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Davos: il coronavirus nei report del World Economic Forum

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Davos: i report del Wef mettono in luce l’abnorme disparità di distribuzione della ricchezza. Alcuni dati significativi su inclusione e mobilità sociali

Davos: i report del Wef. Le persone aspettano in fila per ricevere un pasto gratuito a Brooklyn, New York, Usa, 24 aprile 2020. REUTERS/Mike Segar

Le persone aspettano in fila per ricevere un pasto gratuito a Brooklyn, New York, Usa, 24 aprile 2020. REUTERS/Mike Segar

Il Covid-19 trascina con sé il più grande shock economico, finanziario e sociale del XXI secolo, il terzo dopo l’11 settembre e la grande recessione provocata dallo scoppio della bolla dei mutui subprime del 2008 e del fallimento di Lehman Brother. Questo shock cambia il paradigma: si rischia un arresto della produzione nei Paesi colpiti, con l’interruzione delle catene di approvvigionamento in tutto il mondo e un forte calo dei consumi insieme a una volatilità dei mercati finanziari. Ma c’è anche un’ulteriore conseguenza sociale: l’aumento delle già elevate diseguaglianze economiche che porteranno, se non gestite dai poteri politici, a forti tensioni sociali.

Time to care: il nuovo rapporto Oxfam sulle diseguaglianze globali

Ma andiamo con ordine e vediamo lo stato dell’arte delle diseguaglianze sociali. Ogni anno, a fine gennaio, si svolge tra le nevi dei Grigioni svizzeri l’appuntamento del World Economic Forum (Wef), riunione che raccoglie il gotha della finanza, dell’economia e della politica mondiale con circa 3mila partecipanti in rappresentanza delle élites mondiali più facoltose. E come ogni anno viene pubblicato alla vigilia del meeting che dura quattro giorni il rapporto annuale di Oxfam Time to care sulle disuguaglianze globali, un termometro sulla distribuzione delle ricchezze tra la popolazione. Anche quest’anno il rapporto ha messo in luce profonde disparità di distribuzione dei patrimoni.

In generale, i 2.153 miliardari più ricchi del pianeta detengono più soldi di quanti ne possiede il 60% della popolazione mondiale. Una concentrazione abnorme della ricchezza che è anche un freno allo sviluppo sociale ed economico. Alla luce dei movimenti di protesta registrati nell’ultimo anno in tutto il mondo, l’Ong con sede a Londra ha consigliato ai “Governi di tutto il mondo” di adottare “misure urgenti per costruire un’economia più umana che dia valore a quello che conta davvero per la società”. Secondo i dati della Ong, raccolti sulla base di numeri pubblicati dalla rivista americana Forbes e dalla banca svizzera Crédit Suisse e analizzati con una metodologia però criticata da alcuni economisti, 2.153 Paperoni detengono più soldi rispetto ai 4,6 miliardi di persone più povere del pianeta messe insieme. Non solo: le fortune dell’1% dei più ricchi corrispondono a più del doppio della ricchezza accumulata dai 6,9 miliardi di persone meno abbienti, vale a dire il 92% della popolazione del pianeta.

Il 46% di persone vive con meno di 5 dollari al giorno

In Italia, prosegue il report di Oxfam, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50 dollari al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Secondo Oxfam, elevate e crescenti disuguaglianze “mettono a repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste”.

Insomma secondo gli economisti di Oxfam i dati contenuti nel rapporto sono la storia di due estremi. I pochi che vedono le proprie fortune e potere economico consolidarsi, e i milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita, da tempo non inclusiva.

La mobilità sociale

Anche il Wef ha predisposto per la prima volta un indice della mobilità sociale su 82 economie del mondo. Lo scopo principale del rapporto – intitolato Global Social Mobility Index 2020: why economies benefit from fixing inequality – riguarda il fatto che le economie beneficiano nel ridurre le ineguaglianze, ma la maggior parte delle economie non riesce a fornire le condizioni in cui i suoi cittadini possono prosperare. Le opportunità di un individuo nella vita rimangono legate al suo stato socio-economico al momento della nascita, rafforzando le disuguaglianze di partenza.

