarczuk-Strehlau: «Anno dopo anno il numero di spettatori del Warsaw Jewish Film Festival è in crescita, con un netto aumento dei giovani. E questo è un grande successo se pensiamo ad altre rassegne di cinema ebraico nel mondo. Io collaboro al Jewish Film Festival di Los Angeles e là non è facile attrarre ragazzi e spettatori non ebrei alle proiezioni».

Di certo il modo migliore per esorcizzare gli spettri dell'antisemitismo in Polonia è non dimenticare un passato traumatico, evitando però di guardarsi soltanto indietro e perdere di vista la realtà. Ne è convinta Gołda Tencer che, a margine della presentazione del Festival Singer alla stampa del 21 agosto a Varsavia sottolinea: «Questo evento può essere descritto con una sola parola: memoria. E la cosa più importante che si propone di fare è salvare la cultura ebraico-polacca dall'oblio senza parlare soltanto del suo passato ma anche del suo presente e del suo futuro».

@LorenzoBerardi

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