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I democrat vogliono impedire a Trump di attaccare la Corea del Nord

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A Washington cresce la preoccupazione bipartisan per la gestione della crisi da parte del presidente. Così al Congresso è stata presentata una proposta di legge che limita i suoi poteri in materia di guerra e lancio di un attacco nucleare preventivo

 Se c’è un lavoro che il presidente Trump fa bene, è quello dell’utente di twitter. Non c’è crisi, tornante della politica estera o interna, che non veda un suo tweet-storm in contemporanea con le notizie sui network televisivi all news. Di cui, come è noto, è uno spettatore ossessivo. Il problema è che, essere un twitter molto seguito e sempre aggressivo non è un buono strumento di politica estera. Può funzionare per dialogare con la base e fornire una lettura dei fatti che contraddica quelle che per il presidente sono fake news, ma non a rasserenare o risolvere la crisi nucleare con la Corea del Nord. Al contrario, le frasi taglienti di Trump su Kim Jong Un e sulla estinzione del suo regime, rischiano di provocare reazioni inconsulte.

Come ha spiegato davanti al Congresso Joseph Yun, figura di primo piano della diplomazia Usa in materia di Corea, il regime è sempre più indispettito per i toni usati da Trump. La Casa Bianca dal canto suo non sembra voler prestare attenzione alle richieste di coloro che al Dipartimento di Stato si occupano della crisi. E chiedono di continuare a percorrere la via diplomatica. Non è tanto che la Corea del Nord abbia scelto di chiudere le porte al dialogo. Il problema, come ha spiegato un diplomatico Usa che ha parlato con NBC, è che il messaggio del governo degli Stati Uniti è «arrendetevi senza combattere o arrendetevi combattendo». Più secco il presidente della Commissione Esteri del Senato Bob Corker, senatore repubblicano che ha scelto di non ricandidarsi: “Il presidente sta facendo di tutto per minare il lavoro della diplomazia”.

Viste le possibili conseguenze di un conflitto, i Democratici stanno provando a levare il dito del presidente dal grilletto fatale. Così alla Camera e al Senato è stata presentata una proposta di legge – la seconda in pochi mesi – che mira a limitare i poteri presidenziali in materia di dichiarazione di guerra e lancio di un attacco nucleare preventivo. Il titolo della legge ne chiarisce le basi e gli intenti: “Evitare una guerra illegale contro la Corea del Nord”. Perché sebbene il presidente possa lanciare missili nucleari senza autorizzazione, una guerra deve prima essere dichiarata, e la costituzione impone che sia il Congresso ad autorizzare l’ingresso in un conflitto.

Allo stato attuale, l’inquilino della Casa Bianca non ha limiti, la valigetta in cuoio nero con i codici nucleari (the football) viaggia sempre con lui e in ogni momento questi può decidere di usarla. Il Paese però deve essere in guerra, o sotto attacco. Cosa che potrebbe accadere qualora Kim dovesse arrivare alla conclusione che, se una guerra è imminente e inevitabile, tanto vale cominciare per primi. «Fino a quando Trump ha un account twitter dobbiamo fare in modo che non possa lanciare un attacco nucleare senza autorizzazione», sintetizza con una battuta il senatore Ed Markey, uno dei promotori dell’iniziativa con il rappresentante alla Camera John Conyers.

Per i democratici può essere un tentativo di portare avanti una politica estera obamiana anche nell’era di Trump. Scelta combattuta, però, come spiegava qualche tempo fa con un lungo articolo su The Atlantic, Peter Beinart, che riassumeva così il dilemma: serve usare una retorica forte, come in questi mesi contro la Russia per ragioni che sono soprattutto di politica interna, o meglio un approccio obamiano? Con quest’ultimo si intende l’idea che con i nemici si tratta e che sbattere i pugni sul tavolo non è il modo migliore per trattare. Nel caso di Obama ha funzionato con Cuba e con l’Iran. Non con la Corea. O meglio, con questa non sono stati fatti sforzi simili a quelli fatti con Teheran. E la partita obbiettivamente è assai più complessa.

Ma se anche dovessero riuscire a contenere il presidente, i democratici sono in grado di proporre una politica alternativa per affrontare la crisi coreana? Sono pronti per esempio a ridurre la presenza militare in cambio di ampie concessioni, così come fatto con l’Iran e, ricorda Beinart, a suo tempo da Reagan con l’Unione Sovietica? Avranno il coraggio di dire: occorre trattare, occorre cedere?

L’esempio dell’invasione dell’Iraq nel 2003 suggerisce di no. Allora, di fronte alla chiamata alle armi, quasi tutti votarono il Patriot Act prima e la guerra all’Iraq dopo. Obama, che partecipò a un comizio contro la guerra distrusse Hillary alle primarie anche per questo. Ma in una fase di dubbi, di perdita di peso dell’America e di un presidente che promette di renderla “Great Again” (che per una parte del dell’opinione pubblica significa anche imperiale), i democratici potrebbero avere paura di fare la figura delle colombe.

E i repubblicani? Per ora il tentativo di bloccare un possibile attacco preventivo ha trovato l’appoggio solo di due Rappresentanti alla Camera, nessun Senatore. Ma al Senato la fronda anti-Trump all’interno del Grand Old Party sta affiorando, come segnalano i recenti attacchi aperti dei pesi massimi Jeff Flake e Bob Corker. E anche sul fronte nordcoreano, i tentativi di evitare un devastante conflitto potrebbe trovare consensi tanto tra gli isolazionisti che tra quelli della vecchia scuola, ancora convinti che l’uso della forza sia una cosa seria.

@minomazz

Per approfondimenti sulla Corea del Nord, leggi gli articoli di copertina del numero di Novembre di Eastwest.

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