Secondo il Wef questo è un problema rilevante non solo per l’individuo, ma anche per la collettività e l’economia. “Il capitale umano è la forza trainante della crescita economica. Di conseguenza, tutto ciò che mina la migliore allocazione di talenti e impedisce l’accumulo di capitale umano può ostacolare in modo significativo la crescita”. Una risposta economica quella del Wef che lega strettamente la diseguaglianza alla mobilità sociale, cioè al cosiddetto ascensore sociale. “La scarsa mobilità sociale unita alla disuguaglianza di opportunità è alla base di questi attriti, suggerendo che se il livello di mobilità sociale aumentasse, potrebbe fungere da leva per lo sviluppo economico”.

Secondo il Report 2020 del Wef i Paesi con la maggiore mobilità sociale sono tutti in Europa e al vertice della classifica ci sono i Paesi scandinavi del welfare state diffuso, quel sistema che si occupa dell’individuo dalla culla alla tomba. In Italia, invece, l’ascensore sociale è fermo da tempo e il Belpaese è maglia nera rispetto ai principali Paesi industrializzati, anche a causa di un sistema educativo scarsamente efficiente e di scarse offerte di occupazione, soprattutto per i giovani, tra cui troviamo i cosiddetti Neet (acronimo inglese per Neither in Employment nor in Education or Training). Insomma giovani seduti sul divano invece, ad esempio, di partecipare a corsi pagati dallo Stato per diventare infermieri.

Serve più coesione sociale

Nel report sulla mobilità sociale, il World Economic Forum sottolinea che in una società capace di offrire a ciascuno pari opportunità di sviluppare a pieno il proprio potenziale individuale, a prescindere dalla provenienza socio-economica, ci sarebbe più coesione sociale e si potenzierebbe il Pil. Il rapporto si spinge a fare delle proiezioni: un aumento della mobilità sociale del 10% spingerebbe il Pil del 5% in più in un decennio, indica lo studio pubblicato a gennaio 2020 alla vigilia del summit annuale del Wef a Davos.

Purtroppo però non sono molte le economie che hanno le condizioni eque per sostenere la riduzione delle disparità e favorire l’inclusione sociale, a maggior ragione dopo la pandemia del Covid-19 che metterà sotto pressione il bilancio pubblico. Le opportunità di successo di una persona nel corso della sua esistenza sono sempre più determinate dallo stato socio-economico di partenza e dal luogo di nascita. Per cui le disuguaglianze di censo si sono stabilizzate e le classi sociali si sono “congelate” come caste indiane.

Il Global Social Mobility Index entra nel dettaglio di 82 economie misurandole in cinque dimensioni ai fini della mobilità sociale, vale a dire salute, scuola, tecnologia, lavoro, protezioni e istituzioni. Lo studio assegna il primo posto alla Danimarca (con 85 punti), seguita da Norvegia, Finlandia, Svezia. La Germania si colloca bene (11esima), seguita dalla Francia (12esima). Il Canada (14esimo) precede gli Stati Uniti (27esimi) e, infine, l’Italia, Paese dei Gattopardi dove tutto cambia perché nulla cambi, è solo 34esima. Che sia questo male oscuro uno dei motivi di fondo di un decennio di mancata crescita?

La competitività dell’Italia secondo il Wef

Secondo un altro report sempre del Wef, il World economic forum competitiveness index l’Italia è 30esima su 141 Paesi. Ma analizzando l’indice della meritocrazia è solo 103esima e su quello della Reliance of management (affidabilità del management) è solo 107esima. Elementi sui cui riflettere attentamente per comprendere i mali profondi del Paese e la sua difficoltà a svilupparsi in modo adeguato alle sue potenzialità soprattutto in un momento in cui a causa della pandemia i bilanci pubblici saranno messi duramente alla prova.

Il Global Social Mobility Index del Wef mette a confronto 82 economie globali ed è stato ideato per fornire ai decisori politici un mezzo per migliorare la mobilità sociale. Auspichiamo che venga preso in esame attentamente anche dai nostri decisori politici in momenti così difficili a causa del Covid 19 in modo che la pandemia non sia un elemento di ulteriore diseguaglianza sociale.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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