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Voci da Sarajevo

Per non dimenticare il passato e vedere il presente.

“Questa è la mia città... Quando ci sarà il Giudizio Universale pregherò Dio di risparmiare Sarajevo”, giurava Bodo, lo zio scapestrato e sciupafemmine al nipote. Ma non appena varcata la soglia celeste Bodo deve essersi dimenticato di quel lodevole proposito. Se no come spiegare l’assedio che ha tenuto in scacco la città dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996. Il più lungo assedio dei tempi moderni, almeno fino a poco tempo fa, visto che ora il triste primato è passato alla siriana Aleppo. Non solo Bodo, protagonista del racconto “Le scarpe per l’eternità” incluso nella raccolta “I buchi neri di Sarajevo” di Božidar Stanišić (Bottega Errante Edizioni), si era dimenticato allora di tener fede al proposito, a tutt’oggi, se si guarda alla Bosnia Erzegovina, non si può dire che ci sia qualcuno lì in alto ad avere un occhio di riguardo. E’ vero che le armi tacciono da 21 anni, l’Accordo di Dayton è stato sottoscritto il 21 novembre del 1995. Ma l’entità stato che è emersa dal Trattato appare come un vero e proprio azzardo. Il reporter Paolo Rumiz nella prefazione al libro di Stanišić riporta: “Che unità – ti dice la gente  – può esprimere un Paese dove fin dalle elementari i bambini imparano, a seconda se sono serbi, croati o musulmani, una storia diversa della loro terra”. E così la Bosnia Erzegovina pare non essere più che è un guscio vuoto, nel quale, molto controvoglia, hanno preso posto due entità statali: quella della Federazione Bosnia Erzegovina (ne fanno parte croati e musulmani), e quella della Repubblica Srpska, cioè dei serbi.  Come siano i rapporti tra queste etnie oggi, l’ha appena dimostrato, e inequivocabilmente, il referendum tenutosi lo scorso 25 settembre dalla Repubblica Srpska. Lo stesso chiedeva ai serbi se volevano che d’ora in poi la “Festa dell’identità” del 9 gennaio, fosse un giorno di festa nazionale ufficiale. (Il 9 gennaio del 1992, i parlamentari serbo bosniaci avevano dichiarato unilateralmente la secessione e la nascita della Repubblica serba di Bosnia, e diede  inizio a un conflitto che insanguinò questa parte di Europa balcanica fino al 2000. L’iniziativa referendaria promossa dal leader serbo-bosniaco ultranazionalista Milo Dodick era stata respinta dalla Corte costituzionale perché escludeva bosniaci e croati della Confedarazione . Ma Dodick non se ne era curato. Così il referendum si è tenuto è come previsto il 98 per cento dei serbi ha votato a favore.

Un introduzione lunga, ma si spera utile, per capirci qualcosa in una parte di Europa la cui storia è tutt’altro che di facile comprensione. Perché, come ricorda Stanišić: “La Bosnia, quell’entità Né-Oriente-Né-Occidente, Ivo Andrić l’ha presentata in un dramma che si estende in tutte le direzioni, e soprattutto nella profondità dei secoli, poiché l’eco più forte proviene dal profondo”. Un dramma che se non sempre si ripete, è  però eternamente in agguato. Una sensazione che sperimenta anche Rumiz: “Quando nel ’92 Božidar Stanišić – bosniaco di cultura serba sposato a una bosniaca di famiglia croata – comparve sulla porta di casa mia, non capii subito di trovarmi di fronte a un déja vu. Non mi resi conto che egli arrivava impaurito, incredulo e spaesato esattamente come migliaia di profughi istro-dalmati quarant’anni prima di lui. Quel professore di lettere mite e silenzioso rappresentava la stessa tragedia e anche la stessa indecorosa mascherata”.

I racconti de “I buchi di Sarajevo” sono stati scritti nel corso del 1992 e pubblicati la prima volta l’anno successivo, cioè – giusto per contestualizzare – quando per i cetnici gli abitanti di Sarajevo non erano altro che bersagli mobili. Sono passati 23 anni dalla prima edizione, ma i racconti sembrano scritti ieri. E questo perché il tempo in Bosnia Erzegovina si è come sospeso, rancori e ricordi si sono come cristallizzati. Sono passati vent’anni, in teoria il tempo necessario per una nuova generazione “libera dalla memoria paralizzante del ’92-‘96” annota Rumiz. Un generazione che può far ripartire il paese, liberandolo al tempo stesso dai rancori etnici. Ma questa generazione non c’è. Non è venuta su. E forse proprio per questo, per la perdita di un mondo che è stato, e un futuro che stenta ad affacciarsi, i ricordi si caricano maggiormente di magia e nostalgia nei racconti di Stanišić: “Talvolta sogno l’icona della chiesa di San Procopio a Visoko. Nei miei sogni la città della mia infanzia non è distrutta. È primavera, i fiori colorano gli orti, i ruscelli gorgogliano, la Bosna e la Fojnica mormoreggiano”; e ancora “Ogni città per chi vi è nato è una costruzione di sogni. Ma non posso evitare di essere soggettivo: tutto ciò che si estende nella luce non può sparire nel nulla”; “Mi ricordo. Il sole era allo zenit. Sopra i tetti di Sarajevo, sopra i suoi minareti e sopra i suoi campanili si alzava un’aureola dorata. Ritornai a Visoko con la medicina per mio padre in autobus”.

Il ricordi si fanno più vivi e vividi soprattutto per chi è stato costretto a lasciare la propria casa. Magari a mani vuote, senza portarsi dietro niente, solo i ricordi che con il tempo si trasformano in una Wunderkammer. Forse, tra non molto, qualche profugo siriano, racconterà storie di vita quotidiana simili a queste Stanišić, di nonne sagge, zii libertini, di angeli bianchi che la guerra ha imprigionato in mondi paralleli, di eroi e traditori, di amici lasciati in patria, di ricordi d’infanzia, di una quotidianità che era casa e non rifugio.  

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